La nuova legittima difesa: cosa cambia?

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  1. PREMESSA

Sono state approvate le nuove norme in materia di legittima difesa, che modificano gli artt. 52 e 59 c.p.. E’ considerata, pertanto, legittima difesa “la reazione ad un’aggressione commessa in tempo di notte ovvero la reazione a seguito dell’introduzione in casa, in negozio od in ufficio con violenza alle persone o alle cose ovvero con minaccia o con l’inganno” (Cfr. nuovo art. 52 c.p.). Restano ferme la necessità che vi sia proporzione tra difesa e offesa e l’attualità del pericolo. Passa anche la revisione dell’art. 59 c.p. escludendo SEMPRE ogni colpa dell’agente quando l’‘errore’ è grave turbamento psichico causato dalla persona contro la quale è diretta la reazione in situazioni comportanti un pericolo attuale per la vita, per l’integrità fisica o per la libertà personale e sessuale. Inoltre, l’onorario e le spese spettanti al difensore della persona dichiarata non punibile per aver commesso il fatto per legittima difesa o stato di necessità saranno a carico dello Stato (onere stimato 295.200 euro a partire dal 2017). Ci dovrà, comunque, essere equilibrio tra difesa, offesa e reazione. Come già sopra menzionato se si viola il principio della c.d. proporzionalità si rientra nell’art. 55 c.p. che punisce l’eccesso colposo nelle cause di giustificazione (l’agente che uccide un rapinatore, eccedendo, viene processato per omicidio colposo anziché volontario).  In pratica, i casi di legittima difesa sono stati ampliati: sarà riconosciuta a chi abbia subìto aggressioni notturne; a chi abbia reagito a situazioni che creavano un pericolo per la vita, integrità fisica o libertà sessuale; a colui il quale abbia avuto una reazione eccessiva frutto del turbamento psichico causato dall’evento. In particolare non è punibile chi abbia commesso un fatto illecito (es.: sparare) perché costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui, contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta (sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa, ar. 52 c.p.). Il caso è quello della violazione di domicilio (in abitazione o luogo dove si esercita attività commerciale) clandestinamente, con l’inganno o contro la nostra volontà. Orbene, la nuova legittima difesa presuppone un attacco nell’ambiente domestico alla propria e/o altrui incolumità e, quindi, la necessità che vi sia proporzione tra difesa e offesa e l’attualità del pericolo. Ci dovrà essere equilibrio tra difesa, offesa e reazione e se si viola il principio della c.d. proporzionalità si rientra nell’art. 55 c.p. che punisce l’eccesso colposo nelle cause di giustificazione. Ed infatti, l’agente che uccide un rapinatore, eccedendo, viene processato per omicidio colposo anziché volontario.

  1. IL NUOVO PRINCIPIO DELLA PROPORZIONE TRA L’OFFESA E LA DIFESA (LEGITTIMA)

Il II e III co. Dell’art. 52 c.p. sono stati inseriti dalla L. n. 59/2006 che ha introdotto la legittima difesa c.d. domiciliare od allargata. E’ stato statuito il diritto all’autotutela in abitazione, negozio od ufficio ed autorizzato il ricorso ad un’arma legittimamente detenuta, per la difesa della propria od altrui incolumità e per la salvaguardia dei beni. Con specifico riferimento ai beni, il reo non deve aver desisto dall’azione illecita e deve sussistere il pericolo di aggressione. In presenza delle suesposte condizioni, è stata introdotta una specifica presunzione legale del requisito di proporzionalità tra difesa ed offesa. Specificamente: se il rapinatore è disarmato il privato non può sparargli, altrimenti risponderà del reato di cui all’art. 575 c.p. Vi sarà legittima difesa solo e soltanto se il ladro non stia fuggendo e sempre che vi sia un concreto pericolo di aggressione fisica e psichica nei propri confronti ed in quelli dei propri cari. I nuovi casi espressi escludono la punibilità nelle ore notturne quando un terzo entra in casa, negozio ed ufficio con l’inganno, la minaccia o la violenza alle cose o persone.

  1. LA MODIFICA RELATIVA ALL’ECCESSO DI LEGITTIMA DIFESA

L’ipotesi descritta dall’art. 55 c.p. sollecita l’esame di alcune questioni riguardanti l’eccesso di legittima difesa ed i suoi limiti. In base all’art. 55 c.p., qualora la reazione sia eccessiva, la vittima del furto in abitazione, negozio od ufficio risponderà del delitto di omicidio colposo. La valutazione sarà rimessa alla discrezionalità del giudice che dovrà valutare caso per caso e tener conto delle circostanze della commissione del reato.

  1. IL NUOVO ART. 59 C.P.

Il provvedimento va ad aggiungere un comma all’art. 59 c.p. sulla legittima difesa e sulle circostanze del reato, precisando l’ambito di applicazione dell’eccesso di legittima difesa. Aumenta, dunque, la tutela per chi si difende da un’aggressione essendo in uno stato di turbamento psichico causato dalla persona che ha commesso il reato nei suoi confronti. La situazione deve concretizzarsi in un reale pericolo che causa paura per la propria od altrui incolumità. Ad es. pregresse aggressioni dallo stesso individuo; presenza in casa di donne, anziani o bambini; circostanza avvenuta durante la notte.

  1. FURTO IN ABITAZIONE: LA NOZIONE DI PRIVATA DIMORA

Nella nozione di “privata dimora” non rientrano ex art. 624 bis c.p. rientrano gli esercizi commerciali, gli studi professionali, gli stabilimenti industriali e, più in generale, i luoghi di lavoro? La giurisprudenza è divisa sul punto. Un primo orientamento per privata dimora intende qualsiasi luogo che serva alla esplicazione della vita privata, ivi comprese le attività lavorative, professionali, culturali e politiche. Altro orientamento, invece, si riferisce solo ai locali annessi o accessori in cui l’ingresso è inibito senza autorizzazione del titolare dell’esercizio. Le Sezioni Unite con la sent. n. 31345/2017 hanno risolto tale contrasto. La sentenza in questione, dando risposta negativa al quesito su emarginato. La nozione di privata dimora rileva negli artt. 624 bis, 614, 615, 615 bis, 628 co. 3 c.p. sia processuali come ad es. art. 266 co. 2 c.p.p.). Da una interpretazione letterale della parola “dimora” si evince che i luoghi relativi alla dimora sono quelli “riservati” e nei quali non hanno accesso i terzi senza il consenso dell’avente diritto.  I luoghi di lavoro sono generalmente accessibili a tutti; ecco perché la risposta è appunto negativa. A completamento milita anche il co. 3 dell’art. 52 c.p. che precisa che il fatto può avvenire in altro luogo ove venga esercitata attività professionale, commerciale od imprenditoriale. Se la risposta fosse stata positiva non vi sarebbe stata necessità alcuna di specificare ciò. Tale aggiunta è necessaria secondo il Legislatore in quanto la nozione di privata dimora non è comprensiva in generale dei luoghi di lavoro. E’ valido, quindi, il seg. principio di diritto: rientrano nella nozione di privata dimora quei luoghi anche destinati ad attività lavorativa o professionale purché in essi si svolgano non occasionalmente atti della vita privata e che non siano aperti al pubblico ad accessibili a terzi senza il consenso del titolare.

  1. IL QUADRO NORMATIVO PREVIGENTE E LA GIURISPRUDENZA PRECEDENTE ALLA RIFORMA

La teoria alla quale si è fatto riferimento finora era definita da presupposti legali prescritti dall’art.  52 c.p. e quindi il Giudice non doveva giudicare nessun tipo di valutazione sul rapporto di proporzionalità tra difesa e offesa e, dunque, tra reazione e aggressione. Sostanzialmente i Magistrati, prima, potevano considerare l’ipotesi di eccesso colposo di legittima difesa anche nei casi di violazione di domicilio ogni volta che il fatto e l’offesa ingiusta minacciata non fossero sullo stesso piano. Quindi sia la dottrina sia la giurisprudenza giungevano a ritenere configurabile la legittima difesa solo quando risultava integrata (per la sussistenza di una causa di giustificazione) l’aggressione in atto od il pericolo imminente di un’aggressione. Solo quando non v’era desistenza e v’era pericolo di aggressione per sé o altri. Neppure il novum legislativo giustificava – in mancanza di un concreto pregiudizio attuale od imminente per la propria od altrui incolumità – l’uso indiscriminato delle armi (Cass. pen., 7/10/2014, sent. n. 50909) se il soggetto entrato fraudolentemente nella dimora di altri non avesse agito esclusivamente per aggredire le persone che in essa si trovavano (Cass. pen., 2/07/2014, sent. n. 35709). Si rammenta, poi, che l’art. 2 comma 2 della Convenzione Europea per la salvaguardia dell’Uomo e delle libertà fondamentali sancisce il c.d. Diritto alla Vita. Ed infatti, il summenzionato articolo di legge prescrive l’astensione dal compiere atti che possano violare i diritti umani dal punto di vista sostanziale. Esigenze opposte radicalmente a simili proposte di legge, che avrebbero di fatto introdotto un’eccezione alla tutela (penale) umana ulteriore rispetto a quella prescritta dall’art. 2 CEDU (C. RUGA RIVA, Ordinamento penale e fonti non statali, Milano, Giuffré Ed., 2007). La dottrina maggioritaria ha da sempre ravvisato la ratio della scriminante nella prevalenza accordata dallo Stato all’interesse del soggetto ingiustamente aggredito rispetto a quello di chi si è posto contra legem volontariamente (MANTOVANI, Diritto penale. Parte generale, 2013).  Per alcuni Giuristi (FIANDACA- MUSCO, Diritto Penale. Parte generale, 2007, pag. 270) la legittima difesa rappresenterebbe una sorta di residuo d’Autotutela concessa al privato dallo Stato quando l’intervento delle Autorità non riesce ad essere tempestivo e, pertanto, il soggetto risulterebbe scriminato (MANZINI, Trattato di diritto penale. Volume 11, 1987, pagg. 383 – 384). In altre parole: E’ riconosciuto in capo al soggetto che “deve difendersi” un vero e proprio diritto all’autotutela (assimilabile all’esercizio di un diritto). Trattasi, pertanto, di una delega da parte di un soggetto dotato di sovranità (lo Stato) al privato (il cittadino) con la quale il primo trasferisce al secondo il potere di difendersi. Ciò ha suscitato in dottrina numerose questioni interpretative e si e giunti alla conclusione che lo Stato ha il potere di “uccidere” in siffatti casi eccezionali e possiede il diritto di delega. Quest’ultimo istituto non è né costituzionalizzato né previsto da legge ordinaria e, quindi, il trasferimento in capo al privato (anche con limiti e modalità divergenti da quelle del soggetto pubblico) apparirebbe plausibile. Altra tesi è quella del bilanciamento che trova maggiori consensi. Praticamente, nella legittima difesa vi sono due interessi contrapposti: quello dell’aggressore e quello dell’aggredito. La non punibilità dell’aggredito si fonda sulla mancanza di danno sociale: dal momento che l’offesa all’aggressore è indispensabile per salvare l’aggredito viene meno l’interesse statale alla repressione, in quanto il fatto (proprio perché necessitato) non provoca alcun allarme sociale (ANTOLISEI, Manuale di diritto penale. Parte generale, Milano, Giuffré Ed., 1982, pagg. 255 e ss).

  1. CONCLUSIONI

Svolte le succitate considerazioni, ci sembra che le conclusioni alle quali si è pervenuti in materia di legittima difesa possano essere idonee agli interrogativi suscitati da tale materia. Invero, tale modifica risulta a molti poco chiara anche per la forte accelerazione subita dall’iter di approvazione; tuttavia è stata fortemente voluta. La ratio di una siffatta novella risiede nel tutelare chi protegge la propria incolumità e quella dei familiari seppur lasciando un’ampia discrezionalità ai giudici. Rafforzare, quindi, i diritti di chi si difende dopo aver subìto una violazione del proprio domicilio. La nuova normativa, infatti, dà al Magistrato uno strumento in più per valutare con un proscioglimento quei casi limite che finora son finiti con una condanna per eccesso colposo di legittima difesa che sussiste ogniqualvolta vi sia una reazione eccessiva. In conclusione: ci auspichiamo di avere più chiari i termini della questione in campo e che vi sia, parimenti, una maggiore chiarezza nella valutazione dei singoli casi.

Maria Giovanna Bloise

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