Responsabilità medica nel caso di intervento inutile

14,438 Visite totali, 5 visite odierne

In tema di responsabilità sanitaria, benché non sia questa la sede per un’analisi approfondita degli aspetti civili della materia, è tuttavia interessante fare una breve premessa riguardo la novella normativa introdotta in questo ambito dalla legge n. 24/2017, altresì nota come “Legge Gelli”. Essa costituisce un vero e proprio “cambio di rotta” rispetto alla tradizionale impostazione giurisprudenziale che si era consolidata fino all’entrata in vigore della nuova normativa.

Questa, infatti, all’art. 7 stabilisce che vi sia una netta bipartizione delle responsabilità facenti capo da un lato all’ente ospedaliero e dall’altro al professionista per i danni occorsi ai pazienti.

La struttura sanitaria assume una responsabilità di natura contrattuale ex art. 1218 cod. civ., mentre il medico, salvo il caso di obbligazione contrattuale assunta con il paziente, risponde in via extracontrattuale ex art. 2043 cod. civ..

Questo mutamento del quadro delle responsabilità, ascritte come sopra, non rende affatto secondarie le conseguenze pratiche di tale qualificazione. Innanzitutto sul fronte probatorio, poiché nel primo caso al paziente danneggiato basta provare il titolo (che dimostri il ricovero e dunque l’assunzione dell’obbligazione da parte dell’ospedale) ed allegare l’inadempimento, il resto spettando all’ente convenuto, mentre nel secondo caso l’onere dell’attore abbraccia tutti gli elementi della pretesa, e dunque tanto quello oggettivo, nella sua triade “condotta – evento – nesso di causa”, tanto quello soggettivo, consistente nella colpa.

La descritta differenziazione ha delle conseguenze per quanto concerne altresì il piano della prescrizione dell’azione, decorrendo quella contrattuale nell’ordinario termine decennale (art. 2946 cod. civ.) e quella aquiliana nel più breve termine quinquennale (art. 2947 cod. civ.).

Tale rinnovato assetto normativo si pone in regime di discontinuità e segna un punto di rottura rispetto al passato. Infatti, tanto la Suprema Corte quanto la giurisprudenza di merito, in via del tutto prevalente, erano solite qualificare la responsabilità della struttura sanitaria e del medico come vera e propria responsabilità contrattuale ex artt. 1218 e 1228 cod. civ.. La prima discendeva direttamente dal cd. contratto di spedalità stipulato con il paziente, mentre la seconda si faceva risalire alla terza delle fonti di obbligazioni previste dall’art. 1173 cod. civ., diversa dal contratto e dal fatto illecito, e consistente in “ogni altro fatto o atto idoneo a produrle”.

Si sosteneva infatti che, all’atto di ricovero, tra medico e paziente si stabilisce un contatto sociale qualificato (in ciò che esso non è casuale, ma voluto d’ambo le parti), per effetto del quale il primo assume specifici obblighi di protezione nei confronti del secondo. Pertanto, la violazione di tali obblighi imponeva il risarcimento del danno nelle forme prescritte dall’art. 1218 cod. civ..

Tale premessa è doverosa, considerata l’importanza della materia e la “rivoluzione” che tale novella avrà sul piano pratico, ma, dal momento che la riforma brevemente esposta non ha avuto modo di creare precedenti giurisprudenziali, nel caso che si commenterà appresso l’analisi verrà effettuata secondo l’impostazione che ha retto sino all’introduzione della Legge Gelli.

Nel caso in cui un intervento chirurgico, nonostante sia effettuato conformemente e a regola d’arte, e anche se non sia determinativo di un peggioramento della condizione patologica che doveva rimuovere, risulti, all’esito degli accertamenti tecnici effettuati, del tutto inutile poiché la struttura sanitaria ha omesso l’esecuzione dei trattamenti preparatori all’intervento che si ritengono necessari al fine di assicurarne l’esito positivo, nonché l’esecuzione o la prescrizione dei necessari trattamenti sanitari successivi, si configura un inesatto adempimento dell’obbligazione, consistente in una condotta censurabile ascrivibile principalmente in capo alla struttura sanitaria.

Dal momento che l’intervento si è concretizzato in un’inutile ingerenza sulla sfera psico-fisica del paziente, si realizza un c.d. danno evento, ossia una lesione ingiustificata della sfera personale del danneggiato, cui consegue un danno conseguenza alla persona di natura non patrimoniale, ravvisabile nella limitazione dello sviluppo della propria persona, nella sofferenza patita per il tempo occorso sia per le fasi preparatorie, sia per l’esecuzione dell’intervento, sia nel periodo post–operatorio e sia nella sofferenza ricollegabile alla successiva percezione dell’inutilità dell’intervento.

È questo il principio di diritto a cui si rifà la Corte di Cassazione, III Sezione Civile, nella sentenza n. 12597/2017, accogliendo in parte il ricorso per risarcimento danni da responsabilità medico–sanitaria avanzato da una paziente a seguito dell’intervento chirurgico a cui si era sottoposta in una Casa di Cura.

La Corte d’Appello aveva rigettato il gravame valutando che, come confermato dalla Consulenza Tecnica d’Ufficio, disposta dal giudice, l’intervento era stato correttamente eseguito e non vi erano state lesioni o postumi conseguenti all’operazione chirurgica, e neanche lesioni che potessero determinare invalidità temporanea o permanente a carico della donna.

Tuttavia, con il suo ricorso in Cassazione l’attrice evidenzia che il giudice di seconde cure, limitando solo a questi elementi il suo esame, avrebbe del tutto ignorato, senza fornire alcuna valutazione, il suo stato di salute inalterato a seguito di un intervento sostanzialmente inutile, con tutte le conseguenze di natura patrimoniale e non patrimoniale dovute alla persistenza della patologia.

La Corte d’Appello non avrebbe dunque ravvisato i danni conseguenti all’insuccesso dell’intervento “né i danni di carattere fisico e psicologico spese e sofferenza patita, conseguenze psicologiche dovute alla persistenza della patologia dalla prospettiva di subire una nuova operazione”.

Secondo la Cassazione, quindi, la prestazione inutile costituisce inesatto adempimento. Per gli Ermellini, in effetti, è pacifico che la donna sia stata sottoposta ad un intervento chirurgico, che ha portato ad un’ingerenza nella propria sfera psicofisica. Tuttavia, ciò avveniva in assenza delle condizioni di preparazione necessarie per il successo dell’operazione, cioè per la rimozione della patologia, cui l’intervento doveva essere funzionale, e senza che, dopo la sua esecuzione, si prescrivesse la terapia riabilitativa parimenti necessaria per il suo successo.

A causa di questo duplice comportamento omissivo, prosegue il Collegio, l’esecuzione dell’intervento è risultata del tutto inutile, nonostante la correttezza della tecnica impiegata per eseguirlo. Tale aspetto è stato percepito sia dal magistrato di primo grado, che da quello di appello, ed entrambi vi hanno anche ravvisato una condotta di inesatto adempimento dell’obbligazione sanitaria.

Nonostante, però, abbiano entrambi evidenziato come la condotta fosse appunto inadempiente, i giudici di merito hanno mancato di apprezzarla ai fini della causazione del danno. Anzi, limitandosi a rilevare il non peggioramento della situazione patologica della donna, intesa come mancanza di una diminuzione della sua condizione fisica rispetto a quella precedente l’intervento, con la conseguenza che non vi è stato il riconoscimento di un danno alla capacità patrimoniale della ricorrente.

In altri termini, secondo il parere dei giudici di legittimità, non si è tenuto conto del fatto che l’esecuzione dell’intervento, pur corretta nelle sue modalità, a causa del comportamento omissivo preparatorio e di quello successivo inerente alla prescrizione della riabilitazione, si era concretizzata in una ingerenza nella sfera psico-fisica della signora del tutto inutile e come tale priva di giustificazione, sia perché oggettivamente inidonea e sia perché non finalizzata all’eliminazione della patologia.

Ingerenza, dunque, del tutto priva di corrispondenza alla lex artis sanitaria riguardo alla tipologia di intervento eseguita e, pertanto, non considerabile come condotta di adempimento corretto dell’obbligazione assunta.

I comportamenti omissivi di cui sopra hanno determinato un danno evento, quale ingerenza nella sfera psico-fisica della paziente del tutto ingiustificata anche in base al consenso da essa dato all’esecuzione dell’operazione chirurgica, oltre che un danno–conseguenza che si identifica sia nella menomazione delle normali implicazioni dell’agire della persona, sia nella sofferenza notoriamente ricollegabile alla successiva percezione dell’esito non risolutivo dell’intervento.

L’esistenza di questo danno–conseguenza è stata illegittimamente negata e, pertanto, la sentenza è erronea, laddove non li ha riconosciuti e non ha proceduto alla loro liquidazione e quantificazione che spetterà al giudice del rinvio.

Quanto al danno da perdita di chance, che la Corte d’Appello ha escluso mancando l’apposita richiesta della difesa in tal senso, la Cassazione ritiene di aderire al principio espresso dalla sentenza n. 7193 del 2015, secondo cui “in tema di responsabilità civile, la domanda di risarcimento di tutti i danni, patrimoniali e non, derivanti da un illecito aquiliano, esprime la volontà di riferirsi ad ogni possibile voce di danno, a differenza di quella che indichi specifiche e determinate voci, sicché, pur quando in citazione non vi sia alcun riferimento, si estende anche al lucro cessante (nella specie, perdita di “chance” lavorativa), la cui richiesta non può, pertanto, considerarsi domanda nuova, come tale inammissibile”.

Il danno da perdita di chance, precisa la Cassazione, non va dunque considerato come domanda diversa, poiché tale perdita è una componente dell’unico ed unitario diritto al risarcimento del danno insorto dall’illecito.

Ai fini della sua valutazione, dunque, è sufficiente, a parere dei giudici della Suprema Corte, aver formulato nella domanda richiesta di risarcimento di tutti i danni e aver allegato i fatti costitutivi di questa tipologia di danni, che, evidentemente, possono e devono essere specificamente allegati nell’atto introduttivo; ma anche, in una situazione di incertezza, emergere dall’espletamento dell’istruzione, specie se avvenuta mediante consulenza tecnica.

Alessandra Gentile

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*