La qualificazione giuridica degli oggetti da punta e da taglio

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La decisione in commento merita di essere segnalata per il contributo di chiarezza apportato in tema di armi, richiamando l’attenzione dell’interprete sulla necessità di un corretto inquadramento giuridico della detenzione e del porto di oggetti da punta e da taglio.

Con la pronuncia in esame, in particolare, la Suprema Corte ha rilevato come, per stabilire se i due coltelli rinvenuti presso l’abitazione del ricorrente potessero considerarsi alla stregua di armi proprie, il giudice di merito dovesse esaminarne attentamente le caratteristiche. Per quanto riguarda, in particolare, le armi “improprie, la dottrina (1) ce ne offre una definizione che le individua in tutti quegli strumenti idonei a rivelarsi, sebbene la loro destinazione naturale non sia l’offesa della persona, potenzialmente offensivi se utilizzati per scopi diversi da quelli loro propri. Al fine di poter cogliere la differenza fra armi “proprie” e  “improprie”, invero, occorre innanzitutto far riferimento alla definizione di armi “proprie” contenuta nell’art. 30 del R.D. 18 giugno 1931, n. 773 (Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza), secondo cui esse vanno individuate in “quelle da sparo e” in “tutte le altre la cui destinazione naturale è l’offesa alla persona, nonché” nelle “bombe”, in “qualsiasi macchina o involucro contenente materie esplodenti, ovvero” nei “gas asfissianti o accecanti”. L’indicazione delle armi “proprie non da sparo” (o “bianche”) come quelle destinate naturalmente all’offesa della persona è sottolineata anche dall’art. 704 cod. pen., attraverso il richiamo contenuto all’art. 585, capoverso, n. 1), dello stesso codice; norma, quest’ultima, che include nella generica nozione di armi, al punto n. 2 del medesimo capoverso, anche gli strumenti atti ad offendere, dei quali è dalla legge vietato il porto in modo assoluto, ovvero senza giustificato motivo. Anche gli strumenti da punta e da taglio “la cui destinazione naturale sia l’offesa alla persona” (quali pugnali, stiletti e simili) sono, quindi, annoverati fra le armi “proprie”; come tali sono definiti dall’art 45 del R.D. 6 maggio 1940 n. 635 (Regolamento per l’esecuzione del T.U. 18 giugno 1931, n. 773), ad integrazione del suindicato art. 30 del R.D. 18 giugno 1931, n. 773. Il porto di tali armi è, pertanto, assolutamente vietato e sanzionato con la pena dell’arresto dall’art. 699, cpv., cod. pen., le cui disposizioni sono fatte salve dall’art. 40 della legge n. 110 del 1975, e non con quella dell’ammenda prevista dal comma 3 dell’art. 4 di questa, riferendosi tale più lieve sanzione al porto delle così dette armi “improprie” (2). La capacità di offesa non costituisce, invero, l’unico elemento in base al quale sia possibile distinguere le “armi proprie non da sparo” (o “bianche”) da quelle “improprie”, quando si consideri che esistono strumenti appartenenti a tale ultima categoria che risultano dotati di offensività decisamente maggiore di quella caratterizzante alcune armi “bianche”: basti pensare, a titolo esemplificativo, a un coltello da survival (anche noto come “tipo Rambo”), che, dotato di lama che può essere anche poderosa e lunga fino a venticinque centimetri, potrebbe risultare senz’altro più pericoloso di un comune coltello a scatto (3). Per quanto riguarda, inoltre, le armi “proprie”, giova rilevare come il suindicato art. 45 del R.D. 6 maggio 1940 n. 635  escluda che possano rientrarvi gli strumenti da punta e da taglio aventi una specifica e diversa destinazione, benché utilizzabili occasionalmente per l’offesa, quali strumenti destinati al lavoro o ad uso domestico, agricolo, scientifico, sportivo, industriale e simili, con la conseguenza che essi potranno, al limite, essere considerati quali armi “improprie”. La Corte di Cassazione ha chiarito, invero, che il criterio da utilizzare per distinguere le armi proprie da quelle improprie è costituito dalla “destinazione dei singoli strumenti in un determinato ambiente sociale, alla stregua delle usanze, delle esperienze e dei costumi affermati in un certo momento storico”, escludendo, conseguentemente, dal novero delle armi proprie la balestra, il cui impiego avviene generalmente in occasione di manifestazioni folcloristiche e attività sportive (4). Per quanto riguarda, in particolare, le armi proprie da punta e da taglio, il cui porto senza licenza al di fuori della propria abitazione integra il reato di cui all’art. 699 cod. pen., la giurisprudenza di legittimità vi ha, per esempio, incluso la sciabola da samurai (5), il pugnale (6), il coltello a scatto detto “molletta” (7), la “katana”, caratteristica spada usata dai samurai giapponesi (8), e il coltello a serramanico munito di sistema di blocco della lama (9). La prima parte dell’articolo 4, comma secondo, della legge 18 aprile 1975 n. 110 indica specificamente alcuni oggetti (bastoni muniti di puntale acuminato, strumenti da punta o da taglio atti ad offendere, mazze, tubi, catene, fionde, bulloni e sfere metalliche) costituenti armi “improprie”, il cui porto costituisce reato alla sola condizione che avvenga senza giustificato motivo, mentre gli altri oggetti cui si riferisce genericamente l’ultima parte della citata norma (qualsiasi altro strumento non considerato espressamente come arma da punta o da taglio) vanno annoverate fra le armi “improprie” solo se appaiano, oltre che portati senza giustificato motivo, chiaramente utilizzabili, tenuto conto delle circostanze di tempo e di luogo, per l’offesa alla persona (10). È appena il caso di rilevare che, in relazione ai suindicati oggetti, la citata disposizione normativa potrebbe indurre l’interprete a ritenere erroneamente di trovarsi di fronte a una sorta di praesumptio iuris et de iure di potenziale offensività degli stessi, idonea ad esonerare l’organo giudicante da ogni ulteriore verifica in ordine alla loro natura: evidentemente, invece, al pari di ogni altra  “arma impropria”, anche tali oggetti dovranno essere valutati nella loro concreta attitudine all’offesa della persona, avendo la suindicata disposizione natura meramente esemplificativa (11). Superfluo sottolineare, a questo punto, che la evidente eterogenità dei suindicati oggetti impone di interpretare la locuzione “da punta o da taglio” contenuta nell’art. 4, comma 2°, della legge 18 aprile 1975 n. 110 (“…nonché qualsiasi altro strumento considerato espressamente come arma da punta o da taglio…”) come riferita, non già al termine “strumento”, ma  al sostantivo “arma”, essendo le “armi improprie” costituite, non solo da quelle da punta o da taglio, ma anche da ogni altro oggetto non appuntito né tagliente idoneo all’offesa (12). Significativo, al riguardo, l’orientamento della Corte di Cassazione, secondo cui perfino un manico di scopa può costituire “arma impropria”, ai sensi dell’art. 4, comma secondo, legge 18 aprile 1975 n. 110, “per il quale rientra in questa categoria qualsiasi strumento, che, nelle circostanze di tempo e di luogo in cui sia portato, sia potenzialmente utilizzabile per l’offesa della persona” (13). L’elenco delle armi “improprie”, poi, risulta ulteriormente ampliato dal Decreto Legislativo 26/10/2010, n. 204 (Attuazione della direttiva 2008/51/CE, che modifica la direttiva 91/477/CEE sul controllo dell’acquisizione e della detenzione di armi), che vi ha inserito (modificando il suindicato art. 4  della legge 18 aprile 1975 n. 110) anche gli storditori elettrici, gli altri analoghi apparecchi in grado di erogare una elettrocuzione, nonché i puntatori laser o gli oggetti con funzione di puntatori laser entro certi limiti. Può affermarsi, pertanto, che l’individuazione delle “armi improprie” passi, in linea di massima, attraverso la verifica di due requisiti, il primo dei quali di tipo naturalistico, costituito dall’attitudine all’offesa, e l’altro di carattere normativo, rappresentato dal divieto di porto senza giustificato motivo (14). Si tratta di requisiti la cui sussistenza va evidentemente accertata in concreto: basti considerare che la verifica dei motivi da cui dipende la qualificazione di uno strumento quale “arma impropria” potrebbe fondarsi, per esempio, sulla sola valutazione del rapporto, anche psicologico, che leghi l’oggetto stesso a colui che lo porti con sé, laddove, di contro, per escluderne l’attitudine all’offesa, potrebbero non bastare le sue ridotte dimensioni (15). Riguardo al “gistificato motivo”, invero, la girurisprudenza di legittimità (16) lo ha individuato nei soli casi in cui “particolari esigenze dell’agente siano perfettamente corrispondenti a regole comportamentali lecite relazionate alla natura dell’oggetto, alle modalità di verificazione del fatto, alle condizioni soggettive del portatore, ai luoghi dell’accadimento, alla normale funzione dell’oggetto”. Non sempre, tuttavia, è facile accertare il motivo del porto di un determinato strumento: infatti, a fronte della possibilità di agevole individuazione di tale motivo nei casi in cui si tratti di persone immediatamente inquadrabili nell’ambito di una determinata categoria (contadino, cuoco, boscaiolo e via discorrendo), anche in considerazione dello specifico  oggetto di cui si sia accertato il porto, il motivo per cui un soggetto porti con sé un determinato strumento non appare facilmente accertabile quando si tratti di persone non legate da un particolare rapporto ad oggetti finalizzati allo svolgimento di operazioni non ancora eseguite, come, per sempio, la raccolta di fiori. La difficoltà di dimostrare l’intenzione di compiere operazioni del genere, con conseguente difficoltà di fornire la prova del porto di strumenti da punta e da taglio per giustificato motivo, rende non condivisibile l’orientamento giurisprudenziale secondo cui “il giustificato motivo rilevante ai sensi dell’art. 4 della legge 18 aprile 1975, n. 110, […] è […] quello espresso immediatamente, in quanto riferibile all’attualità e suscettibile di una immediata verifica da parte dei verbalizzanti” (17). Così come desta non poco sconcerto l’indirizzo della giurisprudenza di legittimità che pone a carico dell’imputato l’onere della prova riguardo al giustificato motivo, dovendo altrimenti il porto di coltello ritenersi sempre proibito a norma dell’art. 4 della legge 18 aprile 1975 n. 110 (18). Sul versante, invece, dell’attitudine all’offesa, si ritiene utile segnalare l’orientamento della dottrina (19) secondo cui detta attitudine può escludersi quando, facendo ricorso a massime di comune esperienza, si accerti che lo strumento di cui si sia verificato il porto senza giustificato motivo venga generalmente usato per scopi diversi dall’offesa e che la lesione dallo stesso eventualmente prodotta possa derivare anche da un colpo inferto a mani nude. Lo strumento portato senza giustificato motivo, infatti, dovrebbe rivelarsi idoneo a produrre lesioni di entità superiore rispetto a quelle potenzialmente derivanti dall’ordinario esercizio della forza fisica. Giova rilevare come la Corte costituzionale (20) abbia chiarito che l’art. 4 della legge 18 aprile 1975 n. 110 “non appare […] di contenuto non predeterminato” e, come tale, non viola il principio di legalità sancito dall’art. 25 Cost., “perché stabilisce invece specifici criteri di individuazione delle stesse armi improprie (idoneità degli strumenti all’offesa alle persone – non equivocità del proposito di arrecare tale offesa)”. Del resto, “in relazione ai fini che il legislatore persegue (da accertarsi con riferimento al bene tutelato, elemento essenziale della norma penale), le norme penali possono ben limitarsi a una descrizione sommaria, o all’uso di espressioni meramente indicative estensive o esemplificative, per realizzare nel miglior modo possibile l’esigenza di una previsione tipica del fatto-reato. Spetta poi all’interprete inserire il caso concreto nella fattispecie normativa, anche se non molto ampia e di non un agevole delimitazione”. Il concetto di “arma impropria” ha conosciuto, in giurisprudenza, un ampliamento impressionante, quando già si consideri che in tale nozione è stata, per esempio, inclusa perfino una stampante (21). Non è inopportuno, per ragioni di completezza espositiva, rilevare che l’ultimo comma dell’art. 4 della legge 18 aprile 1975 n. 110 esclude dalla categoria delle “armi improprie” “le aste di bandiere, dei cartelli e degli striscioni usate nelle pubbliche manifestazioni e nei cortei”, oltre che “gli altri oggetti simbolici usati nelle stesse circostanze, salvo che non vengano adoperati come oggetti contundenti”. Per quanto riguarda gli oggetti da punta e da taglio, giova inoltre rilevare che la giurisprudenza di legittimità ha definito quale arma “propria” il coltello con apertura a scatto o “molletta”, giacché munito di lama azionabile in modo meccanico, attraverso un congegno che lo rende assimilabile a un pugnale o a uno stiletto e non a un semplice coltello, a differenza del coltello a serramanico, che costiuisce “arma impropria”, non disponendo di un medesimo meccanismo destinato a consentirne la rigida fissazione al manico della lama estratta (22). La Corte di Cassazione ha, invece, ritenuto che vanno annoverate fra le “armi improprie” i seguenti strumenti da punta e da taglio: una siringa completa di ago (23), un pugnale utilizzato quale ausilio per l’attività di pesca subacquea (24), un “taglierino” (25) e un machete (26). È appena il caso di rilevare che, diversamente dal pugnale, considerato arma “propria”, il coltello è uno strumento che la giurisprudenza fa rientrare in genere nella categoria delle armi “improprie”; esso è composto da una lama con un tagliente (la cui punta può anche non essere acuminata) e da un manico. Il pugnale, di contro, è caratterizzato da due taglienti e da una punta a lancia. La distinzione tra coltello e pugnale, tuttavia, potrebbe non avere alcuna rilevanza pratica non appena si consideri che, per esempio, il coltello da macellaio, pur essendo caratterizzato da un solo tagliente, si presenta generalmente così affilato e appuntito da risultare micidiale al pari di un pugnale. Il coltello può essere munito di lama fissa, vale a dire fissata in modo rigido e permanente al manico, o pieghevole, cioè mobile e serrabile all’interno dell’impugnatura (c.d. coltello “a serramanico”) con possibilità, il più delle volte, di bolcco della lama stessa per evitare che essa si pieghi durante l’uso, cagionando lesioni alle mani di colui che impugni tale strumento. Fra i coltelli pieghevoli rientrano anche quelli “a farfalla”, di cui si è occupata la Corte di Cassazione con la sentenza in commento. Si tratta di coltelli muniti di impugnatura divisa longitudinalmente in due parti, al cui interno è custodita una lama, che può essere estratta facendo in modo che tali parti compiano una rotazione di centottanta gradi, con conseguente formazione di un coltello costituito da lama e da manico. Il coltello a farfalla, denominato anche Butterfly o Balisong, è di origine filippina, essendo una delle armi tradizionali del Kali, un’arte marziale filippina. Val la pena, a questo punto, di soffermarsi sul condivisibile iter logico – giuridico seguito dalla Suprema Corte per giungere alla decisione in esame. Ad attenta analisi, infatti, non poteva la sentenza del Tribunale di Livorno non essere annullata per carenza motivazionale in ordine alla qualificazione giuridica dei due cortelli a farfalla rinvenuti presso l’abitazione dell’imputato. Si tratta, infatti, di coltelli la cui qualificazione varia a seconda del tipo di lama di cui essi risultino muniti, dovendo considerarsi alla stregua di armi proprie solo se caratterizzati da lama a doppio tagliente con punta acuminata (equiparabile, come tale, a quella di un pugnale). Del resto, la giurisprudenza di legittimità richiamata dal Tribunale di Livorno, secondo la quale il coltello a farfalla, nella misura in cui possa ritenersi assimilabile al coltello a serramanico “con blocco della lama”, costituisce arma propria, entra in frizione irreversibile con un’altra sentenza della Corte di Cassazione, secondo cui “il coltello a serramanico dotato di blocco della lama è qualificabile come arma impropria, il cui porto è punito dall’art. 4 della l. n. 110 del 1975, o, in alternativa, come arma propria, il cui porto è, invece, punito dall’art. 699 cod. pen. in relazione alla presenza o all’assenza della punta acuta e della lama a due tagli, essendo, questi, elementi che costituiscono caratteristica tipica delle armi bianche corte, mentre a nulla rilevano, a tal fine, le particolarità di costruzione dello strumento” (27). Neppure va sottaciuto, infine, che l’annullamento della sentenza del Tribunale di Livorno si innesta nel solco tracciato da una precedente sentenza (28), con la quale la Suprema Corte aveva chiarito che “l’omesso accertamento delle caratteristiche del coltello comporta vizio della motivazione in ordine alla relativa quaestio facti la quale rileva ai fini della definizione giuridica della condotta, a fronte della alternativa tra la ipotesi contravvenzionale di cui all’art. 699 c.p. (nel caso di arma propria) e quella di cui alla L. 18 aprile 1975, n. 110, art. 4 (nel caso di strumento da punta e/o da taglio atto ad offendere)”.


CENNI BIBLIOGRAFICI

 

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Procolo Ascolese

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