Atto di citazione sulla responsabilità extracontrattuale della P.A.

11,293 Visite totali, 12 visite odierne

Traccia

In data 15 giugno 2017 Tizio, alla guida del proprio ciclomotore, si dirige verso Piazza Roma impegnato nella sua attività di portalettere.

Improvvisamente, un cane di grossa taglia sbuca da una traversa, avventandosi contro Tizio e facendolo cadere dal motociclo.

Nel frattempo dei passanti, testimoni dell’accaduto, dopo aver aiutato Tizio a rialzarsi, contattano immediatamente l’ambulanza, che trasporta l’uomo all’Ospedale Alfa.

Effettuati i dovuti accertamenti, gli vengono diagnosticati una frattura al braccio sinistro e diverse escoriazioni da morso da cane, con una prognosi di venti giorni.

Successivamente Tizio viene a sapere che il cane che lo aveva aggredito era randagio e che il Comune Beta non aveva, di fatto, adottato tutte le misure necessarie previste dalla legge, al fine di prevenire il dilagare di tale fenomeno, così come allo stesso delegate dalla Legge Regionale.

In considerazione del fatto che Tizio non potrà più svolgere, per almeno venti giorni, la propria attività lavorativa e che dovrà anche sostenere ingenti spese mediche per la frattura del braccio, lo stesso decide di rivolgersi al proprio legale per verificare se sussistano i presupposti per agire in giudizio contro l’Amministrazione comunale al fine di ottenere il risarcimento dei danni subiti e subendi.

Il candidato, assunte le vesti del legale di Tizio, rediga l’atto giudiziario più idoneo a tutelare le ragioni del proprio assistito.

TRIBUNALE DI …

ATTO DI CITAZIONE

Tizio, nato a …. il …. e residente in …. , via …., n. …. , C.F. …. elettivamente domiciliato in …. , Via …. presso lo studio dell’Avv. …. (C.F. …. – fax …. – pec. ….), che lo rappresenta e difende giusta procura in calce al presente atto

Contro

Comune di Beta, con sede in …, Via …, n. …, in persona del Sindaco pro-tempore, con sede in …, Via …, n. …

e

l’ASL di Beta, in persona del direttore generale pro tempore, con sede in …, Via …, n. …

Premesso che

In data 15 giugno 2017 Tizio, alla guida del proprio ciclomotore nella sua attività di portalettere, dirigendosi verso Piazza Roma veniva aggredito da un cane di grossa taglia.

Il cane, sbucando da una traversa, si avventava contro Tizio, facendolo cadere dal motociclo.

Soccorso dai passanti e dai sanitari del 118, Tizio veniva immediatamente trasportato in ambulanza presso l’Ospedale Alfa, dove, a seguito dei dovuti accertamenti, gli venivano diagnosticati una frattura al braccio sinistro e diverse escoriazioni da morso da cane, con una prognosi di venti giorni.

Tale circostanza comportava, per l’odierno attore, l’impossibilità di svolgere la propria attività lavorativa per almeno venti giorni (come si deduce dalla relazione medica di parte allegata, oltre che dalle certificazioni mediche)  oltre che ingenti spese mediche per le cure necessarie.

Era emerso, inoltre, che il cane che lo aveva aggredito era randagio e che il Comune Beta avesse omesso di adottare tutte le misure necessarie imposte dalla legge al fine di prevenire il dilagare di tale fenomeno.

La pretesa di Tizio è fondata ed egli ha, pertanto, interesse ad adire l’autorità giudiziaria per i seguenti motivi di

Diritto

In primo luogo, è evidente una responsabilità del Comune convenuto nel presente giudizio per aver omesso e trascurato di adottare i provvedimenti e le cautele idonee a rimuovere il potenziale pericolo rappresentato dai cani randagi.

Al riguardo, infatti, la L. n. 281/1991 affida il dovere istituzionale di prevenire il fenomeno del randagismo alle amministrazioni comunali, le quali sono tenute a porre in essere tutte le attività necessarie a tal fine.

Tale previsione normativa trova la propria ratio proprio nella finalità di evitare che gli animali in questione possano arrecare danno, in qualunque maniera, ai cittadini residenti nel territorio dell’ente pubblico.

Nel caso di specie, emerge chiaramente la sussistenza dell’elemento psicologico ai fini dell’affermazione della responsabilità di cui all’art. 2043 cod. civ. degli enti citati, che è da ravvisarsi nell’onere omesso e trascurato di adottare gli atti necessari a rimuovere i possibili pericoli derivanti dai cani randagi presenti sul territorio interessato.

È del tutto evidente, infatti, che il Comune di Beta abbia omesso di adottare le più elementari cautele al fine di evitare che gli animali randagi presenti nel territorio di propria competenza potessero circolare liberamente.

Tale condotta integra, senza dubbio, un fatto illecito, quanto meno colposo; di conseguenza, ai sensi dell’art. 2043 c.c., obbliga colui che ha commesso il fatto al risarcimento del danno.

In secondo luogo, è altresì evidente la sussistenza del nesso di causalità tra la condotta omissiva del Comune ed il verificarsi del danno patito da Tizio.

Sotto questo profilo, infatti, risulta provato che la caduta di Tizio dal ciclomotore, sia stata conseguenza diretta dell’aggressione del cane randagio, sbucato improvvisamente dalla traversa.

Tale evento, peraltro, non si sarebbe verificato nel caso in cui il Comune avesse adottato le misure necessarie al fine di evitare i danni provocati dagli animali randagi nel territorio di sua competenza, adempiendo agli obblighi imposti dalla Legge in materia.

A questo proposito, è la stessa giurisprudenza di legittimità ad affermare che «i compiti di organizzazione, prevenzione e controllo dei cani vaganti spettano ai Comuni, tenuti anch’essi, in correlazione con gli altri soggetti pubblici (e non) indicati dalla legge, ad adottare concrete iniziative e assumere provvedimenti volti ad evitare che animali randagi possano arrecare danno alle persone nel territorio di competenza. Il Comune risponde delle aggressioni subite dal cittadino dai cani randagi. Spettano, infatti, all’ente locale i compiti di organizzazione, prevenzione e controllo degli animali vaganti, smarriti o scomparsi» (Cass. civ., sez. III, 23.08.2011, n. 17528; Cass. civ., sez. III, 28.04.2010, n. 10190).

Sul punto, la Suprema Corte, in un’ipotesi simile ha recentemente affermato che: « il Comune deve rispondere dei danni patiti da un ciclomotorista aggredito da un cane randagio durante la marcia del mezzo, atteso che l’ente territoriale – ai sensi della legge-quadro 14 agosto 1991, n. 281 e delle leggi regionali in tema di animali di affezione e prevenzione del randagismo – è tenuto, in correlazione con gli altri soggetti indicati dalla legge, al rispetto del dovere di prevenzione e controllo del randagismo sul territorio di competenza» (Cass. civ., sez. III, 12.02.2015, n. 2741).

Inoltre, la più recente sentenza della Suprema Corte, la n. 15167 del 20 giugno 2017  sottolinea come in un caso analogo al presente, la stessa Corte ha di recente ritenuto (in tal senso confermando e puntualizzando i principi di diritto sostanzialmente già enunciati nei precedenti in materia: cfr., in particolare, le citate: Cass. civ., sez. III, 23.08.2011, n. 17528 e sentenza n. 10190 del 28/04/2010) «che la responsabilità per i danni causati dai cani randagi spetti esclusivamente all’ente, o agli enti, cui è attribuito dalla legge (ed in particolare dalle singole leggi regionali attuative della legge quadro nazionale n. 281/1991) il compito di prevenire il pericolo specifico per l’incolumità della popolazione connesso al randagismo, e cioè il compito della cattura e della custodia dei cani vaganti o randagi (così Cass. civ., sez. III, 18.05.2017, n. 12495).

Inoltre, deve considerarsi responsabile in via solidale con il Comune di Beta dei danni arrecati a Tizio anche l’ASL territorialmente competente: entrambi i soggetti, infatti, sono destinatari di obblighi specifici di prevenzione e controllo del randagismo, previsti dalla citata legge-quadro in materia di animali di affezione e prevenzione del randagismo n. 281/91 e dalle singole leggi regionali di attuazione (si veda Cass. civ., sez. III, 28.04.2010, n. 10190).

Infine, sono, altresì, evidenti i danni subiti da Tizio, sia di natura patrimoniale che non patrimoniale, per i quali si richiede l’integrale risarcimento da parte dell’odierno convenuto.

In particolare, il danno patrimoniale si configura come danno emergente e lucro cessante, che vanno identificati nel mancato guadagno derivante dall’impossibilità di attendere alla propria attività lavorativa, oltre le spese per le cure mediche necessarie per un importo pari a euro…, cui vanno aggiunte le ulteriori spese da sostenere fino alla guarigione completa.

Infine, al danno di natura patrimoniale va aggiunto il danno non patrimoniale, inteso come danno biologico sofferto da Tizio, per un importo pari a euro …, come quantificato dalla relazione medico-legale allegata.

Tutto ciò premesso, Tizio, come sopra rappresentato e difeso,

Cita

il Comune di Beta, con sede in …, Via …, n. …, in persona del Sindaco pro-tempore,

e

l’ASL di Beta, in persona del direttore generale pro tempore, con sede in …, Via …, n. …,

a comparire innanzi al Tribunale di …, ore e locali soliti, Sezione e Giudice designandi, all’udienza del … con invito a costituirsi almeno venti giorni prima dell’udienza come sopra fissata e con avvertimento che, in difetto di costituzione incorreranno nelle decadenze di cui agli artt. 38 e 167 c.p.c., e si procederà in loro contumacia, per ivi sentire accogliere le seguenti

Conclusioni

Voglia l’Ill.mo Tribunale adito, disattesa ogni contraria istanza, eccezione e difesa,

– In via preliminare, riconoscere e dichiarare la responsabilità del Comune di Beta, e dell’ASL di Beta, ex art. 2043 cod. civ. per il danno subito da Tizio, a seguito dell’evento sopra descritto, in quanto Enti preposti per legge al controllo e alla prevenzione del randagismo, al fine della tutela della salute pubblica e dell’ambiente;

– Per l’effetto, condannare gli Enti convenuti, in solido, al risarcimento di tutti i danni subiti e subendi dall’istante di natura sia patrimoniale che non patrimoniale e quantificabili in € …, nonché al pagamento delle spese e dei compensi del presente giudizio da distrarsi in favore del sottoscritto avvocato, il quale dichiara di aver anticipato le prime e di non aver ancora riscosso i secondi.

In via istruttoria, si chiede volersi ammettere prova testimoniale con il Sig …. , residente in … , Via …, n. …; il Sig. …, residente in …, Via … , n. … , sui seguenti capitoli di prova:

1) «Vero o no che …»

2) «Vero o no che …»

3) «Vero o no che …»

Si chiede, inoltre, in caso di contestazione relativa al quantum debeatur, volersi disporre CTU medica per l’accertamento delle lesioni subite, nonché la misura e l’incidenza dei postumi.

Si producono:

  • rilievi del sinistro effettuati ad opera della Polizia Municipale di …;
  • referti medici rilasciati dall’Ospedale Alfa;
  • documentazione attestante le spese mediche sostenute;
  • relazione medico – legale a firma del dott. … ;

Con riserva di articolare ulteriori mezzi istruttori e produrre documenti.

Ai fini del contributo unificato si dichiara che il valore della causa è pari ad euro …

… , lì …

                 Avv. …

PROCURA

Il sottoscritto Tizio, nato a …. , il …. , residente in …. , Via…, C.F. …. delega l’Avv. …. , del Foro di …. , C.F. …. , pec …. , a rappresentarlo e difenderlo in ogni fase e grado del presente giudizio, compresa quella di merito ed esecutiva, conferendogli ogni e più ampia facoltà di legge quale, a titolo esemplificativo e non esaustivo, conciliare, transigere, quietanzare, incassare somme, chiamare in causa terzi, proporre domande riconvenzionali, nominare sostituti in udienza ed indicare domiciliatari.

Elegge domicilio presso lo studio dello stesso avvocato in …. , via ….

Dichiara, inoltre, di avere ricevuto le informazioni di cui agli artt. 7 e 13 del D. Lgs. 30 giugno 2003, n. 196 e presta il proprio consenso al trattamento dei dati personali per l’espletamento del mandato conferito, nonché di essere stato informato in forma scritta ai sensi dell’art. 4, comma 3 D. Lgs. 28/2010 della possibilità di ricorrere al procedimento di mediazione ivi previsto, dei casi in cui lo stesso è condizione di procedibilità della domanda giudiziale nonché dei benefici fiscali previsti dagli artt. 17 e 20 del medesimo Decreto Legislativo.

Dichiara di essere stato informato ai sensi dell’art. 2, comma 7 della possibilità di ricorrere alla convenzione di negoziazione assistita da uno o più avvocati prevista dal D.L. 132/2014, dei casi in cui la stessa è obbligatoria e della disciplina della stessa.

… , lì …

Tizio

Vera e autentica la firma

Avv. ….

GLI ISTITUTI DI DIRITTO RILEVANTI DEL CASO

Gli istituti di diritto sostanziale e processuale rilevanti nel caso di specie sono:

– l’atto di citazione ex art. 163 c.p.c.

– i danni da randagismo;

– il riparto della responsabilità tra Comuni e ASL;

– la tesi della responsabilità extracontrattuale della P.A;

– il danno patrimoniale e non patrimoniale.

L’atto di citazione ex art. 163 c.p.c.

L’atto di citazione rappresenta, insieme al ricorso, l’atto introduttivo di primo grado.

È un atto processuale scritto, proposto da colui che avanza la domanda giudiziale (denominato attore) e si rivolge a due distinti soggetti: il convenuto e il Giudice.

Il contenuto dell’atto di citazione è disciplinato dall’art. 163 c.p.c., che al terzo comma, in particolare, stabilisce – ai punti dal n. 1 al n. 7 – i requisiti essenziali richiesti per la validità ed efficacia di tale atto.

Tali requisiti, in concreto, vanno distinti, da un lato, in quelli che contribuiscono a specificare la c.d. vocatio in ius, ossia a costituire il rapporto processuale in contraddittorio con le altre parti del giudizio e, dall’altro lato, in quelli che integrano la c.d. edictio actionis, ossia che consentono di individuare la situazione sostanziale oggetto della pronuncia richiesta al Giudice adito.

Per una corretta formulazione della vocatio in ius, l’atto di citazione deve necessariamente contenere i seguenti elementi:
l’indicazione dell’autorità giudiziaria adita, ovvero il Tribunale davanti al quale la domanda è proposta (art. 163, terzo comma, n. 1, c.p.c.);  il nome, cognome, e la residenza dell’attore e del convenuto o, in caso di enti collettivi, la denominazione o la ditta, con l’indicazione dell’organo o ufficio che ne ha la rappresentanza in giudizio (art. 163, terzo comma, n. 2, c.p.c.);  l’indicazione della data dell’udienza di prima comparizione e l’invito al convenuto a costituirsi tempestivamente ( art. 163, terzo comma, n. 7, c.p.c.).

Più specificamente, la citazione deve prevedere: l’indicazione al convenuto di comparire dinanzi all’autorità giudiziaria competente, in una data fissa, prescelta dall’attore in conformità alle disposizioni con cui il Presidente del Tribunale competente ha stabilito i giorni e le ore delle udienze destinate alle comparizioni delle parti;  l’avvertimento che, in difetto di tale costituzione nel termine di venti giorni antecedenti tale udienza, il convenuto incorrerà nelle preclusioni di cui all’art. 167 c.p.c. (come novellato dall’art. 2, comma 3-quinquies, del D.L. 14 marzo 2005 n. 35, convertito con modificazioni nella legge 14 maggio 2005 n. 80) e, secondo quanto recentemente previsto dal legislatore con la riforma del codice di rito, approvata con la legge 18 giugno 2009 n. 69, dell’art. 38 c.p.c., in materia di eccezione di incompetenza.

Deve contenere, inoltre, il nome e il cognome del procuratore e l’indicazione della procura; tale indicazione si impone alla luce della circostanza che nel processo civile dinanzi al Tribunale è obbligatoria l’assistenza tecnica del difensore.

Riguardo i requisiti previsti per la corretta formulazione dell’edictio actionis, l’art. 163 c.p.c. stabilisce, poi, che la citazione deve ricomprendere i seguenti elementi: la determinazione della cosa oggetto della domanda (art. 163, terzo comma, n. 3, c.p.c.), ossia il c.d. petitum.

In particolare, con il termine petitum si intendono due distinti contenuti della domanda: da un lato, il cosiddetto petitum immediato, il quale rappresenta il provvedimento che si chiede al Giudice, dall’altro lato, il cosiddetto petitum  mediato, che è la situazione sostanziale dedotta alla cognizione del Giudice adito.

Quindi, deve contenere l’esposizione dei fatti e degli elementi di diritto costituenti le ragioni della domanda con le relative conclusioni (art. 163, terzo comma, n. 3, c.p.c.), ossia l’allegazione della c.d. causa petendi.

La causa petendi è rappresentata dai fatti costitutivi del diritto fatto valere dall’attore e dall’individuazione delle norme riconducibili ai fatti allegati, ai fini del riconoscimento della tutela giuridica richiesta.

Inoltre, fondamentale  importanza assume la formulazione delle conclusioni di parte, che, individuando il contenuto del provvedimento richiesto, esplicitano la richiesta dell’attore al Giudice.

In particolare, le conclusioni e gli ulteriori elementi dell’edictio actionis costituiscono e determinano il contenuto tipico e necessario della domanda giudiziale.

Inoltre, si richiede: l’indicazione specifica dei mezzi di prova dei quali l’attore intende valersi e in particolare dei documenti che offre in comunicazione (art. 163, terzo comma, n. 5, c.p.c.).

Si tratta di un’indicazione facoltativa, anche dopo la riforma dell’art. 183 c.p.c., non maturando alcuna preclusione o decadenza a carico della parte che omette di formulare tale allegazione istruttoria nel proprio atto di citazione. Infatti, i numeri 1 e 2 del sesto comma dell’art. 183 c.p.c., prevedono la facoltà delle parti, ove richiesto, di produrre in atti ulteriori documenti, nonché formulare separata e nuova indicazione specifica dei mezzi di prova di cui intendono avvalersi.

I danni da randagismo

Si tratta dei danni derivanti da un fenomeno piuttosto diffuso nella società attuale: il randagismo, con cui si indica la condizione in cui si ritrovano gli animali domestici che vengono abbandonati o sono stati smarriti e che si trovano, quindi, a vagare per proprio conto.

In Italia la disciplina di riferimento è contenuta nella Legge 281/91 recante «Legge-quadro in materia di animali di affezione e prevenzione del randagismo».

L´art. 2 di tale legge, in particolare, si occupa della distribuzione delle competenze che vengono ripartite tra i Comuni ed i Servizi veterinari dell’unità sanitaria locale (ASL).

Più specificamente, ai Comuni è affidata la costruzione, sistemazione e gestione dei canili e rifugi per cani; le ASL svolgono, invece, le attività di profilassi e controllo igienico-sanitario e di polizia veterinaria.

L´art. 3 infine, attribuisce alle singole Regioni il compito di disciplinare, con legge propria, le misure di attuazione delle funzioni attribuite ai Comuni ed alle ASL e, in attuazione di tale delega, ciascuna Regione ha, poi, adottato proprie leggi in materia, nelle quali tendenzialmente vengono affidate le più ampie competenze di controllo e recupero dei cani randagi ai servizi veterinari delle ASL, lasciando ai singoli Comuni compiti di vigilanza e controllo.

Il riparto di responsabilità tra Comuni e ASL

Alla luce della normativa evidenziata, si è avuta anche un’evoluzione nell’orientamento giurisprudenziale.

In un primo momento, infatti, l’orientamento prevalente tendeva ad attribuire alle ASL la legittimazione passiva esclusiva, nei giudizi aventi ad oggetto il risarcimento per i danni provocati da animali randagi.

Questo orientamento giurisprudenziale escludeva la responsabilità dei Comuni, riconoscendola soltanto in capo alle ASL.

Il fondamento giuridico veniva rinvenuto nel riconoscimento in capo alle ASL di una propria autonomia amministrativa oltre che di una legittimazione sostanziale e processuale, con la conseguenza che non è legittimamente possibile far ricadere sull’ente locale il giudizio di imputazione dei danni subiti dal soggetto aggredito da un randagio.

Dall’altro lato, va dichiarato il difetto di legittimazione passiva degli enti locali rispetto ai giudizi civili di risarcimento per danni subiti da animali randagi, con la conseguente esclusione della configurabilità della responsabilità dell’ente locale, ex art. 2043 c.c., per omessa vigilanza e controllo del fenomeno del randagismo, ovverosia per non aver eliminato, con opportuni provvedimenti, il potenziale pericolo rappresentato dai randagi.

La tesi della legittimazione esclusiva delle ASL, tuttavia, aveva sollevato notevoli dubbi e perplessità , con la conseguenza che la giurisprudenza  aveva iniziato a propendere per la tesi della responsabilità solidale di Comune ed ASL.

Argomento centrale di tale tesi è la considerazione che la violazione delle norme di legge sul randagismo – che impongono ai Comuni di assumere provvedimenti per evitare che gli animali randagi arrechino disturbo alle persone nell’ambito territoriale di competenza – è fonte dell’obbligo dei Comuni di risarcire i danni che tali animali abbiano causato ai passanti.

Tale orientamento, peraltro, non fa altro che applicare quelle che sono le norme della citata Legge n. 281/1991 e delle conseguenti leggi regionali in materia.

Secondo tale normativa il Comune ha, infatti, l’obbligo di vigilare costantemente sulla presenza di cani randagi sul proprio territorio, adottando tutti gli opportuni provvedimenti al fine di evitare che gli animali randagi possano arrecare danno alle persone.

Tale obbligo diventa ancora più cogente se all’ente locale risultano pervenute specifiche segnalazioni da parte dei cittadini sulla presenza di randagi.

La tesi della responsabilità extracontrattuale della P.A.

La giurisprudenza maggioritaria, nel caso in esame, ovvero di danni cagionati da cani randagi, propende per l’applicazione del modello di responsabilità extracontrattuale ex art. 2043 cod. civ., con il conseguente meccanismo probatorio.

Un’altra parte della giurisprudenza, tuttavia, ritiene che la Pubblica Amministrazione possa essere chiamata in causa a titolo di responsabilità oggettiva ex art. 2052 c.c.

L’art. 2052 c.c., in particolare, prevede una presunzione di responsabilità in capo al proprietario/utilizzatore dell’animale per i danni da quest’ultimo arrecati.

L’unica ipotesi di esclusione di tale responsabilità per il soggetto è prevista solo nel caso in cui questi riesca ad invocare validamente il caso fortuito.

I sostenitori di tale orientamento ritengono, pertanto, che la Pubblica Amministrazione può essere l’unico soggetto capace di fronteggiare il rischio legato al randagismo mediante l’adozione di provvedimenti idonei attraverso un intervento in sede preventiva.

La tesi della natura extracontrattuale della responsabilità si fonda sull’assunto che in capo alla Pubblica Amministrazione non è rinvenibile quella disponibilità giuridica e di fatto idonea all’esercizio di un potere di controllo.

In altre parole, sarebbe eccessivo rivolgersi al Comune in termini di sua responsabilità oggettiva ex art. 2052 c.c., posto che – sebbene oggi la fauna selvatica rientri nel patrimonio dello Stato – la natura dei randagi impedisce, di fatto, la configurazione di una posizione di proprietà in capo alla Pubblica Amministrazione.

In applicazione della norma primaria del neminem ledere di cui all’art. 2043 c.c la P.A. è considerata responsabile per i danni causalmente riconducibili alla violazione dei comportamenti dovuti, i quali costituiscono limiti esterni alla sua attività discrezionale.

La P.A. è, infatti, tenuta ad una diligenza particolarmente qualificata  nel suo comportamento, al fine di evitare o, quantomeno, ridurre i rischi connessi all’attività di attuazione delle funzioni ad essa attribuite.

Tale comportamento, peraltro, rientra nel più generale obbligo di buona fede o correttezza, espressione del principio di solidarietà sociale costituzionalmente garantito, in base al quale il soggetto è tenuto a mantenere nei rapporti della vita di relazione un comportamento leale, e dalla cui violazione conseguono profili di responsabilità di natura extracontrattuale, per i falsi affidamenti anche solo colposamente ingenerati nei terzi.

Tali principi trovano applicazione anche in tema di danni da randagismo.

Nell’ipotesi in cui si verifica un danno che la norma violata tende a prevenire, assume particolare rilevanza la considerazione del comportamento dovuto dalla P.A. e della condotta tenuta; il nesso di causalità relativamente ai danni conseguenti a quest’ultima rimane presuntivamente provato.

Il danno patrimoniale e non patrimoniale

I danni subiti da Tizio sono sia di natura patrimoniale che di natura non patrimoniale.

In particolare, il danno di natura patrimoniale comprende: il danno emergente, consistente nelle spese necessarie per le cure mediche alle quali Tizio è stato costretto a sottoporsi, oltre a quelle ulteriori che dovranno essere sostenute fino a completa guarigione. Poi comprende il danno da lucro cessante, inteso come il mancato guadagno derivante dall’impossibilità di attendere alla propria attività lavorativa.

Il danno non patrimoniale, invece, può ricomprendere il danno alla salute fisica o psichica, danni morali, danni relativi ad aspetti della personalità umana diversi dalla salute e riconosciuti dalla Costituzione.

In particolare, il risarcimento del danno patrimoniale ex art. 2043 c.c. è connotato da atipicità, postulando la lesione di qualsiasi interesse giuridicamente rilevante. Il risarcimento del danno non patrimoniale è, invece, connotato da tipicità, perché tale danno è risarcibile solo nei casi determinati dalla legge e nei casi in cui sia cagionato da un evento di danno consistente nella lesione di specifici diritti inviolabili della persona.

Il danno non patrimoniale deve essere, in ogni caso, integralmente risarcito con un sistema in cui si evitino duplicazioni con altre voci di danno non patrimoniale accomunate dalla medesima fonte causale.

Sandra Domenica Bucolo

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*