Modello di richiesta di revisione dell’assegno di divorzio: non più “tenore di vita analogo”, ma “autosufficienza economica”

Bride and groom figurines standing on two separated slices of wedding cake

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 (Cass. civ., sez. I, 10.05.2017, n. 11504, pres. Di Palma, rel. Lamorgese).

1.La traccia

Tizio e Tizia, dopo un lungo matrimonio, decidono di separarsi e, dopo tre anni dalla relativa udienza dinanzi al presidente del Tribunale, i due presentano domanda congiunta di divorzio ex art. 4, comma 12, legge 898/1970. Con sentenza del 5.10.2015 il Tribunale dichiara quindi la cessazione degli effetti civili del matrimonio, altresì stabilendo, in favore di Tizia e a carico di Tizio, la corresponsione di un assegno mensile ai sensi dell’art. 5 legge 898/1970. Tizia possiede un flusso reddituale proprio, derivante dalla propria attività lavorativa; in data 12.5.2017, inoltre, la stessa Tizia, che già possiede ad un appartamento di sua proprietà esclusiva, ottiene che un ulteriore suo immobile sia concesso in locazione. Secondo la decisione del 5.10.2015, le entrate risultavano tuttavia insufficienti ad assicurarle un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio. Il candidato, nella veste del legale di Tizio, rediga l’atto ritenuto più idoneo per tutelare le ragioni del suo assistito.

2.La questione giuridica

La traccia non identifica mai (o quasi mai) la tipologia di atto che il candidato dovrà redigere, giacché uno degli elementi di valutazione delle sue conoscenze riguarda appunto la sua conoscenza del diritto su cui ha scelto di svolgere il proprio elaborato (procedura civile, procedura penale, procedura amministrativa). Nel caso in esame, tuttavia, risulta abbastanza agevole per il candidato comprendere che le doglianze del suo assistito non possono che riguardare l’assegno divorzile gravante sulle sue finanze; compito del candidato dovrebbe essere dunque ottenere un provvedimento favorevole al suo assistito, chiedendo la revisione di tale corresponsione economica, al fine di eliderla in toto ovvero di ridurne l’entità. A tal riguardo, la traccia pone in rilievo che la ragione (esclusiva) per cui la sentenza di divorzio del 5.10.2015 ha posto a suo carico tale provvidenza post-coniugale è nell’inidoneità dei redditi di Tizia a farle godere un “tenore analogo”; appare quindi evidente che il legale di Tizio (id est, il candidato) dovrebbe dirigere la propria analisi su tale parametro al fine di infirmarne la persistente validità.

Utile è, a tal proposito, richiamare una recente pronuncia della I sezione della S. Corte (Cass. civ., sez. I, 10 maggio 2017, n. 11504), che ha suscitato un notevole clamore mediatico, trattandosi di un revirement significativo e dalle considerevoli ricadute applicative. Sui molteplici corollari dell’arresto in esame si rinvia infra in questo volume, ove si può rinvenire approfondito commento sulle tematiche (e sulle problematiche) suscitate; in questo contributo ci si limiterà invece a tratteggiare un possibile modello di atto di revisione dell’assegno divorzile, alla luce dell’overruling in esame, tentando di cogliere come i professionisti forensi (ovvero gli aspiranti tali) potrebbero reagire a tale “rivoluzionaria” sentenza.

Giova premettere che l’assegno in esame, così come previsto dall’art. 5, comma 6, legge 898/1970, si pone in un momento successivo allo scioglimento del rapporto: difatti, in seguito alla pronuncia di divorzio, i coniugi acquistano lo status di “persone singole”, non più tenute ai doveri enumerati dall’art. 143 c.c., ivi compreso quello di contribuire ai bisogni della famiglia (comma 3) nonché all’assistenza “materiale” (comma 2); né più legate dal regime di comunione c.d. legale, la quale, com’è noto, si scioglie ex art. 191, comma 1, c.c. A permanere, invece, è la responsabilità genitoriale, situazione complessa, fonte di diritti e di doveri (così come descritta dall’art. 317, comma 2, nonché dagli artt. 337bis-337octies c.c.), che si genera e rinviene la propria persistente giustificazione nel rapporto di filiazione, che rimane immutato anche in seguito alla crisi ovvero allo scioglimento del rapporto di coniugio da cui ha avuto origine.

Tale corresponsione non si giustifica quindi nella solidarietà c.d. coniugale, la quale impone il comune impegno reciproco dei due partner solo laddove gli stessi vivano in “comunione spirituale e materiale” (art. 1 legge 898/1970); esso è invece espressione della generale solidarietà economica, cui si informa il nostro ordinamento, anche in virtù delle direttive costituzionali (artt. 2 e 23 cost.), atteggiandosi, in particolare, nelle forme della solidarietà c.d. post-coniugale fra persone (divenute) singole (Cass., 17.7.2009, n.16789, in Fam. dir., 2010). Come notato da un celebre Autore (C.M. Bianca, Diritto civile, 2.1, La famiglia, Milano, 2014, 298), il divorzio non può infatti costituire una sorta di strumento di “liberazione” dal rapporto matrimoniale e da ogni peso che, anche indirettamente, vi si riconnette: non si può lasciare al singolo l’arbitrio di cancellare sic et simpliciter l’impegno assunto, abbandonando alla sua sorte chi su tale promessa (tendenzialmente) duratura aveva costruito la propria famiglia e la propria esistenza.

Al contempo, tuttavia, l’assegno in esame non rappresenta più l’adempimento dei reciproci doveri di contribuzione, i quali si sono esauriti definitivamente con lo scioglimento del rapporto da cui traevano linfa e giustificazione.

La funzione dell’assegno risulta particolarmente evidente dopo la modifica dell’art. 5, comma 6, legge 898/1970 da parte della legge n. 74/1987, che ha precisato che l’assegno spetti al coniuge divorziato solo ove quest’ultimo non possieda mezzi “adeguati” ovvero non possa procurarseli per ragioni oggettive, valorizzando la sua natura eminentemente assistenziale. Difatti, prima della riforma in esame si tendeva a considerare la misura in esame funzionalmente composita, assumendo un ruolo ora risarcitorio, ora compensativo, ora, infine, assistenziale; dopo la modifica, non v’è invece dubbio che la funzione assolta sia esclusivamente quest’ultima, come rilevato da costante giurisprudenza (con particolare chiarezza, Cass., 15.1.1998, n. 317). Alcun assegno può essere invece corrisposto ove ricorrano, alternativamente, le due condizioni innanzi richiamate (mezzi adeguati, impossibilità oggettiva di ottenerli), le quali si pongono come fatti impeditivi al sorgere del diritto: quest’ultimo, in presenza di queste due fattispecie, finirebbe difatti per assumere i tratti, più che della legittima pretesa all’assistenza, di una locupletazione indebita e tendenzialmente sine die.

Il punctum pruriens diviene quindi stabilire quando si possa dire che l’ex-coniuge non goda di un tenore “adeguato”; non rinvenendosi un specifica indicazione nel testo di legge, la Cassazione a Sezioni Unite nel 1990, poco dopo la riforma del 1987, fissò l’adeguatezza in relazione al tenore di vita “analogo”, altresì precisando che lo stesso poteva essere anche quello non effettivamente goduto, ma che poteva ragionevolmente prevedersi in base alle aspettative maturate nel corso del rapporto (Cass., Sez. un., 29.11.1990, nn. 11490 e 11492). Proprio su questo profilo è intervenuta la S. Corte nel 2017, specificando che un siffatto parametro non appare più conforme a regolare i rapporti economici fra ex coniugi. In primo luogo, esso collide funditus con la natura stessa dell’assegno, il quale, come segnalato, si pone in un momento successivo al vincolo: quest’ultimo si è ormai definitivamente dissolto, sia sul piano personale, sia su quello economico-patrimoniale; ritenere che l’assegno debba assicurarne la persistente continuità, anche solo sotto il profilo economico-patrimoniale, finirebbe per determinare un illegittimo fenomeno di c.d. ultrattività di un rapporto estinto. I due ex coniugi hanno infatti riacquistato, in seguito alla sentenza, lo stato di persone singole, come desumibile, implicitamente ma inequivocamente, dalla riforma del 1987 e dal relativo principio sulla quale la stessa appare informata, id est il principio di (rinnovata) auto-responsabilità.

Il periodo di vita trascorso non può ovviamente essere posto “nel nulla”: pur essendo un rapporto circoscritto nel tempo, esso ha comunque caratterizzato le reciproche esistenze. In tal senso va infatti apprezzato il disposto dell’art. 5, comma 6, legge n. 898, laddove enuncia una serie di indici significativi tratti dal passato rapporto (“condizioni dei coniugi”, “ragioni della decisione”, “contributo personale ed economico” offerto in costanza di matrimonio, “durata del matrimonio”). Si tratta tuttavia di elementi che il Tribunale considera, apprezzandoli complessivamente secondo un bilanciamento multifattoriale e dinamico (“tenuto conto”, non rinvenendosi formule come “in ragione”, tali da segnalare un nesso di implicazione automatica); ma soprattutto che rilevano ai soli fini della quantificazione economica, non essendo in sé e per sé idonei a far sorgere il diritto.

Il rischio di rendite parassitarie e ingiustificate proiezioni ad infinitum di un rapporto estinto era già presente nella massima assise della S. Corte del 1990; in tale sede, tuttavia, la Corte di legittimità ritenne opportuno adottare un indirizzo interpretativo non traumatico rispetto ad una prassi sociale caratterizzata, ben più dell’attuale, dal modello di matrimonio tradizionale, id est un perpetuo vincolo fra i due soggetti. Una siffatta ricostruzione risulta oggi meno convincente, non appena si osservi che il matrimonio si è ormai radicato come atto di libertà e di auto-responsabilità, luogo di affetti e di comunione di vita in cui la possibile dissoluzione, lungi dal presentarsi come evenienza eccezionale, si pone come scelta che i due individui possono liberamente compiere, anche tramite una mera dichiarazione da rendere, previo accordo, dinanzi all’ufficiale di stato civile, senza alcun intervento dell’organo giurisdizionale (il riferimento è al divorzio c.d. municipale, così come disciplinato dall’art. 1, comma 1, legge 162/2014).

Avendo riacquistato lo statuto di persona singola, l’ex-coniuge potrà anche liberamente scegliere di instaurare un’ulteriore relazione, potendo inoltre optare fra i diversi modelli oggi a disposizione (matrimonio, convivenza registrata, convivenza non registrata o famiglia di fatto, unione di fatto); si tratta di una facoltà non comprimibile, essendo espressione della sua libertà di autodeterminazione libera e consapevole: tale libertà implica tuttavia anche (auto)responsabilità, dovendo tener conto che la nuova relazione instaurata implicherà il venir meno della solidarietà c.d. post-coniugale, senza potersi più parlare, con formule ambigue, di diritto “quiescente” ovvero “affievolito” (Cass., 3.4.2015, n. 6855). Al contrario, sarebbe la persistenza degli effetti, seppur solo di tipo economico-patrimoniale, a potersi porre come ostacolo al progetto esistenziale di dar vita ad una nuova famiglia, posizione giuridica tutelata sia convenzionalmente (art. 12 Convenzione EDU, “diritto al matrimonio”, ove si articola sia nel diritto di sposarsi, sia in quello di “formare una famiglia”), sia dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (art. 9 Carta di Nizza, rubricato “diritto di sposarsi e di costituire una famiglia”). Non si rinviene invece alcuna protezione per il diritto a conservare, senza alcun limite temporale, il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, il quale appare invece smentito dal chiaro disposto dell’art. 5, comma 6, così come riformulato dopo il 1987: uniche condizioni per accedere all’assegno sono costituite dall’assenza di mezzi “adeguati” ovvero dall’impossibilità di attingere gli stessi.

Una volta conclusa la pars destruens, la Corte procede quindi a quella construens. L’adeguatezza va rimodulata e, a parere della S. Corte del 2017, il nuovo parametro deve essere individuato nella c.d. indipendenza economica, ossia nella circostanza che l’ex coniuge non sia economicamente indipendente (mezzi “adeguati”) ovvero non gli sia possibile accedere a tale condizione, secondo una ricostruzione prospettica; in carenza di tali requisiti negativi, alcun diritto spetta al coniuge che non è più tale. A sostegno di tale nuovo parametro, si pongono una pluralità di dati ermeneutici: in primo, il tenore letterale dell’art. 337septies c.c., ove si fa appunto riferimento all’indipendenza economica non ancora raggiunta per giustificare le persistenti provvidenze dei genitori in favore dei figli che abbiano superato la maggiore età. A giustificare l’analogia è, per un verso, la lacuna parametrica nell’art. 5, comma 6, legge n. 898; per un altro, l’eadem ratio, qui rinvenibile nella comune vocazione delle due norme a regolare provvidenze nell’ambito dei rapporti di famiglia. Non può sfuggire che nel caso dell’art. 337 septies c.c. il riferimento è calibrato sullo status filiationis, tendenzialmente stabile e munito di rango costituzionale (art. 30 cost.) anche al superamento del diciottesimo anno: elementi che invece difettano nel caso di specie, considerando che lo status di coniuge è ormai definitivamente cessato e che il diritto alla solidarietà c.d. post-coniugale non trova alcun referente costituzionale specifico, se non nelle norme generali già evocate (artt. 2 e 23 cost.). Ciò implica, a fortiori, che il parametro dell’indipendenza economica non possa certo palesarsi quale deminutio di tutela a detrimento dell’ex coniuge.

Un ulteriore dato positivo è inoltre costituito dall’art. 12, comma 2, del d.l. 132/2014: in quest’ultima disposizione, il dato testuale allude ai figli maggiorenni “non economicamente autosufficienti” quale (ulteriore) condizione impeditiva ad accedere al divorzio c.d. municipale, già evocato (precluso anche nel caso di prole minorenne ovvero incapace ovvero portatrice di grave disabilità); si tratta di una mera variante lessicale rispetto alla formula del 337 septies c.c., al cui significato precettivo tuttavia appare ictu oculi richiamarsi.

Né appare militare contro la ricostruzione proposta quanto statuito dall’art. 337 ter, comma 4, c.c., ove si prevede che, salva diversa convenzione intercorsa fra le parti, ogni genitore provvede al mantenimento dei figli in proporzione al proprio flusso reddituale, indicando tra i parametri idonei a determinare la misura dell’assegno anche il “tenore di vita” goduto dalla prole in costanza di convivenza con i propri genitori (art. 337 ter, comma 4, n. 2, c.c., già presente, secondo analoga formulazione, nell’art. 155, comma 4, n. 2), c.c., oggi abrogato). Il riferimento de quo è infatti da ritenersi circoscritto al solo caso del minore, essendo teleologicamente preordinato a garantire continuità e stabilità al suo status a prescindere dalle vicende che riguardino i suoi genitori e il loro rapporto di coniugio; anche in tal caso, peraltro, si tratta di considerazione rilevante ai soli fini dell’an, non anche del quantum, della relativa misura economica.

La ratio essendi delle due forme di assistenza economica, a ben guardare, non è dissimile: tanto nell’art. 337septies c.c. quanto nell’art. 5, comma 6, legge n. 898 il baricentro appare essere quello dell’auto-responsabilità dei soggetti beneficiari, siano essi figli maggiorenni ovvero ex coniugi, mirando ad evitare che l’assistenza loro corrisposta divenga l’occasione di condotte di free-riding che frustino lo scopo di tali provvidenze. In tal senso è da leggersi anche un arresto della Corte di legittimità nel 2014 (Cass., 20.8.2014, n. 18076), ove si controverteva in merito ai diritti economici di due figli ultraquarantenni, privi di occupazione, rivendicati nei confronti dei loro genitori. Nell’occasione, il giudice di legittimità aveva chiarito che la generale situazione di crisi del mercato del lavoro, pur essendo fatto notorio, non poteva tuttavia giustificare una persistente pretesa nei confronti dei propri ascendenti, anche considerando che essi continuavano a rifiutare diverse offerte di occupazione idonee a far loro acquisire, almeno in parte, una situazione di autonomia economica.

Secondo coordinate ermeneutiche analoghe, l’ex coniuge è tenuto ad informare la sua esistenza secondo il nuovo statuto assunto in ragione del dissolversi dell’esperienza matrimoniale, accettandone le conseguenze, definitive ed ineluttabili. Ciò appare inoltre avvalorato dalla prospettiva comparatistica, giacché, non appena si volga lo sguardo ai Paesi europei, è agevole cogliere che in essi il coniuge divorziato non ha diritto ad una misura economica perpetua, ma, al più, ad eccezionali ausili economici, perlopiù derivanti da specifiche e circoscritte ragioni di solidarietà, secondo parametri ben più rigorosi di quelli tracciati dalla Cass. n. 11504/2017.

Alla luce delle complessive considerazioni appena esposte, se ne trae il logico corollario che il procedimento per determinare l’assegno di divorzio debba oggi seguire l’iter in esame: in primo luogo, in sede di scrutinio dell’an dell’assegno, si dovrà valutare solo e soltanto se il singolo beneficiario goda o possa ragionevolmente godere, in ragione delle sue capacità, delle sue sostanze ovvero dei flussi reddituali che percepisce, di uno status apprezzabile in termini di “indipendenza economica”; ovvero necessiti di una forma di assistenza, che potrebbe dar luogo alla corresponsione dell’assegno in esame.

Solo dopo aver superato positivamente tale primo esame, si potrà poi procedere all’esame del quantum; in tale fase, logicamente e cronologicamente successiva, il giudicante dovrà procedere secondo i criteri dell’art. 5, comma 6, legge n. 898/1970. In particolare, il Tribunale dovrebbe apprezzare il possesso di redditi, di ogni forma e specie; nonché di cespiti patrimoniali, mobiliari ovvero immobiliari, anche tenendo conto degli oneri imposti e del costo della vita nel luogo di residenza. L’esame andrà inoltre modulato sulla base delle possibilità e delle capacità effettive di lavoro di chi richieda l’assegno, tenendo conto delle sue condizioni di salute, del dato anagrafico e dello specifico settore mercato del lavoro in cui egli è in grado di proporsi; senza dover inoltre sottacere lo specifico ruolo che una casa di abitazione, di sua proprietà ovvero comunque nella sua disponibilità, potrebbe avere nel caso di specie.

L’onus probandi, in ogni caso, non potrà che ricadere su chi pretenda la misura economica in esame, dovendo allegare, dedurre e specificatamente dimostrare il ricorrere delle condizioni, positive o negative, ora illustrate, anche tramite inferenze logico-probabilistiche ovvero la richiesta di eventuali indagini della polizia tributaria ex art. 5, comma 9, legge n. 898.

Sulla base di tali argomenti, il candidato dovrà quindi redigere l’atto difensivo in favore del suo assistito Tizio.

  1. La redazione dell’atto (in forma analitica e guidata)

Appare dunque chiaro che il candidato dovrebbe cimentarsi in un istanza modellata sulle forme dell’art. 710 c.p.c.: com’è noto, quest’ultima disposizione è dedicata al procedimento per la modifica dei provvedimenti “relativi alla separazione dei coniugi”. A tal proposito, l’art. 9 legge n. 898/1980 (c.d. legge sul divorzio o l. div.) si limita a prevedere genericamente la proposizione di un’“istanza di parte”, senza nulla specificare in ordine alla tipologia di atto introduttivo; tuttavia, elementari esigenze di coerenza sistematica e di eguaglianza di trattamento impongono l’applicazione analogica della disposizione in esame. Ciò implica, in particolare, che si debba proporre un “ricorso” al Tribunale (precisazione non inutile, considerando che nel giudizio civile di primo grado vi è la concorrenza di due giudici astrattamente competenti, ossia il Giudice di Pace e, per l’appunto, il Tribunale). A ciò si deve aggiungere che lo stesso viene chiamato a decidere “in camera di consiglio”, nonché dopo aver “assunto informazioni” (riferimento al potere inquisitorio del giudice del divorzio) e aver ascoltato “le parti e il pubblico ministero”, così come previsto expressis verbis dal secondo capoverso dell’art. 9 l. div.: il riferimento de quo è prezioso per il candidato, giacché gli consente di comprendere che, nonostante l’utilizzo del modulo procedimentale camerale, si tratta di un procedimento di natura contenziosa e non di volontaria giurisdizione, con la conseguente necessità di rispettare il diritto di difesa delle parti, affinché la decisione venga formata secondo il fondamentale principio del contraddittorio.

Tanto chiarito, un ulteriore problema per il candidato riguarda la competenza territoriale. Sovente la traccia non fa menzione di alcuna località, vera o immaginifica; in tale caso, il candidato dovrà prestare attenzione a non introdurre alcun elemento che non sia presente nella traccia, lasciando dei puntini di sospensione o tracciando una linea verticale in basso per l’informazione non resa conoscibile. La fattispecie ora descritta si verifica anche nella traccia in esame, ove non v’è infatti alcuna indicazione territoriale (sarà sufficiente utilizzare la formula: “Tribunale di ___”).

Successivamente, si dovrà indicare il tipo di atto: nel caso di specie si tratta di un “Ricorso”, volto ad ottenere una modifica a sé favorevole delle condizioni dell’assegno di divorzio. In ragione della tipologia dell’atto, non occorre che l’attore inserisca i consueti elementi per consentire la partecipazione del convenuto e volti ad esprimere la sua vocatio in ius (il consueto “CITA”, con le note formule di fissazione dell’udienza, invito al convenuto a costituirsi nel termine di venti giorni prima dell’udienza, ovvero di dieci nel caso di abbreviazione dei termini, e a comparire all’udienza indicata dinanzi al giudice designando, con l’avvertimento che la costituzione oltre i suddetti termini implicherebbe le decadenze di cui agli artt. 38 e 167 c.p.c.: art. 163, n. 7), c.p.c.), essendo sufficiente e necessario che sussistano gli elementi dell’editio actionis.

Sarebbe inoltre opportuno porre subito in rilievo le disposizione normative di riferimento, indicandola fra parentesi subito dopo il riferimento dell’atto (art. 710 c.p.c. e art. 9 legge 898/1970), al fine di dimostrare che vi sia la piena comprensione della tipologia di atto che si deve redigere.

Subito dopo aver individuato giurisdizione e competenza, il candidato dovrà indicare “chi” propone l’atto in questione: nel caso di specie, a proporre l’istanza è Il sig. Tizio, di cui non si conosce né data né luogo di nascita (nato a ___ (__) il ___), il suo attuale recapito o indirizzo (attualmente residente in ___ (___), in Via/Corso/Piazza___n.___), né tantomeno il suo Codice Fiscale (CF: _____). Le opzioni sono due: o si formula l’atto in nome della parte assistita (Il sig. Tizio) ovvero direttamente in qualità di suo legale, avendo tuttavia cura di precisare che si sta agendo per suo conto (con le classiche formule “Per” ovvero “In favore del sig. Tizio”). A questo punto si introduce il difensore (rappresentato e difeso dall’avv. ___, C.F. _____), in relazione al quale si deve indicare il relativo titolo di legittimazione dello ius postulandi esercitato (giusta procura in calce al presente atto), che si avrà poi cura di riportare al termine della redazione. Non essendovi indicazioni contrastanti nella traccia, il candidato si potrà inoltre limitare ad indicare, secondo una consueta formula di stile: “nonché elettivamente domiciliato presso il suo studio sito in ___(__) in Via/Piazza/Corso ___ n.____”.

Il candidato dovrà invece prestare particolare attenzione ad un ulteriore passaggio, ricordando che, essendogli richiesto di redigere un atto processual-civilistico, deve indicare dove egli intenda ricevere le comunicazioni relative al procedimento de quo: all’uopo, dovrà indicare che “Si dichiara di voler ricevere le comunicazioni e le notifiche relative alla presente procedura a mezzo fax al seguente n.___, oppure a mezzo posta elettronica certificata (pec) al seguente indizzo: _____”.

A questo punto, occorre, per linearità di esposizione, immediatamente dar rilievo al soggetto nei cui confronti si sta dirigendo il proprio atto, premettendo la consueta formula avversativa (“contro”) cui, nel caso di specie, segue l’indicazione dell’ex coniuge (“la sig.ra Tizia”), menzionando i relativi dati identificativi, avendo cura, anche in questo passaggio, di non “inventare” quanto la traccia non prevede (“nata a ___ (___) il __/__/__, C.F. ____, residente in ____ (____) in Via/Piazza/Corso ____ n. ____, elettivamente domiciliata presso lo studio del suo difensore di fiducia, Avv. ______”).

Si può a questo punto utilizzare diverse formule, parimenti evocative della circostanza che si sta premettendo la narrazione delle vicende fattuali che hanno condotto alla richiesta esplicitata nell’atto (“Premesso che”, “In fatto” et similia). Il candidato potrà poi esporre in forma discorsiva, ovvero, più schematicamente, per punti, numerati o meno (con particolare attenzione al rischio di dar luogo a “segni di riconoscimento”, che potrebbero compromettere il buon esito della sua prova), una breve sintesi del fatto. La traccia, invero, è abbastanza ellittica, ma ciò non solleva il candidato dal doverla proporre “come se” fosse munito di tutti i dati identificativi.

Infine, in punto di diritto, dovrà procedere ad una spiegazione delle ragioni per cui ritiene che l’obbligo di corresponsione gravante su Tizio debba essere . La trattazione potrà essere più o meno estesa, sfruttando l’ampio apparato motivazionale della pronuncia richiamata, pur tenendo conto delle ovvie esigenze di sinteticità che devono connotare ogni atto giudiziario, in particolare in sede d’esame.

Infine, si dovranno indicare i generici riferimenti: “Luogo, data” e “Firma avvocato”.

Considerando la previa indicazione della procura, la stessa dovrà essere compiutamente realizzata, con tutte le indicazioni del caso. Si ricordi di indicare, anche successivamente alla procura, “Luogo, data”, nonché, in tal caso, menzionare l’assistito (“Tizio”), con successiva indicazione “E’ autentica” (o formule similari) e quindi reiterare l’indicazione “Firma avvocato”.

  1. La redazione completa dell’atto

Tribunale di ___

Ricorso per la modifica delle condizioni dell’assegno di divorzio (art. 710 c.p.c. e art. 9 legge 898/1970)

Per il sig. Tizio, nato a ____ (__) il _/_/_, attualmente residente in ___ (___), in Via/Corso/Piazza___n.___, rappresentato e difeso dall’avv. ___, C.F. _____, giusta procura in calce al presente atto, nonché elettivamente domiciliato presso il suo studio sito in ___(__) in Via/Piazza/Corso ___ n.____. Si dichiara di voler ricevere le comunicazioni e le notifiche relative alla presente procedura a mezzo fax al seguente n.___, oppure a mezzo posta elettronica certificata (pec) al seguente indirizzo: _____

Contro

La sig.ra Tizia, nata a ___ (___) il __/__/__, C.F. ____, residente in ____ (____) in Via/Piazza/Corso ____ n. ____, elettivamente domiciliata presso lo studio del suo difensore di fiducia, Avv. ______

Premesso che

1.Con sentenza del 5.10.2015 il Tribunale di ___ ha dichiara quindi la cessazione degli effetti civili del matrimonio, altresì stabilendo, in favore di Tizia e a carico di Tizio, la corresponsione di un assegno mensile ai sensi dell’art. 5 legge 898/1970;

  1. Tizia possiede un flusso reddituale proprio, derivante dalla propria attività lavorativa, pari a ___ euro, in forza di relativo stipendio che le viene accreditato sul conto ogni mese;
  2. in data 12.5.2017, inoltre, la stessa Tizia, che già possiede ad un appartamento di sua proprietà esclusiva, sito in ___ (___) in Via/Piazza/Corso ___ n. ___, ha concesso in locazione un ulteriore immobile, ubicato in ___ (___) in Via/Piazza/Corso ___ n. ___.

L’assegno gravante su Tizio risulta quindi non più necessario, in particolare alla luce delle nuove coordinate statuite dalla S. Corte di legittimità (Cass. n. 11504/2017), per i seguenti

Motivi in fatto e in diritto

1.In via principale: insussistenza del diritto all’assegno (difetto dell’an)

Secondo la decisione del 5.10.2015, le entrate di Tizia risultavano insufficienti ad assicurarle un “tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio”. Il parametro cui rapportare l’an dell’assegno è tuttavia differente da quello del “tenore di vita”. Sulla base dell’art. 5, comma 6, legge 898/1970 da parte della legge n. 74/1987, infatti, l’assegno spetta al coniuge divorziato solo ove quest’ultimo non possieda mezzi “adeguati” ovvero non possa procurarseli per ragioni oggettive, valorizzando la sua natura eminentemente assistenziale.

Il parametro deve essere individuato nella c.d. indipendenza economica, ossia nella circostanza che l’ex coniuge non sia economicamente indipendente (mezzi “adeguati”) ovvero non gli sia possibile accedere a tale condizione, secondo una ricostruzione prospettica; in carenza di tali requisiti negativi, alcun diritto spetta al coniuge che non è più tale. A sostegno di tale nuovo parametro, si pongono una pluralità di dati ermeneutici: in primo, il tenore letterale dell’art. 337septies c.c., ove si fa appunto riferimento all’indipendenza economica non ancora raggiunta per giustificare le persistenti provvidenze dei genitori in favore dei figli che abbiano superato la maggiore età. A giustificare l’analogia è, per un verso, la lacuna parametrica nell’art. 5, comma 6, legge n. 898; per un altro, l’eadem ratio, qui rinvenibile nella comune vocazione delle due norme a regolare provvidenze nell’ambito dei rapporti di famiglia. Non può sfuggire che nel caso dell’art. 337 septies c.c. il riferimento è calibrato sullo status filiationis, tendenzialmente stabile e munito di rango costituzionale (art. 30 cost.) anche al superamento del diciottesimo anno: elementi che invece difettano nel caso di specie, considerando che lo status di coniuge è ormai definitivamente cessato e che il diritto alla solidarietà c.d. post-coniugale non trova alcun referente costituzionale specifico, se non nelle norme generali già evocate (artt. 2 e 23 cost.). Ciò implica, a fortiori, che il parametro dell’indipendenza economica non possa certo palesarsi quale deminutio di tutela a detrimento dell’ex coniuge.

Un ulteriore dato positivo è inoltre costituito dall’art. 12, comma 2, del d.l. 132/2014: in quest’ultima disposizione, il dato testuale allude ai figli maggiorenni “non economicamente autosufficienti” quale (ulteriore) condizione impeditiva ad accedere al divorzio c.d. municipale, già evocato (precluso anche nel caso di prole minorenne ovvero incapace ovvero portatrice di grave disabilità); si tratta di una mera variante lessicale rispetto alla formula del 337 septies c.c., al cui significato precettivo tuttavia appare ictu oculi richiamarsi.

Né appare militare contro la ricostruzione proposta quanto statuito dall’art. 337 ter, comma 4, c.c., ove si prevede che, salva diversa convenzione intercorsa fra le parti, ogni genitore provvede al mantenimento dei figli in proporzione al proprio flusso reddituale, indicando tra i parametri idonei a determinare la misura dell’assegno anche il “tenore di vita” goduto dalla prole in costanza di convivenza con i propri genitori (art. 337 ter, comma 4, n. 2, c.c., già presente, secondo analoga formulazione, nell’art. 155, comma 4, n. 2), c.c., oggi abrogato). Il riferimento de quo è infatti da ritenersi circoscritto al solo caso del minore, essendo teleologicamente preordinato a garantire continuità e stabilità al suo status a prescindere dalle vicende che riguardino i suoi genitori e il loro rapporto di coniugio; anche in tal caso, peraltro, si tratta di considerazione rilevante ai soli fini dell’an, non anche del quantum, della relativa misura economica.

La ratio essendi delle due forme di assistenza economica, a ben guardare, non è dissimile: tanto nell’art. 337septies c.c. quanto nell’art. 5, comma 6, legge n. 898 il baricentro appare essere quello dell’auto-responsabilità dei soggetti beneficiari, siano essi figli maggiorenni ovvero ex coniugi, mirando ad evitare che l’assistenza loro corrisposta divenga l’occasione di condotte di free-riding che frustino lo scopo di tali provvidenze. In tal senso è da leggersi anche un arresto della Corte di legittimità nel 2014 (Cass., 20.8.2014, n. 18076), ove si controverteva in merito ai diritti economici di due figli ultraquarantenni, privi di occupazione, rivendicati nei confronti dei loro genitori. Nell’occasione, il giudice di legittimità aveva chiarito che la generale situazione di crisi del mercato del lavoro, pur essendo fatto notorio, non poteva tuttavia giustificare una persistente pretesa nei confronti dei propri ascendenti, anche considerando che essi continuavano a rifiutare diverse offerte di occupazione idonee a far loro acquisire, almeno in parte, una situazione di autonomia economica.

Sulla base di ciò, considerando che Tizia possiede sicuramente l’indipendenza economica (ulteriormente accresciuta dalla concessione in locazione evocata in narrativa) e non necessita di alcuna, specifica o generica, misura assistenziale, si chiede all’on. Tribunale adito di revocare l’assegno di cui la stessa risulta beneficiaria.

  1. In subordine: revisione dell’importo dovuto mensilmente da Tizio (rimodulazione del quantum)

Nella denegata ipotesi che l’odierno Tribunale non volesse apprezzare il revirement giurisprudenziale, dovrebbe comunque attutire il peso economico gravante sul sig. Tizio. Preme infatti sottolineare che la sig.ra Tizia è proprietaria di una casa di abitazione, gode di un’ottima posizione lavorativa e, a partire dal 12.5.2017, potrà contare su un’ulteriore entrata, costituita dai frutti civili del suo immobile sito in ___ (___) in Via/Piazza/Corso ___ n. ___. Ella non necessita dunque l’ingente somma versata dal suo ex coniuge a scadenza mensile, ma, al più, una somma inferiore, secondo l’apprezzamento complessivo che codesto giudicante è chiamato a compiere.

Tanto premesso, il sig. Tizio, ut supra rappresentato, assistito e domiciliato

Chiede

che l’ecc.mo. Tribunale adito, previa fissazione dell’udienza di comparizione delle parti, Voglia, con decreto motivato, modificare le condizioni relative all’assegno di divorzio fissato in favore della sig. Tizia ed a carico del ricorrente nel senso qui di seguito specificato:

  1. In via principale:

dichiararsi non più dovuto l’assegno di divorzio de quo in ragione del venir meno dei presupposti per cui il medesimo era stato concesso per le ragioni già ampiamente esposte in narrativa;

  1. In subordine:

ridurre il quantum dell’assegno, attualmente corrisposto dal ricorrente in favore della controparte in misura pari a ___ euro a scadenze mensili, alla misura pari ad euro ____ per le ragioni illustrate; ovvero nella diversa misura che verrà ritenuta congrua e di giustizia.

Unitamente al presente atto si allegano i seguenti documenti:

  • ______;
  • _____ ;

Luogo, data                                                     Firma Avvocato

Procura

 

Luogo, data                                                                 Tizio                                                                                                                                                                          E’ autentica

Firma Avvocato

 

Nicola Alessandro Vecchio

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