L’inseguimento “investigativo” del reo: le Sezioni Unite escludono la flagranza se l’arresto avviene sulla base di informazioni della vittima o di terzi fornite nell’immediatezza del fatto

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(Commento di Filippo Bisanti)* – Sommario: 1. Il punto della situazione: in breve, la vicenda fattuale a sfondo della pronuncia. 2 Il ricorso del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Locri, la rimessione alle Sezioni Unite e la requisitoria del Procuratore generale presso la Corte Suprema di Cassazione: i termini del contrasto inerenti alla quasi flagranza di reato e alla nozione di inseguimento del reo. 3 La soluzione adottata dalla Cassazione. 4. Note a margine di una rilevante decisione.

  1. Il punto della situazione: in breve, la vicenda fattuale a sfondo della pronuncia

Quale indefettibile premessa, le diciannove pagine che compongono il provvedimento della Suprema Corte devono essere riassunte per inquadrare la situazione di fatto e il thema decidendum di diritto che hanno dato origine a un acceso dibattito dottrinale e giurisprudenziale, risolto dalle Sezioni Unite Penali.

Una pattuglia di militari dell’Arma dei Carabinieri interveniva a seguito di una segnalazione, da parte di un privato cittadino, in merito all’aggressione in pregiudizio di tale R.B.

Individuata in un luogo differente rispetto a quello in cui si era consumato l’attacco, la vittima dichiarava alla polizia giudiziaria di essere stata assalita da certo C.V. per ragioni connesse alla mancata restituzione di un bene ricevuto in prestito (una bilancia).

Nonostante gli avesse prospettato una celere riconsegna, la reazione di C.V. era stata violenta ed era sfociata dapprima in una serie di calci e pugni seguiti, nel prosieguo, dall’utilizzo di un coltello; il malcapitato riusciva a fuggire nascondendosi da un vicino e chiedendo al contempo l’intervento delle forze dell’ordine.

I carabinieri, esperite le relative indagini nell’immediatezza del fatto, pervenivano in breve tempo all’identificazione del responsabile, procedendo così a perquisizione personale, veicolare e domiciliare in flagranza di reato, con l’obiettivo di rinvenire il fendente usato per colpire R.B.; la ricerca dava esito negativo.

Ciò premesso, l’aggressore veniva tratto in arresto per il reato di lesione personale pluriaggravata ex artt. 582, 585, secondo comma, n. 2, e 61, primo comma, n. 1, c.p.

Il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Locri, disattendendo la richiesta del pubblico ministero, non convalidava l’arresto giacché mancante il requisito della flagranza o della quasi flagranza di reato.

Invero, i carabinieri erano pervenuti all’individuazione del reo solo attraverso le dichiarazioni della persona offesa; non solo, all’atto dell’esecuzione della misura precautelare, l’arrestato non aveva addosso alcuna traccia del reato (il coltello utilizzato per il ferimento non era stato rinvenuto e gli indumenti indossati non recavano macchie di sangue o altre tracce del reato).

Pertanto, doveva ritenersi escluso lo stato di quasi flagranza poiché la polizia giudiziaria aveva appreso il fatto non direttamente, bensì grazie alla sola denunzia orale della persona offesa: quale assunto, non poteva trattarsi di un inseguimento vero e proprio, ma di “inseguimento investigativo”.

Avverso tale decisione proponeva ricorso per Cassazione il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Locri.

  1. Il ricorso del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Locri, la rimessione alle Sezioni Unite e la requisitoria del Procuratore generale presso la Corte Suprema di Cassazione: i termini del contrasto inerenti alla quasi flagranza di reato e alla nozione di inseguimento del reo

Il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Locri deduce l’inosservanza ed erronea applicazione della legge penale e delle norme processuali laddove il GIP, non convalidando l’arresto operato dai carabinieri, ha ritenuto insussistente lo stato di flagranza o quasi flagranza.

A suffragio, osserva che per inseguimento del reato deve intendersi altresì l’azione di immediata ricerca posta in essere dalla polizia giudiziaria, purché protratta senza soluzione di continuità, sulla scorta delle indicazioni delle vittime, dei correi o di altre persone a conoscenza dei fatti.

La Quinta Sezione Penale della Suprema Corte, primigenia assegnataria del ricorso, rimette la questione alle Sezioni Unite riscontrando un contrasto giurisprudenziale che attiene all’esatto significato da attribuire alla nozione di “quasi flagranza” e alla corretta interpretazione del sintagma “inseguimento del reo”.

Secondo un primo orientamento, non sussisterebbe lo stato di flagranza (o quasi flagranza) qualora l’inseguimento sia stato intrapreso dalla p.g. per effetto e solo dopo l’assunzione di informazioni da parte della persona offesa o altri soggetti in grado di riferire (purché presenti in loco al momento della commissione del reato).

La ratio sottesa valorizza il carattere eccezionale della privazione della libertà personale giustificata, per l’arresto in flagranza, dalla diretta percezione della polizia giudiziaria dell’azione delittuosa, ovvero – in difetto – dell’inseguimento del reo o, infine, della circostanza che costui presenti tracce (o rechi cose) che rivelino che egli abbia commesso il reato immediatamente prima.

Si porrebbe allora in antitesi con la ragione ispiratrice della disciplina il c.d. “inseguimento investigativo”, connotato dall’individuazione del reo non grazie alla diretta e immediata percezione dei fatti, bensì per effetto delle indagini esperite, ancorché tempestive.

L’orientamento contrario, per converso, ritiene che la nozione di “inseguimento” ricomprenda ontologicamente anche le azioni di ricerca, immediatamente eseguite e protratte senza soluzione di continuità, sulla base di indagini predisposte (anche) sulla scorta delle indicazioni delle vittime, dei correi e di altre persone a conoscenza dei fatti.

L’orientamento de quo ravvisa il fondamento dell’arresto nella correlazione tra il dato temporale di prossimità fra la commissione dell’azione delittuosa e la privazione del suo autore, con l’elemento funzionale del controllo anche indiretto e della repressione del reato esercitati dalla p.g. tempestivamente intervenuta.

Il thema decidendum è duplice: stabilire cosa debba intendersi con esattezza per “quasi flagranza” e se sia legittimo l’arresto in flagranza sulla base di informazioni della vittima o di terzi nell’immediatezza del fatto.

In sede di udienza, il Procuratore generale presso la Suprema Corte conclude richiedendo il rigetto del ricorso: in primo luogo, ritiene estranea alla nozione di “inseguimento” (etimologicamente inteso come azione di chi “corre dietro a chi fugge”) l’accezione “inseguimento investigativo”.

Per il requirente, la flagranza è caratterizzata da una situazione di evidenza probatoria connotata da un peculiare legame tra il reato commesso e il contesto nel quale l’indiziato è tratto in arresto: tale relazione è diretta nella flagranza in senso proprio, mentre è indiretto nelle ipotesi di quasi flagranza.

Entrambe sono però caratterizzate dal criterio temporale che si combina, per l’inseguimento del reo, col nesso teleologico, e nelle ipotesi di tracce rivelatrici della commissione del reato, col nesso logico.

Inoltre, ritiene integrata la flagranza di reato qualora la polizia giudiziaria arresti il reo, datosi alla fuga immediatamente dopo aver perpetrato il delitto, sulla scorta di informazioni fornite da terzi presenti al fatto che abbiano indicato agli operanti la direzione di fuga.

Tale interpretazione è ammissibile poiché appare soddisfatto il requisito della stretta continuità spazio-temporale tra la commissione del reato e l’arresto giacché, al momento dell’intervento della polizia giudiziaria, permane il nesso teleologico tra il reato e l’autore, che consente di operare il relativo collegamento sulla base della diretta percezione del comportamento post delictum del reo in fuga e sulla base delle dichiarazioni dei terzi che materialmente avevano assistito alla condotta delittuosa.

Nella fattispecie sottoposta al giudizio di legittimità, il Procuratore generale motiva la propria requisitoria asserendo il difetto del nesso spazio-temporale tra la commissione del delitto e l’arresto dell’indagato: la misura precautelare era stata adottata solo all’esito di una corposa attività di indagine, sebbene compiuta a breve lasso di tempo dal fatto, ma il delitto di lesione personale era stato commesso in epoca anteriore e, soprattutto, in altro luogo sito a considerevole distanza.

Peraltro, l’indagato, dopo la consumazione del delitto, non era stato inseguito da alcuno e prima di essere individuato dai carabinieri e arrestato si era anche disfatto del coltello.

  1. La soluzione adottata dalla Cassazione

La Suprema Corte è chiamata a dirimere un contrasto di orientamenti dissipando i dubbi interpretativi in ordine alla legittimità dell’arresto operato in flagranza di reato sulla base di informazioni della vittima o di terzi fornite nell’immediatezza del fatto.

Ancor prima di affrontare il punto focale del tema, il dictum delinea un tratto innovativo per il settore processuale laddove si ritiene oramai priva di concreta attualità giuridica la dicotomia flagranza/quasi flagranza di reato.

Muovendo i passi da una ricostruzione storica dell’art. 382 c.p.p., norma in cui è confluita la disposizione ex art. 237 c.p.p 1930, comma 2, la Cassazione valorizza la terminologia utilizzata dal Legislatore al fine di escludere la nozione di “quasi flagranza” di reato.

Difatti, l’art. 382 c.p.p, comma 1, prevede espressamente che “è in stato di flagranza chi viene colto nell’atto di commettere il reato ovvero chi, subito dopo il reato, è inseguito dalla polizia giudiziaria, dalla persona offesa o da altre persone ovvero è sorpreso con cose o tracce dalle quali appaia che egli abbia commesso il reato immediatamente prima”.

Le ipotesi ulteriori rispetto alla diretta cognizione del fatto, alla luce della costruzione sintattica della norma (che espressamente indica “è in stato di flagranza”) non devono più ritenersi meramente equiparate alla prima in virtù di una fictio legis, bensì integrano disgiuntamente e a pieno titolo – esattamente al pari della prima – lo stato di flagranza.

Consegue che il sintagma “quasi flagranza” è incoerente con il sistema processuale e assolve la funzione di terminologia puramente indicativa – e alla luce della sentenza, impropria – dei due casi di flagranza de quibus.

Tanto chiarito in via di principio, la Corte si sofferma sul concetto di “inseguimento” e le sue possibili interpretazioni, aderendo alla corrente dogmatica e giurisprudenziale che esclude la legittimità del mero “inseguimento investigativo”.

La ragione posta a fondamento della statuizione trae fondamento da plurime argomentazioni che poggiano su riflessioni di carattere storico-comparativo, letterale e sulla ratio della norma.

Comparando le previgenti formulazioni dell’attuale art. 382 c.p.p, ovvero gli artt. 47 c.p.p 1865 e 168, comma 3, c.p.p 1930, si osserva come inizialmente la flagranza in senso proprio comprendesse anche il caso del reato commesso poco prima, ovvero in un momento cronologicamente anteriore dal quale era trascorso un apprezzabile intervallo temporale, ancorché modesto e contenuto.

Il dato codicistico comportava la legittimità dell’arresto dell’autore del reato solo perché il fatto era stato “commesso poco prima” ed era, quindi, tuttora “flagrante”.

Con le modifiche intervenute alla stregua dell’art. 237 c.p.p.  1930, comma 1, era venuta meno la base normativa che attribuiva alla polizia giudiziaria la potestà di procedere esclusivamente in virtù delle informazioni tempestivamente assunte dalla persona offesa o da terzi all’arresto dell’autore del reato che era “stato poco prima commesso”.

La citata disposizione, infatti, considerava flagrante esclusivamente “il reato che si commette attualmente”,  e non aveva  riprodotto l’ulteriore previsione (estensiva della flagranza) recata dai corrispondenti articoli dei codici precedenti.

Dunque, anche in base all’art. 382 c.p.p., comma 1, che non ha variato l’enunciazione letterale dello stato di flagranza contenuta nell’art. 237 c.p.p. 1930, comma 2, il dato meramente cronologico, costituito dalla brevità del lasso di tempo trascorso dalla commissione del reato e le indagini intraprese, non assume giuridica rilevanza sulla base del diritto positivo (salvo i casi particolari dell’arresto ritardato previsti da speciali disposizioni) al fine di offrire fondamento di legittimità all’arresto del reo nella indicata prospettiva della soddisfazione della esigenza della pronta reazione istituzionale alla attività criminale.

Si perviene alla medesima conclusione se si ricorre al criterio contestuale-semantico del linguaggio normativo per verificare la compatibilità dell’“inseguimento investigativo” con l’ordinamento: la S.C. focalizza l’attenzione sull’attuale enunciazione dell’art. 382 c.p.p. ove emerge, senza dubbio, la volontà del Legislatore di legare i casi di flagranza a una ineludibile evidenza della loro materialità, siccome espresse da dati effettuali, quali l’essere il soggetto colto nell’atto di commettere il reato ovvero l’essere sorpreso con cose o tracce dalla quali appaia che egli abbia commesso il reato immediatamente prima, così rimuovendo qualsivoglia forma di soggettività della valutazione del dato segnaletico rilevatore di reità.

Secondo la Cassazione non sono equiparabili i termini “inseguire”, che presuppone una concreta e diretta percezione dei fatti, e, invece, “perseguire”, che trascendono da tali requisiti.

Da ultimo è oggetto di illustrazione la ratio ispiratrice della norma: quale premessa, la Corte richiama il principio di inviolabilità ex art, 13 Cost. ove, al terzo comma, è comunque previsto che “in casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge, l’autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati entro quarantotto ore all’autorità giudiziaria e, se questa non li convalida nelle successive quarantotto ore, si intendono revocati e restano privi di ogni effetto”.

La privazione della libertà a opera della polizia giudiziaria ovvero, nei casi ammessi, da parte del privato, trova ragionevole giustificazione nella constatazione della condotta del reo, nell’atto stesso della commissione del delitto, ovvero della diretta percezione di condotte e situazioni personali dell’autore del reato, immediatamente correlate alla perpetrazione e obiettivamente rivelatrici della colpevolezza.

Il fine ultimo è prevenire la possibilità di ingiustificate privazioni della libertà personale da parte dell’autorità di pubblica sicurezza.

Così definiti i confini della misura precautelare dell’arresto in stato di flagranza, risulta evidente che nel relativo ambito non deve essere (ri)compresa la privazione della libertà dell’indagato allorché sia operata, seppure in tempo prossimo alla commissione del reato, sulla base delle dichiarazioni rese alla polizia giudiziaria dai testimoni del fatto.

Quale indiretta conferma, non sfugge al lettore che nel corpo della sentenza è richiamata una pronuncia della Corte Costituzionale a mente della quale le disposizioni sull’arresto contenute nel codice di rito devono essere interpretate restrittivamente, poiché trovano collocazione nell’ambito della deroga al principio “che incentra nella sola autorità giudiziaria ogni potere di disporre misure incidenti sulla libertà delle persone[1].

Alla luce delle considerazioni che precedono la risposta al quesito proposto dalla Sezione rimettente si compendia nella affermazione del principio di diritto: “non può procedersi all’arresto in flagranza sulla base di informazioni della vittima o di terzi fornite nella immediatezza del fatto”.

  1. Note a margine di una rilevante decisione

Come ogni decisione di rilievo, anche la sentenza in commento ha dato luogo a molteplici manifestazioni di pensiero provenienti dalle più svariate categorie di operatori di diritto.

La decisione della Suprema Corte ha altresì attirato l’attenzione dei mass-media: nei quotidiani e nelle riviste di diritto sono sbocciati titoli di articoli e commenti variopinti senza dubbio in grado di far travisare, colpo d’occhio, il reale principio espresso dal giudice nomofilattico.

A prescindere dal clamore che possa aver suscitato, il compito cui è chiamato l’interprete dogmatico è di dissociarsi dal trambusto dialettico che la pronuncia ha generato, a favore, invece, di una ragionata analisi del pensiero giuridico costituente il substrato motivazionale a fondamento del provvedimento, focalizzando la riflessione anche sulle relative implicazioni (giuridiche e pratiche) cui darà seguito.

Il commento critico a sentenze di tale risolutezza argomentativa non appare agile, giacché nel contenuto sono chiaramente cristallizzate le ragioni addotte a sostegno dell’una o dell’altra tesi, talmente chiare da rendere quasi ultronea la stesura di una nota.

Si tratta perciò di sentenze alle quali è pretestuoso muovere delle censure, poiché in taluni casi la S.C. non può esimersi dal dettare la parola “fine” a contrasti di vedute che non consentono, per quello specifico tema, di soddisfare l’immanente esigenza di certezza del diritto pretesa e costantemente percepita dall’ordinamento; a riprova, la Corte era perfettamente a conoscenza del dissapore che la decisione avrebbe indefettibilmente originato: non casualmente, descrivendo l’orientamento minoritario, afferma che “deve riconoscersi che il contrario orientamento risponde alla esigenza pratica, variamente avvertita nella opinione pubblica, di assicurare la pronta reazione istituzionale nella repressione dei reati, di maggior gravità, dei quali la polizia giudiziaria (o, nei casi previsti, il privato abilitato all’arresto) ha contezza nel medesimo contesto storico-temporale della loro perpetrazione”.

Nonostante tutto, in ossequio a quanto dianzi asserito, non era delegabile l’onere del giudice nomofilattico di dissipare le questioni ancora irrisolte; che si condivida o meno la scelta ultima della S.C., è innegabile che, salvo mutamenti futuri, per le tematiche rimesse alle Sezioni Unite si hanno ora delle coordinate interpretative adeguatamente tracciate.

Nelle pagine che compongono il dictum, ciò che colpisce non è tanto la decisione conclusiva che si manifesta nel principio di diritto espresso, quanto l’insegnamento che si trae in ordine alla modalità con la quale si deve interpretare la legge, non limitandosi al solo criterio letterale e/o sistematico, ma ricercando le reali intenzioni del Legislatore (meglio dire, dei Legislatori, alla luce del criterio interpretativo storico-comparativo).

Non si nega che la soluzione conclusiva ben avrebbe potuto essere differente rispetto a quella adottata, d’altronde il diritto non è una scienza esatta e le decisioni delle Sezioni Unite non sono parimenti esenti da critiche e da corti che disattendono [rectius-provano a disattendere] i principi enunciati attraverso motivazioni innovative e per certi aspetti contro corrente[2].

Tanto specificato, a parere di chi scrive, merita una dettagliata trattazione una delle possibili influenze pratiche che la sentenza della S.C. potrà determinare sull’ordinaria attività della polizia giudiziaria.

Notoriamente, ai sensi dell’art. 55 c.p.p., comma 1, “la polizia giudiziaria deve, anche di propria iniziativa, prendere notizia dei reati, impedire che vengano portati a conseguenze ulteriori, ricercarne gli autori, compiere gli atti necessari per assicurare le fonti di prova e raccogliere quant’altro possa servire per l’applicazione della legge penale”.

Le misure precautelari che gli ufficiali e gli agenti di p.g. possono adottare si sostanziano nell’arresto facoltativo e obbligatorio in flagranza di reato, nonché il fermo di p.g.

In relazione alla seconda ipotesi, in seno all’art. 380 c.p.p, “gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria procedono all’arresto di chiunque è colto in flagranza di un delitto non colposo, consumato o tentato, per il quale la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o della reclusione non inferiore nel minimo a cinque anni e nel massimo a venti anni” e procedono in egual modo per taluni specifici reati indicati dal comma 2 della norma.

Si è di fronte a un obbligo per la p.g. e non a una mera facoltà.

Orbene, deve primariamente ricordarsi che la p.g. sovente è chiamata a operare in situazioni emergenziali in cui le decisioni devono essere prese in tempi brevi e – ancor più importante – i provvedimenti di polizia adottati (costituenti in concreto la “traduzione giuridica” delle determinazioni assunte in sede di intervento) non possono che essere conformi alla legge per superare il vaglio dell’autorità giudiziaria.

Imporre un arresto in flagranza di reato e nel contempo rendere di nebulosa interpretazione il sintagma “inseguimento del reo” – peraltro ipotesi che ricorre quotidianamente nell’ordinaria attività di p.g. – potrebbe dar luogo a un’oggettiva complessità, per l’operatore intervenuto nell’immediatezza del fatto, nella qualificazione giuridica dell’inseguimento intrapreso.

Un esempio pratico potrebbe condensare i dubbi astrattamente sollevati.

Si pensi al reato di furto in esercizio commerciale in cui la condotta di sottrazione non sia stata direttamente percepita né dall’ufficiale di p.g. né dalla p.o., ma contemporaneamente sia palesemente impressa nelle registrazioni di un impianto di videosorveglianza: l’eventuale tempestivo inseguimento e rintraccio del reo potrebbero concludersi in un arresto in flagranza di reato oppure l’assenza di percezione da parte diretta della p.g. e della vittima comporterà l’esclusione della materialità dell’evidenza probatoria indicata dalla S.C.?

La risposta al quesito non è certamente istantanea, siccome non si può escludere che taluni rinvengano, nell’analisi e visione delle riprese seppure tempestive, una precipua attività investigativa nettamente dissociata dal concetto di “inseguimento del reo”.

Le perplessità promanano altresì dall’assunto del Procuratore generale presso la S.C. laddove, nella requisitoria, ritiene integrata la flagranza di reato qualora la polizia giudiziaria arresti il reo, datosi alla fuga immediatamente dopo aver perpetrato il delitto, sulla scorta di informazioni fornite da terzi, presenti al fatto, che abbiano indicato agli operanti la direzione di fuga.

Ne consegue che la decisione adottata dalla Cassazione inevitabilmente si scontrerà con la realtà in cui non siano senza indugio percepibili i contorni di un inseguimento propriamente inteso rispetto a un illegittimo inseguimento investigativo.

Ricorre pertanto il concreto rischio di un contrasto di intenzioni nell’operatore di polizia.

Qualora intervenga a seguito di reati per cui è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza, non rinvenuto in loco il reo, non di rado potrà percepire un intimo conflitto fra il dar luogo alla ricerca e, invece, prediligere un’azione di “polizia difensiva”, preferendo pianificare più complesse indagini (desistendo dunque dall’inseguimento), alla luce del timore che la sua attività possa essere qualificata come inseguimento meramente investigativo che, secondo il principio espresso in sentenza, non potrà che condurre, in caso di arresto, alla relativa non convalida della misura precautelare da parte dell’autorità giudiziaria.

Le conseguenze negative sulla capacità generalpreventiva dello Stato nella repressione dei reati (e la relativa percezione di inadeguatezza percepita dalla società) sono ipso facto desumibili.

[1] Corte Cost., 10 giugno 1970, n. 89, in Giur. it., 1970, I, 1384.

[2] Di recente, si segnala la sentenza Trib. Catania, Giudice delle Indagini Preliminari, 12 febbraio 2016, n. 1077/2015, in cui è stata ritenuta priva di tipicità la fattispecie di concorso esterno in associazione mafiosa:  “(…) e i giudici sono soggetti soltanto alla legge occorre una norma di legge affinché il giudice adotti un provvedimento giurisdizionale motivato. L’intuizione di Giovanni Falcone e la conseguente creazione di una fattispecie di reato che potesse coprire la zona grigia della collusione con la mafia, oggi non può che essere demandata al legislatore il quale deve farsi carico di stabilire i confini di tali figure di reato secondo precisi criteri di ermeneutica giuridica. Una volta individuata legislativamente tale fattispecie, sarà allora compito dell’interprete capire se il comportamento del singolo individuo vada ricompreso nella figura dell’associato di cui all’articolo 416 bis o meno: il problema non è di poco momento. Soprattutto perché lascia all’interprete il compito di definire qualcosa che, allo stato, non è definibile”. La questione in relazione alla configurabilità di detto reato è stata rimessa alle Sezioni Unite Penali (cfr. Cass. Sez. I, 5 ottobre 2016, n. 42043).

IL TESTO DELLA SENTENZA

Corte di Cassazione, Sezioni unite penali, sentenza 24 novembre 2015 – 21 settembre 2016, n. 39131/16

Presidente Santacroce, Relatore Davigo

Misure precautelari – Arresto – Stato di flagranza – Inseguimento del reo da parte della polizia giudiziaria – Arresto operato sulla base di informazioni della vittima o di terzi fornite nella immediatezza del fatto – Applicabilità – Esclusione   

In tema di arresto operato dalla polizia giudiziaria, non sussiste lo stato di flagranza di reato qualora la misura precautelare sia stata eseguita sulla base di informazioni della vittima o di terzi fornite nella immediatezza del fatto, poiché il concetto di inseguire non ricomprende l’accezione, in senso figurativo, di “inseguimento investigativo”, integrato dalla incalzante attività investigativa posta in essere dopo la commissione del fatto. Non è pertanto legittimo l’arresto qualora manchi, in chi vi procede, l’immediata e autonoma percezione delle tracce del reato e il relativo collegamento inequivocabile con l’indiziato. Parimenti, non è legittimo l’arresto operato sulla scorta di percezione di testimoni o di dichiarazioni confessorie dall’accusato, giacché, in assenza di diretta cognizione del fatto di reato, si richiede un apprezzamento di elementi probatori estranei alla ratio dell’istituto.

 

(OMISSIS)

Motivi della decisione.

  1. La questione di diritto sottoposta alle Sezioni Unite è la seguente: “Se può procedersi all’arresto in flagranza sulla base di informazioni della vittima o di terzi fornite nella immediatezza del fatto”.

L’art. 382, del vigente codice di rito, sotto la rubrica “Stato di flagranza”, condensa nel comma 1 le corrispondenti previsioni racchiuse nel secondo e nell’art. 237 c.p.p. , comma 3 1930 (eccettuata la disposizione relativa alla flagranza del reato permanente – già contenuta nel secondo inciso del comma 1, del previgente articolo – che attualmente trova collocazione nel ridetto art. 382, comma 2).

La partizione della materia nei due distinti commi operata dal previgente codice (analogamente alle precedenti codificazioni) e, soprattutto, l’incipit dell’art. 237 cit., comma 3, che recitava “Si considera pure in stato di flagranza chi (…)”, hanno offerto solida base alla tradizionale distinzione dottrinaria tra la flagranza (in senso proprio) e la quasi flagranza, secondo la terminologia che è tuttora generalmente adottata pur dopo la codificazione del 1988.

Per vero, la formulazione letterale dell’art. 237 c.p.p.  1930, comma 2, è transitata affatto inalterata nell’art. 382 c.p.p. , comma 1: “E’ in stato di flagranza chi viene colto nell’atto di commettere il reato”; tuttavia – in luogo del segno (immediatamente successivo) del punto finale della disposizione previgente – nella costruzione sintattica della norma attuale la congiunzione disgiuntiva “ovvero” salda nella medesima proposizione principale del ridetto comma 1 le previsioni di entrambi i casi della quasi flagranza contenuti nell’art. 237 c.p.p.  1930, comma 3, enunciandoli (con qualche variazione meramente terminologica, v. Sez. 1, n. 3318 del 08/07/1992, Maglione, Rv. 192032) mediante la ulteriore proposizione subordinata del periodo, introdotta analogamente dal pronome relativo e articolata nella ulteriore disgiunzione. Sicché non già “si considera”, bensì “è” in stato di flagranza anche “chi, subito dopo il reato, è inseguito dalla polizia giudiziaria, dalla persona offesa o da altre persone ovvero è sorpreso con cose o tracce dalle quali appaia che egli abbia commesso il reato immediatamente prima”. Siffatte ulteriori due previsioni, pertanto, non devono più ritenersi meramente equiparate alla prima, in virtù della fictio legis, bensì integrano, disgiuntamente e a pieno titolo – esattamente al pari della prima – lo stato di flagranza. Consegue che il sintagma “quasi flagranza” resta ormai privo di ogni valore giuridico – concettuale e assume nella accezione corrente la funzione di espressione puramente indicativa dei due casi di “flagranza” de quibus.

Orbene la quaestio iuris in esame è pertinente allo specifico stato di flagranza costituito dall’“inseguimento” dell’autore del reato.

Le variazioni letterali apportate al riguardo dall’art. 382 c.p.p. , comma 1, (rispetto alla formulazione della corrispondente previsione dell’art. 237 c.p.p.  1930, comma 3) sono modeste (scilicet: “subito dopo il reato”, “polizia giudiziaria” e “persona offesa”, rispettivamente al posto di “immediatamente dopo il reato”, “forza pubblica” e “offeso dal reato”) e non assumono rilievo ai fini della soluzione del quesito di diritto.

“Subito” è sinonimo di “immediatamente” ed è, per vero, assai dubbio che con la sostituzione dell’avverbio sia stato conseguito l’intento del legislatore delegato, espresso nella Relazione al Progetto preliminare del vigente codice di rito, di “restringe(re) la possibilità di interpretazioni estensive” alle quali poteva dar luogo la precedente formulazione “immediatamente dopo il reato” (v. Relazione cit., in G.U., supplemento ordinario n. 2, al n. 250 del 24 ottobre 1988, p. 97, c. 1).

Orbene, i temi di indagine attengono a) alla nozione di inseguimento del reo; b) alla relazione, temporale e logica, che lega l’inseguimento al reato.

  1. La ordinanza impugnata sì è uniformata al prevalente e più rigoroso indirizzo della giurisprudenza di legittimità.

Secondo il principio di diritto espresso da tale orientamento “non sussiste la condizione di cosiddetta quasi flagranza qualora l’inseguimento dell’indagato da parte della polizia giudiziaria sia stato iniziato non già a seguito e a causa della diretta percezione dei fatti” da parte della polizia giudiziaria, bensì “per effetto e solo dopo l’acquisizione di informazioni da parte di terzi” (Sez. 3, n. 34899 del 24/06/2015, Amistà, Rv. 264734; Sez. 1, n. 43394 del 03/10/2014, Quaresima, Rv. 260527; Sez. 4, n. 15912 del 07/02/2013, Cecconi, Rv. 254966; Sez. 6, n. 19002 del 03/04/2012, Rotolo, Rv. 252872; Sez. 3, n. 34918 del 13/07/2011, Z., Rv. 250861; Sez. 6, n. 20539 del 20/04/2010, R., Rv. 247379; Sez. 5, n. 19078 del 31/03/2010, Festa, Rv. 247248; Sez. 2, n. 35458 del 06/07/2007, Di Benedetto, Rv. 237802; Sez. 2, n. 7161 del 18/01/2006, Morelli, Rv. 233345; Sez. 4, n. 17619 del 05/02/2004, Sakoumi, Rv. 228180; Sez. 5, n. 3032 del 21/06/1999, Carrozzino, Rv. 214473; Sez. 3, n. 4860 del 20/11/1990, dep. 1991, Ponticelli, Rv. 186494).

Le ragioni che sorreggono l’affermazione del principio testé enunciato possono essere sinteticamente ricapitolate nei termini che seguono.

La provvisoria privazione del diritto fondamentale della libertà personale, di iniziativa della polizia giudiziaria e in carenza di alcun provvedimento motivato della autorità giudiziaria, rappresenta, per vero, istituto di carattere affatto eccezionale e in tal senso è espressamente connotato dall’art. 13 Cost. , comma 3.

Le disposizioni della legge ordinaria e, segnatamente, del codice di rito, che disciplinano l’arresto sono, pertanto, di stretta interpretazione ( art. 14 preleggi , comma 1).

Orbene, la dilatazione della nozione della quasi flagranza sino a prescindere dalla coessenziale correlazione tra la percezione diretta del fatto delittuoso (quantomeno attraverso le tracce rivelatrici della immediata consumazione, recate dal reo) e il successivo intervento di privazione della libertà dell’autore del reato, deborda dall’ambito della interpretazione estensiva dell’art. 382 c.p.p. , comma 1.

Attraverso progressivi slittamenti e assimilazioni tra l’ipotesi specifica dell’inseguimento (contemplata nella disposizione) e quelle (più generiche e, pertanto, differenti) delle ricerche ovvero delle investigazioni tempestive si finisce col contravvenire al tenore testuale della norma.

Gli è che il lemma inseguire, denotante, con tutta la sua pregnanza, l’azione del “correre dietro chi fugge”, e l’ulteriore requisito cronologico di immediatezza, “subito dopo il reato”, richiesto dalla legge, postulano la necessità della correlazione funzionale tra la diretta percezione della azione delittuosa e la privazione della libertà del reo fuggitivo.

La conclusione si rinsalda alla luce della considerazione della ratio legis.

La eccezionale attribuzione alla polizia giudiziaria (o al privato) del potere di privare della libertà una persona trova concorrente giustificazione nella altissima probabilità (e, praticamente, nella certezza) della colpevolezza dell’arrestato.

Ebbene, sono proprio la diretta percezione e constatazione della condotta delittuosa da parte degli ufficiali e agenti di polizia giudiziaria procedenti all’arresto, che possono suffragare, nel senso indicato, la sicura previsione dell’accertamento giudiziario della colpevolezza.

Mentre, in difetto, apprezzamenti e valutazioni, fondati sul piano affatto differente degli elementi investigativi assunti (ancorché prontamente e magari anche in loco) dalla polizia giudiziaria, non offrono analoghe sicurezza e affidabilità di previsione (v., in proposito, Sez. 1, n. 6642 del 11/12/1996, dep. 1997, Palmarini, Rv. 207085).

  1. L’orientamento contrario – presente in modo significativo nella giurisprudenza più risalente nel tempo e, tuttavia, pur recentissimamente ribadito con pronunce deliberate in consapevole contrasto col prevalente indirizzo – ravvisa la ipotesi della flagranza anche qualora, subito dopo la commissione del reato, la polizia giudiziaria, prontamente intervenga, assuma le informazioni del caso dalla persona offesa o dai testimoni presenti al fatto, e immediatamente si ponga, sulla scorta delle stesse, all’“inseguimento” dell’autore del reato, celermente pervenendo – senza alcuna interruzione della attività di investigazione e di ricerca, tempestivamente intrapresa – all’arresto dell’indagato. Secondo il principio conseguentemente affermato “lo stato di quasi flagranza sussiste anche nel caso in cui l’inseguimento (…) sia iniziato (…) per le informazioni acquisite da terzi (inclusa la vittima), purché non sussista soluzione di continuità fra il fatto criminoso e la successiva reazione diretta ad arrestare il responsabile del reato. (Sez. 3, n. 22136 del 06/05/2015, B., Rv. 263663; Sez. 1, n. 6916 del 24/11/2011, Vinetti, Rv. 252915; Sez. 2, n. 44369 del 10/11/2010, Califano, Rv. 249169; Sez. 4, n. 29980 del 2G/06/2006, Sali, Rv. 234816; Sez. 5, n. 2738 del 07/06/1999, Giannatiempo, Rv. 214469; Sez. 4, n. 1314 del 12/04/1995, Bianchi, Rv. 202108; Sez. 1, n. 1646 del 12/04/1994, Padovano, Rv. 198882; Sez. 1, n. 402 del 19/02/1990, Mastrodonato, Rv. 183661).

Alla base dell’indirizzo in parola risiede la convinzione che la giuridica essenza del “concetto di flagranza o quasi flagranza” consista nella relazione di “continuità” tra la commissione del delitto e “la reazione diretta ad arrestarne” l’autore (Sez. 3, n. 22136 del 06/05/2015, 8., cit.).

Ciò che conta è che la polizia giudiziaria si attivi immediatamente post delictum e inneschi una sequela ininterrotta di atti (della più varia tipologia: di natura investigativa, di materiale ricerca, di vero e proprio inseguimento) che, senza soluzione di continuità, culminino nell’arresto del reo.

Il costrutto argomentativo che sorregge l’assunto si sviluppa nei termini che seguono.

L’argomento letterale, piuttosto che l’indirizzo prevalente, suffraga, invece, la tesi contraria: in relazione alla previsione dell’inseguimento l’art. 382 c.p.p. , comma 1, non richiede, nella sua formulazione testuale, che “chi procede all’arresto abbia veduto l’agente mentre commetteva il fatto” e, neppure, “che abbia veduto il reo fuggire dal luogo dove ha commesso il fatto” (v. ibidem).

La norma configura la ipotesi del reo, colto dalla polizia giudiziaria nell’atto di commettere il reato, e la ipotesi dell’inseguimento, subito dopo la commissione del delitto, come casi autonomi e alternativi dello stato di flagranza; mentre, se si reputi necessario che l’inseguitore debba aver avuto “una propria diretta percezione del fatto”, quella dell’“inseguimento divent(erebbe) una ipotesi subordinata all’ipotesi precedente della percezione del reato” (v. ibidem).

Il lemma “inseguire” comprende nel suo significato non solo l’azione di chi corre dietro a taluno che fugge, ma anche quella di “chi procede in una determinata direzione, secondo più punti di riferimento, al fine di raggiungere qualcuno o qualcosa” (Sez. 2, n. 44498 del 04/11/2015, Isaia, n.m.).

Il concetto di “inseguimento”, pertanto, “non può non dilatarsi alla confinante accezione di perseguimento” così da “estendersi ermeneuticamente nel concetto di (…) esplicazione di indagine che sortisce immediatamente dalla notitia criminis e, senza soluzione di continuità, conduce in tempo oggettivamente breve ad arrestare l’autore del reato” (Sez. 3, n. 22136 del 06/05/2015, B., cit.).

  1. Le Sezioni Unite ritengono di dover ribadire il prevalente indirizzo che negli anni più recenti si è andato progressivamente affermando nella giurisprudenza di legittimità.

4.1. Deve riconoscersi che il contrario orientamento risponde alla esigenza pratica, variamente avvertita nella opinione pubblica, di assicurare la pronta reazione istituzionale nella repressione dei reati, di maggior gravità, dei quali la polizia giudiziaria (o, nei casi previsti, il privato abilitato all’arresto) ha contezza nel medesimo contesto storico-temporale della loro perpetrazione.

Siffatta esigenza trovava, peraltro, sul piano normativo, remoti addentellati nella più estesa nozione della flagranza del reato, contemplata nei codici di rito che precedettero quello del 1930.

L’art. 47 c.p.p.  1865, comma 1, recitava “E’ flagrante reato il crimine o delitto che si commette attualmente, o che è stato poco prima commesso”.

E, analogamente, l’art. 168 c.p.p.  1913, comma 1, disponeva: “E’ flagrante il reato che si commette attualmente o che è stato poco prima commesso”.

Sicchè (a prescindere dai casi di quasi flagranza distintamente contemplati dall’art. 47 c.p.p.  1865, comma 2, e art. 168 c.p.p.  1913, comma 3) la flagranza in senso proprio comprendeva anche il caso del reato, commesso “poco prima”, cioè (non nella immediatezza, bensì) in un momento cronologicamente anteriore dal quale era trascorso un apprezzabile intervallo temporale, ancorché modesto e contenuto.

Il dato codicistico comportava, dunque, la legittimità dell’arresto dell’autore del reato sol perché il fatto era stato “commesso poco prima” ed era, quindi, tuttora “flagrante”.

4.2. Ma già alla stregua dell’art. 237 c.p.p.  1930, comma 1, (peraltro entrato in vigore nella stessa cornice costituzionale dei due precedenti codici di rito del Regno d’Italia, v. infra 4.8.) era venuta meno la base normativa che attribuiva alla polizia giudiziaria la potestà di procedere – solo in virtù delle informazioni tempestivamente assunte dalla persona offesa o da terzi all’arresto dell’autore del reato che era “stato poco prima commesso”.

La citata disposizione, infatti, considerava flagrante esclusivamente “il reato che si commette attualmente”, in quanto non aveva riprodotto la ulteriore previsione (estensiva della flagranza) recata dai corrispondenti articoli dei codici precedenti.

In conclusione, anche in base all’art. 382 c.p.p. , comma 1, che non ha variato la enunciazione letterale dello stato di flagranza contenuta nell’art. 237 c.p.p.  1930, comma 2, il dato meramente cronologico, costituito dalla brevità del lasso di tempo trascorso dalla commissione del reato – pur nella sinergia colla indagine dalla polizia giudiziaria, tempestivamente incoata e, senza alcuna interruzione, rapidamente conclusa non assume giuridica rilevanza, sulla base del diritto positivo (salvo i casi particolari dell’arresto “ritardato” previsti da speciali disposizioni), al fine di offrire fondamento di legittimità all’arresto del reo nella indicata prospettiva della soddisfazione della esigenza della pronta “reazione” istituzionale alla attività criminale.

4.3. In carenza della deprehensio in ipsa perpetratione facinoris, il reo continua a versare nello stato di flagranza, qualora, subito dopo il reato sia inseguito. La norma si sofferma a enumerare categorie di inseguitori: la polizia giudiziaria, la persona offesa o altre persone. Ma, in effetti, in virtù dell’ultimo termine della disgiunzione, chiunque può inseguire l’autore del reato.

Il punto controverso risiede nella accezione della voce verbale.

Il lemma inseguire (nella norma coniugato in forma passiva) designa la azione del “correre dietro a chi fugge, o anche a chi corre, cercando di raggiungerlo, di solito con intenzione ostile, o anche per afferrarlo, arrestarlo, e talvolta solo per superarlo”.

Non è condivisibile la tesi che l’art. 382 c.p.p. , comma 1, sia comprensivo di previsione (ulteriore e affatto diversa) fondata sulla accezione del verbo in senso figurato o puramente metaforico, così da includere la ipotesi dell’autore del reato che venga fatto oggetto di incalzante attività investigativa, in seguito alla ricezione della notitia criminis, e, pertanto, sotto tale profilo risulti “perseguito” dalla polizia giudiziaria, come il caso (citato a titolo di esempio da un Autore in epoca non recente) dell’“arresto eseguito tre ore dopo la consumazione del fatto a seguito di chiamata di correo che abbia posto la polizia giudiziaria sulle tracce dell’arrestato”.

Innanzitutto il contesto linguistico del periodo, composto dalle proposizioni che compongono il testo normativo, conduce a escludere la postulata assimilazione.

Nell’art. 382 c.p.p. , comma 1 – norma nella quale il legislatore, ridefinendo lo stato di flagranza, ha concentrato in una unica disposizione le previsioni collocate in commi distinti del corrispondente articolo del codice abrogato, in prospettiva unitaria – condotte e situazioni assumono rilievo nella evidenza della loro materialità, siccome espresse da dati effettuali, quali l’essere il soggetto colto nell’atto di commettere il reato ovvero l’essere sorpreso con cose o tracce dalla quali appaia che egli abbia commesso il reato immediatamente prima.

Con particolare riguardo a tale ultima previsione è significativo l’intervento del legislatore colla novella recata dalla L. 18 giugno 1955, n. 517, art. 7, di riformulazione del testo originario dell’art. 237 c.p.p.  1930, comma 3, (secondo la quale bastava che le cose o le tracce della quasi flagranza potessero far “presumere che il reo avesse commesso poco prima il delitto”), così sostituendo alla soggettività della valutazione la valorizzazione dell’oggettività del dato segnaletico, rivelatore della reità.

Orbene la assimilazione all’inseguimento materiale dell’“inseguimento” figurato, c.d. investigativo, risulta palesemente incoerente rispetto al contesto semantico del linguaggio normativo.

Soccorre, poi, a contrariis l’argomento storico-comparativo.

Laddove l’art. 47 c.p.p.  1865, comma 2, e art. 168 c.p.p.  1913, comma 3, includevano tra i casi di quasi flagranza anche quello dell’inseguimento inteso nella accezione figurata (era, infatti, considerato in flagranza anche chi fosse “inseguito (…) dal pubblico clamore”), siffatta previsione è stata definitivamente espunta dai testi normativi fin dalla entrata in vigore del codice di rito del 1930.

Sicché la stessa evoluzione del diritto positivo esclude alla evidenza la interpretazione avversata.

4.4. Deve, inoltre, considerarsi la assoluta peculiarità della misura precautelare dell’arresto in flagranza rispetto agli altri provvedimenti coercitivi.

Nell’arresto in flagranza la esecuzione della coercizione è coessenziale rispetto alla deliberazione di chi lo esegue.

A’ termini degli artt. 380, 381 e 383 c.p.p. , non è giuridicamente configurabile la esistenza di un arresto che non sia materialmente eseguito, bensì soltanto (come per es. il fermo dell’indiziato di delitto) semplicemente disposto.

La attività di privazione della libertà personale del reo e la deliberazione di chi esegue l’arresto (di esercitare la relativa potestà) sono inscindibili: la misura precautelare consiste (e si esaurisce) nella sua materiale esecuzione, perché è dalla legge prevista come essenzialmente attuosa.

La configurazione normativa della misura, in termini di materiale esplicazione della corrispondente potestà di polizia giudiziaria, risulta, per vero, speculare rispetto alla denotazione delle ipotesi di flagranza, che risiede nella pertinenza – sul piano fattuale alla condotta delittuosa, cotta nel mentre si compie ovvero, tosto che sia consumata, nelle immediate proiezioni materiali della perpetrazione: l’inseguimento del reo o la sorpresa di costui con cose o tracce rivelatrici della subitanea commissione del delitto.

E perspicuamente la dottrina, già nel penultimo secolo trascorso, rilevava che “il carattere (dei casi di flagranza) è quello di non essere staccati dalla esistenza del reato”.

Ulteriore conforto riceve, pertanto, la conclusione che l’arresto eseguito sebbene dopo brevissimo lasso di tempo dal fatto e tuttavia – in virtù della assunzione (e, dunque, della valutazione) di informazioni rese dai presenti alla polizia giudiziaria e all’esito alle pronte e fruttuose ricerche dell’“indicato” autore del reato, resta affatto estraneo alla previsione normativa dello stato di flagranza costituto dell’inseguimento dell’indagato.

Conclusivamente appare fondata la severa censura formulata in dottrina (a commento della sentenza Sez. 1, Mastrodonato, cit.) da un Autore secondo il quale la contraria opinione “rompe la sequenza logica della norma”.

4.5. La successone sul piano temporale, stabilita dalla legge in termini di immediatezza, tra il reato e l’inseguimento del suo autore rivela il nesso che avvince, sul piano logico, la condotta delittuosa alla previsione normativa del succitato stato di flagranza.

Se l’inseguimento origina “subito dopo il reato”, necessariamente l’inseguitore deve aver personale – percezione, in tutto o in parte, del comportamento criminale del reo nella attualità della sua concreta esplicazione: è proprio tale contezza che – eziologicamente – dà adito all’inseguimento orientato – teleologicamente – alla cattura del fuggitivo, autore del reato.

Non è condivisibile la tesi del Procuratore generale il quale ricomprende nello stato di flagranza il caso in cui, essendosi consumato il reato ed essendo già iniziata la fuga, la polizia giudiziaria, intervenga in loco e, quindi, si ponga sulle tracce del fuggitivo, per effetto delle informazioni acquisite dai testi presenti circa la identità dell’autore del delitto e “la direzione di fuga” di costui.

Inseguire e fuggire designano azioni differenti: la prima è transitiva e richiede le attività concomitanti e antagoniste di due persone (cioè, dell’inseguitore e dell’inseguito); mentre la seconda, là dove prescinde dalla attualità dell’inseguimento, è affatto intransitiva.

Secondo la previsione della legge l’inseguimento in continenti e non la fuga avvince il reo allo stato di flagranza, in quanto assicura, per le ragioni indicate, il pregnante collegamento tra il reato e il suo autore.

Mentre la mera fuga (già incoata) di taluno dal locus coinmissi delicti non permette (in difetto della denunzia degli astanti) di inferire la reità del fuggitivo, posto che il precipitoso allontanamento dalla scena del crimine può indifferentemente correlarsi a ragioni diverse dalla colpevolezza (come, ad esempio, alla esigenza di tutelare la propria incolumità, di chiedere soccorso etc.); e l’inseguimento, qualora sia intrapreso non immediatamente, bensì sulla scorta delle dichiarazioni acquisite dai testimoni, non corrisponde alla previsione dell’art. 382 c.p.p. , comma 1, in quanto la disposizione esige che l’indagato sia inseguito “subito dopo il reato”.

4.6. Non ha pregio la obiezione che la ipotesi dell’inseguimento risulterebbe in definitiva assorbita in quella dell’arresto del reo colto dell’atto di commettere il reato.

La ratio della previsione normativa dell’inseguimento risiede, infatti, nella estensione della possibilità della esecuzione dell’arresto dell’autore del reato, in luogo diverso da quello di commissione del delitto e dopo apprezzabile intervallo di tempo dalla relativa consumazione, nella ipotesi che il reo, pur essendo stato scorto nell’atto della perpetrazione, sia riuscito a darsi alla fuga.

Nè, infine, appare fondato l’argomento che, laddove la legge ammette l’arresto dell’indagato a opera del privato ( art. 383 c.p.p. , comma 1), sarebbe senza giustificazione “svilito” il contributo informativo del testimone oculare del fatto che dia adito all’inseguimento della polizia giudiziaria, quando, invece, il privato è abilitato a procedere direttamente all’inseguimento e all’arresto del reo.

Il raffronto è mal posto.

Nel vigore del codice previgente, la Corte costituzionale, risolvendo positivamente la questione della legittimità costituzionale della disposizione dell’art. 242 c.p.p.  1930, comma 1, relativa alla facoltà di arresto da parte dei privati, ha spiegato che, in tale evenienza, il privato cittadino, autore dell’arresto, “allorché agisce in presenza delle condizioni e rimane nei limiti stabiliti dalla norma stessa, assume la veste di organo di polizia, sia pure straordinario e temporaneo, ed in conseguenza viene a godere, nell’esercizio delle funzioni pubbliche assunte, della stessa speciale posizione giuridica conferita agli ufficiali di polizia giudiziaria, come risulta dal n. 2 dell’art. 357 c.p. “ (Corte cost., sent. n. 89 del 1970).

Ebbene ai fini della legittimità dell’arresto ciò che rileva è che colui che lo esegue si determini – indipendentemente dalla condizione personale di appartenenza alla forza pubblica ovvero di privato cittadino – in virtù della diretta percezione della situazione fattuale, costitutiva dello stato di flagranza dell’autore del reato, e non sulla base di informazioni ricevute da terzi.

4.7. Nella dottrina sono diffusamente avvertiti il “rischio di pericolose estensioni giurisprudenziali” e di prassi poliziesche, che attraverso la dilatazione del concetto di inseguimento, conducano, “lontano dal concetto stesso di flagranza”, a inammissibili interpretazioni “oltre i limiti della norma” la quale, invece, si correla alla previsione costituzionale che connota in termini di eccezionalità i provvedimenti provvisori di restrizione della libertà personale adottati dalla autorità di polizia.

Si riconosce, peraltro, che, ai fini dello stato di flagranza, l’inseguimento non necessariamente implica la rincorsa a vista del reo, bensì “può manifestarsi in concreto nei modi più svariati, per esempio, attraverso l’esecuzione di blocchi stradali ovvero con il circondare l’edificio in cui si è nascosto l’autore del reato”.

Purtuttavia, in modo pressoché concorde gli Autori escludono la possibilità della assimilazione all’inseguimento “vero e proprio” di quello “ideale”, ovvero del c.d. “inseguimento investigativo”, dispiegato dalla polizia giudiziaria sulla base di informazioni prontamente assunte.

Ricorrente è il rilievo che il legislatore, imprimendo con l’art. 382 c.p.p. , comma 1, una sistemazione unitaria ai casi della flagranza in senso proprio e della quasi flagranza (in precedenza contemplati in distinte disposizioni), ha inteso porre a fondamento della unificata previsione dello stato di flagranza il “rapporto di contestualità tra la condotta del reo e la percezione della stessa” o del “nesso tra il reato e il suo autore”.

In proposito è stato osservato: “In ogni caso la flagranza del reato giustifica l’arresto in quanto chi vi procede sia diretto testimone del fatto” ovvero “solo quando sia, comunque, immediata la percezione di un nesso tra il reato e il suo autore. Non è dunque legittimo l’arresto quando manchi in chi vi procede l’immediata e autonoma percezione delle tracce del reato e del loro collegamento inequivocabile con l’indiziato. Non è legittimo l’arresto che si fondi sulla percezione di testimoni o sulle dichiarazioni confessorie resa dallo stesso accusato, perché in questi casi, mancando una percezione diretta dei fatti, si richiede un apprezzamento di elementi probatori estranei alla ratio dell’istituto”.

Pur ribadendo la esclusione dall’ambito dello stato di flagranza dell’inseguimento intrapreso dalla polizia giudiziaria sulla scorta della sollecita acquisizione di informazioni dalle persone presenti al fatto, un Autore sostiene che non sia necessario che gli inseguitori abbiano “una percezione diretta (…) della commissione dell’illecito”, in quanto può supplire la percezione diretta della fuga del reo, a condizione che, in una “unica sequenza temporale”, l’inseguimento sia intrapreso nel “momento che coincide con quello in cui inizia la fuga” e che la fuga stessa sia incoata dall’autore del reato nel preciso “momento che coincide con la cessazione della condotta delittuosa”. Per vero, tuttavia, la ritenuta necessità della doppia coincidenza (consumazione del reato-fuga e fuga-inseguimento), alla luce del pertinente esempio addotto dallo stesso Autore – l’inseguimento del rapinatore, sorpreso dalla polizia, all’uopo accorsa in loco, mentre fugge dalla banca rapinata – comporta in definitiva che la “evidenza probatoria” dell’inseguimento trova pur sempre ancoraggio nella diretta percezione della condotta criminale nella immediatezza e attualità dell’impossessamento della refurtiva.

In generale gli Autori concordano nella affermazione che lo stato di flagranza si caratterizza sulla base della percezione della “evidenza prima facie” della reità e che “tale evidenza giustifica l’arresto dell’autore (del reato) a opera degli ufficiali o agenti della polizia giudiziaria, senza l’ordine del magistrato, appunto perché è ridotto al minimo il pericolo di una ingiusta” privazione della libertà.

4.8. L’indirizzo prevalente della giurisprudenza di legittimità, pienamente confortato dalla dottrina, trova decisivo avallo nella piena conformità della ermeneutica della norma al dettato della Costituzione.

In materia di libertà personale, laddove l’art. 26 dello Statuto Albertino si limitava a sancire (genericamente), al primo comma, la relativa guarentigia e a stabilire, nel comma successivo, che “Niuno può essere arrestato (…) se non nei casi previsti dalla legge, e nelle forme che essa prescrive”, con ben più pregnante formulazione, l’art. 13, primo comma, Cost.  proclama: “La libertà personale è inviolabile”. E il secondo coma appresta la tutela stabilendo che le restrizioni della libertà personale sono ammesse “nei soli casi e modi previsti dalla legge”, su disposizione della autorità giudiziaria e con “atto motivato”.

Nell’ambito della materia disciplinata dal comma successivo sono generalmente collocate (salvo qualche isolata e non recente obiezione dottrinaria) le disposizioni della legge ordinaria relative all’istituto dell’arresto in flagranza.

L’art. 13 Cost. , comma 3, contempla, infatti, che “in casi eccezionali di necessità e urgenza, indicati tassativamente dalla legge, l’autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori” de libertate sottoposti alla comunicazione alla autorità giudiziaria e alla convalida della stessa, da eseguirsi entro termini perentori, a pena di revoca e, comunque, di perdita “di ogni effetto”.

La sancita eccezionalità delle ipotesi di privazione della libertà personale a opera della autorità di polizia, di iniziativa e senza provvedimento della autorità giudiziaria, osta alla espansione in senso figurato della previsione dell’inseguimento così da includere l’accezione “confinante” (Sez. 3, n 22136 del 06/05/2015, cit.) – e, pertanto, differente – del “perseguimento” del reo attraverso la sollecita attività di investigazione e ricerca.

In proposito, peraltro, il Giudice delle leggi, in relazione alle disposizioni sull’arresto contenute nel previgente codice di rito, non ha mancato di rilevare che sì tratta di norme “di stretta interpretazione, e quindi non suscettibili di applicazione estensiva”, in quanto trovano collocazione nell’ambito della deroga al principio “che incentra nella sola autorità giudiziaria ogni potere di disporre misure incidenti sulla libertà delle persone” (Corte cost., cent. n. 89 del 1970).

La eccezionalità dell’arresto in flagranza – da apprezzarsi, ovviamente, non sul piano empirico della frequenza statistica della pratica di polizia, bensì sul piano squisitamente giuridico per la natura derogatoria dell’istituto sottolineata dalla sentenza da ultimo citata – si rinsalda alla considerazione che la privazione della libertà a opera della polizia giudiziaria ovvero, nei casi ammessi, da parte del privato, trova ragionevole giustificazione nella constatazione (da parte di chi procede all’arresto) della condotta del reo, nell’atto stesso della commissione del delitto, ovvero della diretta percezione di condotte e situazioni personali dell’autore del reato, immediatamente correlate alla perpetrazione e obiettivamente rivelatrici della colpevolezza; sicché appare assai remota (e praticamente esclusa) la eventualità di ingiustificate privazioni della libertà personale.

In conclusione, così definiti i confini della misura precautelare dell’arresto in stato di flagranza, risulta evidente che nel relativo ambito non deve essere compresa la privazione della libertà dell’indagato allorché sia operata, seppure in tempo prossimo alla commissione del reato, sulla base delle dichiarazioni rese alla polizia giudiziaria dai testimoni del fatto.

  1. Alla luce delle considerazioni che precedono la risposta al quesito proposto dalla Sezione rimettente si compendia nella affermazione del seguente principio di diritto:

“Non può procedersi all’arresto in flagranza sulla base 41 informazioni della vittima o di terzi fornite nella immediatezza del fatto”.

  1. L’applicazione del principio di diritto, testé enunciato, al caso oggetto del presente scrutinio di legittimità, comporta il rigetto del ricorso.

Infatti, alla stessa stregua delle prospettazioni in punto di fatto del Pubblico Ministero ricorrente e secondo quanto, peraltro, pacificamente emerge dalla ordinanza impugnata, all’arresto dell’indagato i Carabinieri procedettero (dopo alcune ore dalla commissione del reato) esclusivamente sulla base delle dichiarazioni loro rese, dalla vittima e dalle persone informate dei fatti (nonchè degli esiti obiettivi delle lesioni rilevati sul corpo della persona offesa), senza che ricorresse la ipotesi dell’inseguimento del reo ed essendo fuori discussione gli altri due casi dello stato di flagranza, per la netta cesura – intervenuta tra la consumazione del reato e l’intervento successivo della polizia giudiziaria.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 24 novembre 2015.

*Filippo Bisanti, specializzato nelle professioni legali, dottore in giurisprudenza e scienze politiche, ha concluso il tirocinio ex art. 73 l. 98/2013 presso la Sezione Penale del Tribunale Ordinario di Trento; è cultore della materia presso la cattedra di Istituzioni di Diritto Privato e presso la cattedra di diritto Civile dell’Università degli Studi di Trento; attualmente è iscritto al II° anno del master di II° livello “Diritto e Processo Penale”; autore di numerose pubblicazioni in materia di diritto civile, penale, processuale penale, con particolare interesse anche per il diritto dello sport”.

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