La compatibilità del risarcimento punitivo nell’ordinamento italiano

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CORTE DI CASSAZIONE SENTENZA N. 16601 DEL 5 LUGLIO 2017.
– Avv. Filippo Campanile –

La sentenza n. 16601 emessa dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione in data 5 Luglio 2017 si connota per la sua particolare rilevanza nel vasto e sempre più interessante argomento dell’ introduzione nell’ordinamento giuridico italiano di fattispecie normative e/o giurisprudenziali di altri enti o stati sovranazionali affrontando, in particolare, l’interrogativo, più volte posto alla loro attenzione anche in passato, riguardante l’ontologica compatibilità del risarcimento cd. punitivo o “punitive damages” in esecuzione di sentenze straniere con il nostro ordinamento.
In effetti la novità introdotta dal provvedimento in esame consiste nell’aver ridefinito la nozione di ordine pubblico, sollecitando un ripensamento, non senza limitazione di sorta, sul tema della riconoscibilità delle sentenze straniere comminatorie dei cd. danni punitivi.
Come noto a livello normativo il rapporto intercorrente tra l’ordinamento giuridico nazionale e quello internazionale è disciplinato dall’art. 10 della Costituzione che, al primo comma, prevede espressamente “L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute”.
Siffatto principio esprime la volontà della Repubblica di aprirsi alla comunità internazionale, impegnandosi a produrre, nel proprio ordinamento interno, disposizioni in tutto coincidenti con le norme internazionali riconosciute dalla comunità degli Stati.
Alla luce di quanto dispone adesso il primo comma dell’art. 117 Cost., così come interpretato dalla L. 131/2003, la legislazione statale e regionale deve uniformarsi alle norme internazionali generalmente riconosciute e a quelle derivanti dai trattati internazionali. In ogni caso, la Corte Costituzionale ha affermato che, qualora insorgano conflitti fra norme internazionali e costituzionali, l’interprete deve procedere alla loro armonizzazione, tenendo conto che:
– il diritto internazionale preesistente alla Costituzione prevale su di essa, in quanto regola fattispecie, situazioni e interessi che si pongono come speciali rispetto alle norme interne (sentenza n. 48 del 1979);
– il diritto internazionale successivo non può mai intaccare i principi fondamentali del nostro ordinamento, cioè quei principi che danno forma al nostro ordinamento costituzionale e non possono essere alterati in nessun caso, (eguaglianza, rispetto della dignità dell’uomo, riconoscimento dei suoi diritti inviolabili). L’adattamento del diritto interno al diritto internazionale può avvenire in maniera automatica, come nel caso dell’ordinamento italiano, allorquando si ha un recepimento integrale della norma di diritto internazionale nell’ordinamento interno, ovvero a mezzo di ordine di esecuzione.
Dal punto di vista strettamente giurisprudenziale, d’altro canto, l’eventuale applicazione e/o esecuzione di provvedimenti giurisdizionali emessi da organi stranieri nell’ordinamento italiano è disciplinato dalla Legge n. 218 del 1995 che ha riformato il sistema italiano di diritto internazionale privato.
L’art. 64 della detta Legge, disciplina le condizioni affinchè la sentenza straniera sia riconosciuta in Italia “senza che sia necessario il ricorso ad alcun procedimento”. Il giudice straniero, in tal caso, deve essere competente secondo i principi dell’ordinamento italiano. Inoltre devono essere rispettate le seguenti condizioni:
1. l’atto introduttivo deve essere portato a conoscenza della parte convenuta secondo le norme dello Stato della decisione di origine;
2. le parti si sono costituite o è dichiarata la contumacia secondo le norme dello Stato della decisione di origine;
3. la decisione è passata in giudicato secondo la legge dello Stato di origine;
4. la decisione non è contraria ad un altro provvedimento passato in giudicato o pendente davanti al giudice italiano;
5. la decisione non è contraria all’ordine pubblico.
L’art. 67, inoltre, precisa che, in caso di mancata ottemperanza, di contestazione oppure quando debba eseguirsi forzatamente l’esecuzione di una sentenza straniera, chiunque sia interessato, possa richiedere presso la Corte d’Appello del luogo dell’esecuzione il riconoscimento delle condizioni previste dalla norma medesima.
Espletata questa doverosa premessa di carattere generale, la sentenza in commento ha affrontato il caso specifico che ha visto protagonista la società NOSA Inc., con sede in Florida, la quale ha ottenuto dalla Corte d’Appello di Venezia l’efficacia e l’esecutività nell’ordinamento italiano di tre sentenze pronunciate da Tribunali degli Stati Uniti d’America del 2008, 2009 e 2010 in suo favore, nelle quali veniva riconosciuto, oltre al risarcimento del danno per lesioni fisiche, anche il cd. danno punitivo, in favore di un motociclista, il quale, a seguito di un incidente stradale, aveva subito lesioni fisiche derivanti anche dalla sussistenza di difetti del casco protettivo indossato.
La Nosa Inc. era stata originariamente condannata al risarcimento dei danni in favore dell’infortunato in qualità di società venditrice del casco, anche se questo era stato prodotto dalla Axo Sport SpA e distribuito da Helmet House, motivo per il quale la prima, volendo rivalersi di quanto condannata a pagare, aveva, successivamente, chiesto ed ottenuto dai giudici statunitensi che la somma le fosse rimborsata dall’azienda produttrice con sede in Italia. Dopo aver subito una sentenza di condanna, in qualità di società produttrice del bene, al risarcimento anche del cd. danno punitivo dalla Corte di Appello di Venezia, la Axo Sport SpA ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo l’incompatibilità in Italia del riconoscimento dei danni punitivi.
La rivoluzionaria sentenza emanata dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, chiamate a risolvere contrasti giurisprudenziali sull’argomento, prendendo spunto da molteplici precedenti sul tema e dalla normativa civilistica, ha evidenziato come, anche nel nostro ordinamento, alla responsabilità civile non è assegnato soltanto il compito di ripristinare la sfera patrimoniale del soggetto leso ma anche quello deterrente e sanzionatorio, ribaltando precedenti pronunce giurisprudenziali e aprendo la strada a importanti riflessioni de iure condito e de iure condendo.
A questo punto appare necessario soffermarsi sul significato della figura del “danno punitivo” e la sua applicazione nei diversi ordinamenti giuridici ove è espressamente riconosciuto.
Presente negli ordinamenti giuridici di origine anglosassone, in particolare degli Stati Uniti d’America, tale istituto riconosce al danneggiato, oltre al risarcimento del danno patrimoniale e/o non patrimoniale subito, una somma ulteriore a titolo di “sanzione” da comminare al danneggiante, nei casi in cui il danno sia imputabile a dolo o colpa grave. Pertanto, è evidente che i cd. “punitive damages” svolgano una funzione marcatamente punitiva, simile a quanto avviene con la sanzione penale, poichè nel caso in cui il danneggiante abbia agito con malice o gross negligence, il Giudice condanna lo stesso al pagamento, in favore del danneggiato, di una somma ulteriore rispetto a quella necessaria a compensare il danno subito. La pena inflitta in tal senso si rende necessaria nel momento in cui il solo compensatory damages, ossia il normale risarcimento monetario riconosciuto al solo scopo di reintegrare la sfera giuridica e patrimoniale del soggetto che ha subito il danno, non è ritenuto sufficiente, per cui si rende necessario, a discrezione del Giudice, accludere un ulteriore importo allo scopo di punire l’autore dell’illecito, fungendo di tal guisa da deterrente nei confronti di altri potenziali trasgressori, premiare la vittima per aver rafforzato l’ordine legale e ristorarla per il pregiudizio subito.
Naturalmente il riconoscimento di una simile ulteriore voce di danno in favore della parte lesa ha avuto anche effetti negativi nell’apparato sociale degli ordinamenti che lo prevedono dato che la possibilità di vedersi riconosciuta una somma di danaro aggiuntiva a quella prevista in sede risarcitoria ha, di fatto, contribuito a far aumentare la litigiosità in caso di eventi lesivi, circostanza favorita altresì dalla sussistenza, negli Stati del common law, del cd. patto di quota lite, ovvero la convenzione tra il legale e il cliente in forza della quale il primo ottiene, a titolo di onorari, una quota, solitamente oscillante tra il 25 e il 30%, della somma ottenuta dal proprio cliente a titolo di risarcimento del danno, ivi compreso quello ulteriore oggetto della presente analisi.
In tale ottica, si comprende come nel nostro ordinamento giuridico si nutrano forti dubbi legittimità e compatibilità con la figura del risarcimento punitivo, dato che sussiste la netta separazione tra diritto civile e diritto penale e tra pena e riparazione, laddove invece ha trovato terreno fertile negli ordinamenti ove il risarcimento esemplare diviene, come detto, strumento volto a sanzionare la lesione dei diritti fondamentali dell’individuo causate da condotte dannose.
In Inghilterra, ad esempio, la condanna al risarcimento assolve anche la funzione pedagogica e garantista di equilibrio tra le parti del processo, soprattutto quando esiste un’evidente disparità economica tra di loro. Negli Stati Uniti la funzione di deterrente del risarcimento punitivo risponde anche ad un’esigenza dell’intera collettività, tant’è che i giudici statunitensi possono concedere una quota dell’importo riconosciuto a titolo di danno punitivo che va dal 30% al 75% a beneficio di agenzie statali con scopi assistenziali e previdenziali.
In Europa, invece, la Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo ha sempre respinto le domande volte ad ottenere, oltre al risarcimento del danno subito, un surplus a titolo di danni punitivi con funzione deterrente e repressiva. Eppure, in svariate sentenze con le quali la Corte stessa ha condannato uno Stato responsabile di violazione dei diritti fondamentali dell’uomo, il risarcimento al cittadino leso passa quasi in secondo piano, atteso che la pronuncia ha, in tal caso, una forte funzione dissuasiva, tipica appunto dei punitive damages.
Alla luce di tali considerazioni, possiamo meglio analizzare ciò che accade nel nostro ordinamento.
Come accennato in precedenza, il sistema giuridico italiano si basa sulla netta separazione tra diritto civile e penale e la responsabilità civile svolge una finalità eminentemente compensatoria e non sanzionatoria, con il solo scopo di riportare la sfera patrimoniale del soggetto leso in quello che era lo status quo ante in danno.
Anche la giurisprudenza e la dottrina sono state sempre unanimi nell’osteggiare il risarcimento punitivo in ossequio all’orientamento tradizionalista del nostro Paese, soprattutto nel caso di applicazioni di sentenze straniere. Sono molteplici le sentenze della Corte di Cassazione che hanno espressamente sancito l’incompatibilità dei danni punitivi con il nostro ordinamento giuridico, tra cui la sentenza n. 1183 del 2007, secondo cui “nel vigente ordinamento alla responsabilità civile è assegnato il compito precipuo di restaurare la sfera patrimoniale del soggetto che ha subito la lesione, anche mediante l’attribuzione al danneggiato di una somma di denaro che tenda a eliminare le conseguenze del danno subito mentre rimane estranea al sistema l’idea della punizione e della sanzione del responsabile civile ed è indifferente la valutazione a tal fine della sua condotta. È quindi incompatibile con l’ordinamento italiano l’istituto dei danni punitivi che, per altro verso, non è neanche riferibile alla risarcibilità dei danni patrimoniali o morali. Tale risarcibilità è sempre condizionata all’accertamento della sofferenza o della lesione determinata dall’illecito e non può considerarsi provata in re ipsa. È inoltre esclusa la possibilità di pervenire alla liquidazione dei danni in base alla considerazione dello stato di bisogno del danneggiato o della capacità patrimoniale dell’obbligato”. Si è persino statuito che, in caso fosse applicata una sentenza contenente condanna ai danni punitivi, si potesse in qualche modo parlare di arricchimento senza una causa giustificatrice dello spostamento patrimoniale da un soggetto all’altro, esulando in tal modo dalla finalità reintegratoria della responsabilità civile.
Più recentemente, sempre gli Ermellini, con la sentenza n. 15350 del 2015 in tema di risarcibilità del danno tanatologico hanno evidenziato che “i danni risarcibili sono solo quelli che consistono nelle perdite che sono conseguenza della lesione della situazione giuridica soggettiva e non quelli consistenti nell’evento lesivo e pertanto la progressiva autonomia della disciplina della responsabilità civile da quella penale ha comportato l’obliterazione della funzione sanzionatoria e di deterrenza e l’affermarsi della funzione reintegratoria e riparatoria (oltre che consolatoria)”.
Nonostante ciò, con la recente ordinanza n. 16601 del 5 Luglio 2017, le Sezioni Unite hanno invertito il senso di marcia rispetto al suindicato orientamento delle corti italiane, prendendo le mosse da numerose fattispecie pratiche ove, in applicazione di sentenze oltre al tradizionale risarcimento civile, viene riconosciuto al danneggiato un ulteriore importo a titolo di punitive damages, ricostruendo la progressiva evoluzione che sta interessando il concetto di ordine pubblico ex art. 64, lett. G), D.Lgs. 31 Maggio 1995, n. 218, per cui “la sentenza straniera è riconosciuta in Italia senza che sia necessario il ricorso ad alcun procedimento quando: (…) g) le sue disposizioni non producono effetti contrari all’ordine pubblico”.
Per riconoscere le sentenze de quo dei tribunali statunitensi, infatti, la Suprema Corte ha dovuto rielaborare tale nozione di ordine pubblico, statuendo che esso non può più, in considerazione della crescente evoluzione dell’ordinamento giuridico interno e del suo intreccio con l’ordinamento internazionale, essere considerato unicamente il complesso di principi fondamentali che caratterizzano “la struttura etico-sociale della comunità nazionale” e dei principi inderogabili “immanenti nei più importanti istituiti giuridici”, essendo divenuto oramai “il distillato del sistema di tutele appropriate a livello sovraordinato rispetto a quello della legislazione primaria”.
In base a ciò, l’originario concetto di ordine pubblico, al giorno d’oggi, deve confrontarsi e concatenarsi, oltre che con la Costituzione Italiana, anche con quel complesso di principi fondati su esigenze di tutela dei diritti fondamentali dell’uomo comuni ai diversi ordinamenti. Infatti, secondo gli Ermellini, l’evoluzione del concetto di ordine pubblico segna “un progressivo e condivisibile allentamento del livello di guardia tradizionalmente opposto dall’ordinamento nazionale all’ingresso di istituti giuridici e valori estranei, purchè compatibili con i principi fondamentali desumibili, in primo luogo, dalla Costituzione, ma anche dai Trattati fondativi e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e, indirettamente, dalla Convenzione dei diritti dell’Uomo”.
Ciò che la Corte di Cassazione pone in evidenza è il fatto che i danni punitivi possono essere contrari all’ordine pubblico e trovano un ostacolo nell’essere accolti nel nostro ordinamento, solo se liquidati in misura eccessiva. E tale impostazione, come detto in precedenza, si ravvisa già in numerosi casi pratici per i quali il rimedio risarcitorio riveste anche una funzione essenzialmente sanzionatoria. Si pensi, ad esempio, all’ipotesi in cui il giudice ha la facoltà di determinare l’ammontare del danno in via equitativa, nei casi in cui non sia possibile una precisa quantificazione; alla responsabilità aggravata ex art 96 c.p.c. per cui “Se risulta che la parte soccombente ha agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave, il giudice, su istanza dell’altra parte, la condanna, oltre che alle spese, al risarcimento dei danni, che liquida, anche di ufficio, nella sentenza. In ogni caso, quando pronuncia sulle spese ai sensi dell’articolo 91, il giudice, anche d’ufficio, può altresì condannare la parte soccombente al pagamento, a favore della controparte, di una somma equitativamente determinata”; al risarcimento del danno ambientale ex art. 18 della Legge 349/1986; alla clausola penale; al risarcimento danni ai sensi dell’art. 12 della Legge sulla stampa; e ancora in materia di diritto d’autore e della proprietà industriale, i quali prevedono che la titolare del diritto leso debba essere liquidata una somma forfettaria il cui importo è pari ai diritti che l’autore della violazione avrebbe dovuto versare nel caso in cui avesse ottenuto l’autorizzazione alla concessione dal titolare del diritto.
Con tale sentenza, la Corte di Cassazione si è allineata, così, all’ordinamento comunitario, il quale, ad esempio, con una recente ordinanza della Corte di Giustizia europea del 25 Gennaio 2017, in tema di violazione del diritto d’autore ha statuito che “l’uso non autorizzato di un’opera altrui legittima il titolare dei diritti sulla detta opera a richiedere all’autore dell’illecito il pagamento di una somma equivalente al doppio del prezzo normalmente richiesto a titolo di concessione dell’autorizzazione per l’uso dell’opera, senza dover dimostrare il danno effettivamente subito. Il mero versamento, nell’ipotesi di una violazione di un diritto di proprietà intellettuale, del canone ipotetico non è idoneo a garantire un risarcimento dell’integrità del danno effettivamente subito, poiché il pagamento di tale canone, da solo, non garantirebbe il rimborso di eventuali spese legate alla ricerca e all’identificazione di possibili atti di contraffazione, menzionati al considerando 26 della direttiva 2004/48, né il risarcimento di un eventuale danno morale né ancora il versamento di interessi sugli importi dovuti”. I giudici comunitari, pertanto, approvando l’istituto del risarcimento punitivo, legittimano gli stati dell’UE ad introdurre e liquidare forme risarcitorie di tipo sanzionatorio, in caso di violazione della proprietà industriale.
Alla luce di ciò, per la Suprema Corte, l’accertamento della responsabilità civile riveste un ruolo “polifunzionale” quindi, al fine di rispondere alle mutevoli esigenze della società non avrà solo funzione riparatoria ma anche sanzionatoria. Ma non senza limitazioni di sorta.
Infatti, nella sentenza de qua viene stabilito che “il riconoscimento di una sentenza straniera che contenga una pronuncia di tal genere deve, però, corrispondere alla condizione che essa sia stata resa nell’ordinamento straniero su basi normative che garantiscano la tipicità delle ipotesi di condanna, la prevedibilità della stessa ed i limiti quantitativi, dovendosi avere riguardo, in sede di delibazione, unicamente agli effetti dell’atto straniero e alla compatibilità con l’ordine pubblico”.
Pertanto, non basta emanare una pronuncia per estendere l’ambito applicativo dei risarcimenti punitivi.
Spetta ora al legislatore italiano fare da intermediario, riformando in maniera sistematica l’asset riguardante il risarcimento del danno al fine di renderlo completamente compatibile con l’evoluzione in corso del concetto di ordine pubblico e con la globalizzazione degli ordinamenti giuridici in senso transnazionale. È necessaria, dunque, la presenza di una legge o simile fonte che regoli la materia sulla base di principi e soluzioni che non siano in contrasto con la nostra legislazione. La sentenza straniera deve essere ancorata a una normativa che permetta la tipicità delle ipotesi di condanna, la loro prevedibilità e i limiti di natura quantitativa al risarcimento stesso, per effetto dell’art. 23 della Costituzione che istituisce una riserva di legge sulla previsione di nuove prestazioni patrimoniali e impedisce un “incontrollato soggettivismo giudiziario”.

Avv. Filippo Campanile

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