La richiesta dell’indagato ex art. 299 c.p.p. e la memoria ex art. 122 c.p.p. della parte offesa

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di Valeria Giacometti  – § I – I FATTI.
Nel caso di specie al difensore della parte offesa è stato notificata istanza ex art. 299 c.p.p. nella
quale l’indagato argomentava l’attenuazione delle esigenze cautelari e dunque chiedeva la modifica.
In particolare, pendente un secondo procedimento penale per violazione dell’art. 612bis, comma II,
c.p. il soggetto era stato attinto da ordinanza che stabiliva l’obbligo di dimora nel Comune ove egli
aveva residenza, distante centinaia di chilometri dalla residenza della parte offesa con il divieto di
allontanarsene senza autorizzazione del Giudice.

In prima battuta l’indagato aveva impugnato il detto provvedimento nanti il Tribunale del Riesame
ex art. 309, comma III. c.p.p. chiedendo in via principale la revoca della misura dell’obbligo di
dimora nel Comune di residenza, in subordine la sostituzione della predetta misura coercitiva con
altra meno gravosa per l’indagato medesimo.
Il Tribunale del Riesame, in parziale accoglimento della richiesta del soggetto, aveva mantenuto
l’obbligo di dimora, mutando però il Comune nel quale esso avrebbe dovuto aver luogo.
Tuttavia, il soggetto, per i motivi che saranno illustrati successivamente, decideva di ricorrere
nuovamente al GIP per ottenere la modifica della misura cautelare, sostenendo che le esigenze
cautelari al essa sottese si erano attenuate e dunque non sussisteva più l’emergenza che aveva
determinato il GIP ad emetterla.

§ II – I REQUISITI PER LA RICHIESTA DI REVOCA O SOSTITUZIONE DELLA
MISURA CAUTELARE.
L’art. 299 c.p.p. dispone che “1. Le misure coercitive e interdittive sono immediatamente revocate
quando risultano mancanti, anche per fatti sopravvenuti, le condizioni di applicabilità previste
dall’articolo 273 o dalle disposizioni relative alle singole misure ovvero le esigenze cautelari
previste dall’articolo 274.
2. Salvo quanto previsto dall’articolo 275 comma 3, quando le esigenze cautelari risultano
attenuate ovvero la misura applicata non appare più proporzionata all’entità del fatto o alla
sanzione che si ritiene possa essere irrogata, il giudice sostituisce la misura con un’altra meno
grave ovvero ne dispone l’applicazione con modalità meno gravose (…)”.
La norma è ovviamente molto più articolata nella sua formulazione, ma ai fini della presente
trattazione i commi che interessano sono i primi due.
La revoca viene concretamente attuata quando mancano, anche per vicende e circostanze
sopravvenute, le ragioni che avevano giustificato ab origine l’adozione, in virtù della valutazione
della persistenza ex post delle condizioni di applicabilità della misura stessa.
In particolare,la misura è revocata quando:
1. non sussistono gravi indizi di colpevolezza (ex art. 273 c.p.p.);
2. vengono in rilievo cause di giustificazione o di non punibilità, cause di estinzione del reato o
della pena che si ritiene possa essere irrogata;
3. la fattispecie criminosa commessa risulta meno grave di quanto inizialmente prospettato dal PM e
dunque non abbisogna di misure restrittive della libertà individuale;
4. non sussiste la necessità di soddisfare esigenze cautelari (ex art. 274 c.p.p.);
5. l’interessato verte in una situazione incompatibile con l’applicazione della misura.
La richiesta di revoca non ha natura di impugnazione a differenza di quella di riesame
dell’ordinanza applicativa della stessa. Può essere proposta in ogni fase del procedimento sulla base
non solo di fatti sopravvenuti, ma anche originari e coevi alla sua applicazione.
Ovviamente, tali fatti dovranno essere sottoposti ad una valutazione del Giudice che potrà anche
essere diversa da quella operata dal giudicante che ha disposto l’applicazione della misura, sempre
che detti fatti persistano alla data della decisione da adottare sulla richiesta di revoca e non siano già
stati dedotti a sostegno di precedenti impugnazioni su cui siano intervenute pronunce non più
soggette a gravame (in tal senso Cass. 11/1994).
la norma, tuttavia, non si limita a disciplinare la revoca delle misure cautelari, ma dispone anche in
ordine alla loro sostituzione con una diversa e meno afflittiva o con modalità differenti di
esecuzione.
La sostituzione della misura avverrà al mutare delle esigenze cautelari o quando il provvedimento
applicato non risulta più adeguato e proporzionato alla situazione presente nel caso concreto e alla
pena astrattamente applicabile.
Qualora sussistano queste condizioni, o quantomeno, il difensore dell’indagato/imputato ritenga
sussistano, egli può depositare la richiesta ex art. 299 c.p.p. nella Cancelleria del Giudice che ha
emesso il provvedimento di cui egli intende richiedere la modifica.
Ai sensi dell’art. 2, comma 1, lett. b), n. 1, del D.L. 14 Agosto 2013, n. 93, convertito dalla l. 15
Ottobre 2013, n. 119, è stato inserito nel testo dell’art. 299 c.p.p. il comma IIbis, p a mente del quale
“i provvedimenti di cui ai commi 1 e 2 relativi alle misure previste dagli articoli 282 bis , 282ter,
283, 284, 285 e 286, applicate nei procedimenti aventi ad oggetto delitti commessi con violenza
alla persona, devono essere immediatamente comunicati, a cura della polizia giudiziaria, ai servizi
socio-assistenziali e al difensore della persona offesa o, in mancanza di questo, alla persona
offesa”.
In altri termini, ciò significa che il difensore dell’indagato/imputato che intenda ottenere la modifica
o revoca della misura cautelare è tenuto, a pena di inammissibilità della richiesta stessa, a notificare
la propria istanza anche alla parte offesa presso il domicilio eletto o presso la residenza nel caso in
cui quest’ultima sia sprovvista di difensore.
Il comma III dell’art. 299 c.p.p. prevede che: “Il difensore e la persona offesa possono, nei due
giorni successivi alla notifica, presentare memorie ai sensi dell’articolo 121”, nella quale esporre le
ragioni ostative all’accoglimento delle richieste della difesa.

§ III – LE RAGIONI DELLA DIFESA NEL CASO DI SPECIE.
Nel caso che qui interessa, la difesa dell’indagato pone a sostegno della propria richiesta di
modifica il fatto che la misura cautelare dell’obbligo di dimora non appare più rispondente alle
esigenze della fattispecie concreta e, conseguentemente, l’indagato intende richiederne la revoca o,
in subordine la sostituzione con altra misura meno gravosa.
L’indagato, peraltro sottoposto ad altro procedimento penale per lo stesso titolo di reato (art. 612bis
c.p. commi I e II) era stata applicata la misura cautelare dell’obbligo di dimora nel comune di
residenza sussistendo, a parere del GIP che aveva emesso l’ordinanza di applicazione della detta
misura, gravi indizi di colpevolezza e di esigenze cautelari a carico dell’indagato.
Nel disporre dette misure, il GIP aveva ravvisato, in particolare, la sussistenza delle esigenze
cautelari di cui all’art. 274 lett. c) c.p.p. Secondo il giudicante, infatti, dagli atti di indagine sarebbe
emerso “come la persona indagata, abbia posto in essere per lungo tempo (…) una condotta
persecutoria, giunta a concretizzarsi anche in gravi minacce, ingiurie e molestie che manifestano,
da un lato, l’evidente volontà di arrecare alla vittima uno stato di sofferenza fisica e morale e, da
altro lato, l’incapacità dello stesso indagato di tenere a freno il suo carattere aggressivo”.
Rilevava la difesa nel proprio scritto difensivo che tuttavia, allo stato attuale, le esigenze cautelari
indicate erano venute meno, o quantomeno apparivano affievolite, atteso che non constava che negli
ultimi periodi l’indagato avesse effettuato telefonate alla parte offesa, né avesse tenuto
comportamenti persecutori o commesso altre azioni penalmente perseguibili o che comunque
giustificassero il protrarsi delle misure cautelari, con particolare riferimento all’obbligo di dimora.
A parere della difesa, l’obbligo di dimora non presentava più i caratteri di adeguatezza,
proporzionalità e indifferibilità, stante la circostanza che la parte offesa, ex moglie dell’indagato,
non era più stata sottoposta ad alcuna minaccia o altro atto che potesse generare in lei ansia e stati
d’animo di sofferenza.
Infatti, sosteneva la difesa, ormai da diverso tempo all’indagato non erano più “contestabili
comportamenti biasimevoli ed anzi egli sta osservando una condotta appropriata, dimostrando di
saper rispettare le prescrizioni imposte dall’autorità e facendo emergere l’avvenuto ravvedimento”.
Sulla base di ciò, pertanto, concludeva la difesa, non “sussiste (…) concreto e attuale pericolo che
questi commetta gravi delitti prescritto dall’art. 274 lett. c) c.p.p. quale presupposto per
l’applicazione delle misure cautelari”.
Non era nemmeno ravvisabile il pericolo di inquinamento delle prove di cui all’art. 274 lett. a)
c.p.p., considerato che non corrisponde più al vero quanto riportato nel provvedimento del GIP che
comminava la misura cautelare, ovvero che vi siano “continue gravi minacce”, che “potrebbero
indurre la p.o. a ritrattare le dichiarazioni rese”.
Non solo, ma nell’ottica della difesa, la misura dell’obbligo di dimora non risultava proporzionata
anche in relazione alle problematiche di salute di cui soffriva da tempo l’indagato, in attesa di
trapianto d’organo.
Infatti, ad avviso della difesa, nel regolare l’obbligo di dimora, l’art. 283, comma V, c.p.p. prescrive
che “Nel determinare i limiti territoriali delle prescrizioni, il giudice considera, per quanto è
possibile, le esigenze di alloggio, di lavoro e di assistenza dell’imputato”. Certamente l’assistenza
medica rientra nell’ambito di tali esigenze che il giudicante deve necessariamente tenere in
considerazione ai fini dell’applicazione della misura coercitiva e ciò è tanto più vero con
riferimento alla fattispecie concreta, in cui l’indagato soffre di patologie di rilievo.
Tuttavia, per la difesa ancora la misura dell’obbligo di dimora presso un comune piemontese era
inconciliabile con la concreta situazione del proprio assistito.
Argomentava così: “Sotto un primo profilo, l’odierno indagato non ha la possibilità di reperire
stabile collocazione nella predetta città a causa delle precarie condizioni economiche. Le
problematiche di salute non gli permettono di avere un’occupazione fissa; nell’ultimo anno ha
percepito un reddito di poco superiore a XXXX Euro e si appresta, peraltro, a presentare istanza di
ammissione al patrocinio a spese dello Stato in relazione al procedimento penale pendente. Inoltre,
il XXXX non ha parenti e/o amici che lo possano ospitare ed assistere, se non ad Ivrea, ove ha
vissuto per diversi anni. Egli ha palesi esigenze di sostegno e collaborazione da parte dei familiari
per il prosieguo delle cure e l’assistenza al medesimo sarà tanto più necessaria durante il periodo
di convalescenza che seguirà l’operazione di trapianto”.
Concludeva pertanto la difesa con l’istanza di accoglimento della richiesta di sostituzione della
misura dell’obbligo di dimora con altra meni gravosa per l’avvenuta attenuazione delle esigenze
cautelari, sottolineando come fossero sufficienti le diverse misure del divieto di avvicinamento e di
comunicazione con la p.o. atteso che, siccome le molestie contestate sarebbero avvenute col mezzo
telefonico, tali misure sarebbero risultate già idonee a tutelare la persona offesa.
Al contrario,l’obbligo di dimora imposto all’indagato avrebbe ecceduto le esigenze cautelari
prospettate, oltre ad essere di nocumento alle sue condizioni di salute. Il dettato di cui all’art. 275
c.p.p. precisa che “Nel disporre le misure il giudice tiene conto della specifica idoneità di ciascuna
in relazione alla natura e al grado delle esigenze cautelari da soddisfare nel caso concreto”.

§ III – LA MEMORIA DIFENSIVA DELLA PARTE OFFESA.
TRIBUNALE DI
UFFICIO DEL GIUDICE DELLE INDAGINI PRELIMINARI
Procedimento n. ____________ RGNR (PM _________) – _______RG GIP
MEMORIA EX ART. 121 C.P.P.
Ill.mo Signor Giudice,
la sottoscritta Avv. Valeria Giacometti nella sua qualità di difensore e domiciliataria della Signora
_________________________, nata a _______________________, il _________________,
residente in ___________________, Viale ___________________, parte offesa nel procedimento
penale di cui in epigrafe
PREMESSO CHE
– in data ________ la ___________ sporgeva denuncia querela nei confronti del Signor
______________________ (marito separato) denunciandone comportamenti minatori e persecutori;
– con ordinanza del ____________ il _______________ veniva attinto dalla misura cautelare
dell’obbligo di dimora presso la sua residenza in __________________;
– in data _____________ è stata notificata istanza ex art. 299 c.p.p. da parte del difensore
dell’indagato con cui si richiede la revoca o la sostituzione della misura cautelare dell’obbligo di
dimora con altra meno afflittiva.
Tutto ciò premesso, letta la richiesta della difesa avversaria, la difesa della Signora _____________
SI OPPONE
all’accoglimento delle richieste contenute nel predetto scritto difensivo, per i seguenti
MOTIVI

§ I – SUSSISTENZA DELLE ESIGENZE CAUTELARI A TUTELA DELL’INCOLUMITA’
DELLA PERSONA OFFESA DAL REATO.
Nel proprio scritto difensivo la difesa dell’indagato rileva che le esigenze cautelari sottese
all’emissione dell’ordinanza del GIP del ___________ non siano più sussistenti in quanto negli
ultimi mesi l’indagato si sarebbe astenuto dal porre in essere condotte minatorie e/o persecutorie in
danno alla persona offesa.
Orbene, si vuole ricordare a codesto Ill.mo Signor Giudice che nel procedimento n. ______ RGNR
(_______ RG GIP) era stata emessa ordinanza di misura cautelare che faceva divieto al _______ di
comunicare con qualsiasi mezzo con la Signora ______ (GIP Dott. _______ del _______ depositata
il successivo _____________ che accoglieva le richieste della difesa della Signora
________________ proposte con le due querele e con la memoria ex art. 90 c.p. del ___________,
veniva notificata alla parte offesa in data ____________ -a mani del difensore- e in data
_____________ alle ore ______ in _________________ a mani dell’indagato).
Ebbene, la detta ordinanza non è mai stata rispettata dall’indagato.
Infatti, come riportato nella memoria ___________: “a seguito della notifica della detta misura,
però, il _______________ non ha certamente desistito dal proprio comportamento vessatorio.
Infatti, in data __________, alle ore ______, dunque dopo la data della notifica del provvedimento
restrittivo, la parte offesa riceveva sulla propria utenza cellulare una chiamata proveniente dal
numero ________________, fino a quel momento sconosciuto alla Signora ___________.
Tale utenza si rivelava poi essere in uso al ______________________, in quanto la parte offesa,
nel rispondere alla chiamata, era suo malgrado costretta a parlare ancora con l’ex marito il quale,
ovviamente, non perdeva l’occasione e si produceva in nuove minacce all’indirizzo della Signora
______________ pronunciando testuali parole: ‘Guarda cosa mi hai combinato … te la faccio
pagare’ con ciò riferendosi il ___________________ alla notifica della misura cautelare con cui lo
stesso aveva appreso che la ex moglie, stanca delle continue persecuzioni, l’aveva denunciato”.
Ciò denota l’abitudine, comprovata, dell’indagato, di farsi beffe dei provvedimenti giudiziari emessi
nei suoi confronti e a nulla vale la considerazione della difesa che, ora, il proprio assistito abbia
osservato una “condotta appropriata, dimostrando di saper rispettare le prescrizioni imposte
dall’autorità e facendo emergere l’avvenuto ravvedimento” (pp. 3-4 richiesta difesa)
Semmai, è vero il contrario: quando attinto da misura cautelare, in apparenza, il Signor
_____________ mantiene un comportamento osservante delle leggi, essendo lo stesso ben a
conoscenza delle conseguenze di un’eventuale inosservanza delle prescrizioni. Quando, poi, la
misura viene a cessare ecco che lo stesso ricomincia la sua persecuzione.
E di ciò ne sono testimoni le numerose memorie depositate nel procedimento penale n. _______
RGNR che sono state acquisite la fascicolo di questo procedimento e che il GIP stesso,
nell’estendere la propria ordinanza, ricorda con precisione e puntualità e che la scrivente difesa
richiama nella loro interezza.
Da tali considerazioni non può che discendere un giudizio prognostico assolutamente negativo circa
i futuri comportamenti dell’indagato qualora la misura ora in essere dovesse cessare o essere
sostituita da una meno afflittiva.

§ II – SUI PRESUPPOSTI DELL’ART. 299, COMMA II, C.P.P.
L’art. 299, comma II, c.p.p. stabilisce che la revoca della misura cautelare può essere disposta
quando la misura applicata “non appare più proporzionale all’entità del fatto o alla sanzione che si
ritiene possa essere irrogata”.
Orbene, a tale proposito si osserva quanto segue.
Il Signor ________________ è imputato in un procedimento penale (il n. ______________ RGNR
– ______________ RG GIP) per la violazione dell’art. 612bis, commi I e II, c.p. e indagato in altro
procedimento penale (il n. ____________ RGNR – _____________ RG GIP) per il medesimo
titolo di reato.
Nonostante i due procedimenti siano ancora in itinere, nondimeno gli indizi di colpevolezza a carico
del _______________ sono gravi, precisi e concordanti al punto tale che nel procedimento più
vecchio egli ha scelto la strada del rito abbreviato per cui è fissata udienza di discussione al
prossimo ___________________.
Non solo, ma il procedimento n. ____________ RGNR è, per così dire, “figlio” del n.
________________ RGNR in quanto i fatti di reato che ne hanno dato origine si sono sviluppati a
seguito del radicarsi di quest’ultimo e della fissazione dell’udienza di discussione.
Orbene, si comprenderà che l’entità del fatto invocata dalla norma riguarda tutti gli aspetti della
fattispecie di reato presa nella sua interezza, dunque tutti i comportamenti delittuosi posti in essere
dell’indagato e non solo gli ultimi presi in considerazione dalla Procura.
Partendo da questa considerazione, non è chi non veda come il ______________ sia persona adusa
a porre in essere atteggiamenti vessatori e minacciosi non solo nei confronti della Signora
_________________, la quale, giova ricordarlo, a tutt’oggi si trova -e non certo per sua scelta- in
una struttura protetta, ma anche nei confronti della di lei famiglia (genitori, cognati, figli).
I fatti oggetto dei due procedimenti penali sono parte di uno stesso comportamento che si è ripetuto
nel tempo e che ha assunto caratteri sempre più preoccupanti seguendo un’escalation di violenza e
minaccia che difficilmente può essere ignorata.
E proprio tale escalation deve essere presa in considerazione come indizio di sicura ripetizione di
fatti analoghi qualora la misura dovesse essere revocata o affievolita, con ciò ricadendo nella
previsione di cui all’art. 274, comma I, lett. c), c.p.p.
La difesa della Signora ____________, a tale riguardo, si permette di osservare che la lettera della
norma di cui sopra non riguarda solo il concreto ed attuale pericolo che l’indagato possa
commettere anche altri delitti, come la controparte vorrebbe fare credere, ma prende in
considerazione anche altri aspetti, quali, ci si permette di citare: “specifiche modalità e circostanze
del fatto e per la personalità della persona sottoposta ad indagini o dell’imputato desunta da
comportamenti o atti concreti o dai suoi precedenti penali”.
Ed è lo stesso GIP, nella motivazione dell’ordinanza che ora si vorrebbe revocare, ad effettuare una
puntuale analisi della personalità del _______________: “emerge chiaramente come la persona
indagata abbia posto in essere per lungo tempo (da ___________ solamente in questo
procedimento) una condotta persecutoria, giunta a concretizzarsi anche in gravi minacce, ingiurie
e molestie che manifestano, da un lato, l’evidente volontà di arrecare alla vittima uno stato di
sofferenza fisica e morale e, dall’altro lato, l’incapacità dello stesso indagato di tenere a freno il
suo carattere aggressivo (..) il quadro della situazione è reso ancor più inquietante dal fatto che
l’indagato è già stato condannato più volte per reati a base violenta (estorsione, danneggiamento,
rapina, e per detenzione illegale di armi: ciò a riprova della sua pericolosità” (p. 3 ordinanza del
__________________).
Se la misura dovesse essere revocata o affievolita, come vorrebbe la controparte, questi tratti
aggressivi riemergerebbero certamente come è già avvenuto in passato.
Per quanto concerne la sanzione che, ipoteticamente, potrebbe essere irrogata, cui parimenti l’art.
299, comma II, c.p.p. fa riferimento, questa difesa ricorda sommessamente all’Ill.mo Signor
Giudice che l’art. 612bis c.p. nella sua forma aggravata prevede la reclusione da otto mesi a 6,5
anni, nel rispetto di quanto stabilito dall’art. 64 c.p.
Pertanto, anche riguardo a questo aspetto, pare evidente che la misura non debba essere revocata.

§ III – SULLE RESIDUE ARGOMENTAZIONI.
Alcun pregio hanno, poi, le argomentazioni che la difesa del Signor ________________ spende in
relazione al suo stato di salute e alle sue necessità di alloggio.
Ci si permette di rammentare a codesto Giudice che il tema della salute è emerso più volte anche nel
corso del procedimento n. ____________ RGNR – ___________ RG GIP, dunque trattasi di dato
ormai noto e non certo nuovo, e tale da giustificare e fondare la richiesta ex art. 299 c.p.p.
Purtuttavia mail alcun documento, cartella clinica o esame che sia, è mai stato prodotto dalla
controparte.
Da ultimo, ci si permette di rammentare al Giudicante che le esigenze di salute sono strettamente
correlate alla misura della custodia cautelare in carcere: infatti, l’esecuzione di questa sola misura si
rende incompatibile con problemi di salute del soggetto che ne è attinto, ma anche in questo caso,
occorre una precisa e puntuale documentazione medico-clinica che attesti l’incompatibilità del
regime carcerario con le condizioni di salute del soggetto.
Ed invero, non sembra a questa difesa che l’obbligo di dimora abbia influito sulle capacità di
spostamento del Signor ___________ se lo stesso ha avuto modo di viaggiare e di spostarsi dalla
_______________ a ______________ per effettuare le visite mediche nel mese di Luglio (cfr.
richiesta difesa p. 4)
Come del resto è da tempo che l’indagato parla di questo intervento, senza mai produrre
documentazione che attesti il suo reale stato di salute, che peraltro non gli ha impedito, fino ad ora ,
di perseguitare, minacciare e ingiuriare la parte offesa.
In relazione all’esigenza abitativa, giova ricordare che l’esigenza di alloggio del Signor
_________________ passa decisamente in secondo piano rispetto, in primo luogo, alla sua
pericolosità, peraltro già ampiamente provata e sottolineata dallo stesso GIP, che rende del tutto
impossibile che lo stesso venga a risiedere stabilmente ad ______, nell’alloggio coniugale, quello
stesso alloggio da cui egli era già stato allontanato in esecuzione di precedente misura cautelare.
La pericolosità dell’indagato rende impossibile la realizzazione di quelle condizioni di base
necessarie per la civile convivenza e della sicurezza della parte offesa che così si ritroverebbe (di
nuovo) a non poter liberamente frequentare la casa coniugale (a lei assegnata in sede di separazione
e dalla quale è stata costretta ad allontanarsi per fatto e colpa del ____________) e dunque, in un
domani, a non potervi nemmeno fare rientro qualora lo decidesse.
Per quanto concerne la situazione economica dell’indagato, allo stato, nulla è provato dalla difesa
dello stesso, la quale si limita a fare delle asserzioni senza portare a sostegno delle stesse alcuna
documentazione utile.
Per tutti questi motivi, pertanto, la Signora __________, ut supra rappresentata, difesa e domiciliata,
CHIEDE
Che la S.V. Ill.ma rigetti le richieste tutte formulate dalla difesa dell’indagato.
Con osservanza
Ivrea, ______________
Avv. _________________

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