Il disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone

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Cassazione penale Sez. feriale n. 39883/2017 – (di Dott. Procolo Ascolese) – Con la sentenza in commento, incentrata sul tema della rilevanza penale di mestieri produttivi di rumori destinati a superare i limiti della normale tollerabilità,  la Corte di Cassazione ha avuto modo di pronunciarsi sulla linea di demarcazione fra la condotta di disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone, prevista e punita dall’art. 659 del codice penale, e l’illecito amministrativo previsto dall’art. 10, comma 2°, della legge 26 ottobre 1995 n. 447, che sanziona con il pagamento di una somma da euro 1.000 ad euro 10.000 chiunque «nell’esercizio o nell’impiego di una sorgente fissa o mobile di emissioni sonore, supera i valori limite di cui all’articolo 2, comma 1, fissati ai sensi dell’articolo 3, comma 1, lettera a)» della medesima legge.

Il Supremo Collegio ha innanzitutto sottolineato la differenza fra le due ipotesi di reato previste dall’art. 659 del codice penale, giacché, diversamente dal primo comma di tale norma, che punisce «chiunque, mediante schiamazzi o rumori, ovvero abusando di strumenti sonori o di segnalazioni acustiche, ovvero suscitando o non impedendo strepiti di animali, disturba le occupazioni o il riposo delle persone, ovvero gli spettacoli, i ritrovi o i trattenimenti pubblici», il secondo comma punisce chi «esercita una professione o un mestiere rumoroso contro le disposizioni della legge o le prescrizioni dell’Autorità».

Entrambe le contravvenzioni, invero, appaiono evidentemente finalizzate alla tutela della quiete pubblica, bene giuridico collettivo che deve essere inteso in termini di “assenza di sollecitazioni, a carico dell’esperienza sensoriale ed in particolare dell’udito, eccessive e comunque pregiudizievoli della predisposizione al lavoro, al riposo o alla ricreazione” (2).

Ai fini della configurabilità del reato in parola, non basta che il disturbo sia arrecato alle occupazioni o al riposo di una singola persona o di una singola famiglia, essendo necessaria la sua percezione da parte di un numero indeterminato di persone. Non manca, tuttavia, in giurisprudenza, l’affermazione secondo cui debba attribuirsi rilievo anche alla tutela della quiete privata, giacché il reato in esame si configurerebbe anche in caso di lesione dell’interesse di una singola persona (3).

Superfluo, invero, sottolineare che, trattandosi di contravvenzione, “ai fini dell’elemento psicologico del reato di cui all’art. 659 del codice penale (disturbo delle occupazioni e del riposo delle persone), non occorre l’intenzione dell’agente di arrecare disturbo alla quiete pubblica, essendo sufficiente la volontarietà della condotta desunta da obiettive circostanze.” (Fattispecie relativa alla detenzione presso l’abitazione di numerosi cani di grossa taglia e di pappagalli, che producevano latrati, guaiti e strepiti in ogni ora del giorno e della notte) [4].

Si tratta, in particolare, di reato a forma vincolata, stante la tassativa elencazione delle condotte suscettibili di recare disturbo.

È appena il caso di rilevare che, secondo la dottrina (5), le condotte descritte dalla norma in esame non assumono rilevanza penale se non quando si verifichi un evento di danno, costituito dal disturbo, vale a dire da un effettivo pregiudizio arrecato a più persone.

La giurisprudenza, per converso, sostiene che si tratti di reato di pericolo, la cui sussistenza non dipende dal verificarsi di un pregiudizio generalizzato, essendo sufficiente che l’evento di disturbo, in rapporto alla capacità diffusiva dei rumori, sia solo “potenzialmente” idoneo ad essere percepito da un numero indeterminato di persone  (6), perfino nel caso in cui nessuno se ne sia lamentato (7). Secondo la Corte di Cassazione, si tratterebbe, in particolare, di reati di pericolo “presunto” (8), vale a dire di illeciti penali destinati a configurarsi a prescindere dalla verifica “in concreto” della pericolosità della condotta, sulla quale il legislatore opera una presunzione iuris et de iure.

Non appare inopportuna, a questo punto, una breve digressione sulla distinzione, nella più ampia categoria dei reati di pericolo presunto, fra reati di mero sospetto e reati di mero ostacolo: si tratta di illeciti caratterizzati da un’anticipazione della soglia di punibilità, dettata da peculiari esigenze di prevenzione, così netta che, talvolta, nei reati di mero sospetto, può difettare perfino la materialità del fatto sul piano dell’idoneità dello stesso a ledere il bene giuridico tutelato, giacché vengono presi in considerazione atti, non già esecutivi di un certo iter criminis finalizzato a creare il pericolo di lesione, ma meramente preparatori, i quali, per la loro valenza, vengono considerati quali veri e propri prodromi dell’inizio dell’esecuzione, ingenerando il sospetto che la condotta preparatoria si evolva verso una condotta esecutiva tesa a ledere il bene – interesse tutelato dalla norma incriminatrice (basti considerare, a titolo esemplificativo, il reato di cui all’art. 707 del codice penale, che punisce il possesso ingiustificato di chiavi alterate o di grimaldelli); per quanto riguarda, invece, i reati ostacolo, essi consistono nella tipizzazione di condotte che il legislatore valuta come certamente in grado di culminare, in base al c.d. id quod plerumque accidit, in attività esecutive, tanto da rendere necessaria la loro incriminazione (potendo il loro arresto impedire la loro successiva evoluzione): in tal caso, la condotta tipizzata, diversamente che nei reati di mero sospetto, non assume solo valenza sintomatica generatrice di sospetti sulla sua successiva evoluzione, trattandosi di condotte univocamente finalizzate alla realizzazione dei successivi fatti costituenti reato (si può considerare, a titolo esemplificativo, il reato di cui all’art. 461 del codice penale, che punisce la fabbricazione o detenzione illegale di filigrane o di strumenti destinati alla falsificazione di monete, valori di bollo o di carta filigranata).

Desta, invero, non poche perplessità l’anticipazione della soglia della punibilità (per ragioni di prevenzione generale) oltre certi limiti allorché non si tratti di tutelare beni – interessi di primaria rilevanza costituzionale. Il diritto penale, infatti, costituisce l’estrema ratio sanzionatoria, con la conseguenza che, se gli stessi risultati si possono raggiungere con sanzioni di natura diversa, l’incriminazione non può non apparire del tutto ingiustificata.

Tutto ciò a voler prescindere dal considerare, poi, come l’anticipazione della soglia di punibilità possa, se spinta oltre il limite in cui l’agente possa comprendere la potenzialità offensiva della propria condotta e, sia pure implicitamente, accettarne i risultati, tradursi in una violazione dei principi di civiltà giuridica che presidiano il nostro ordinamento.

Per quanto riguarda la prima parte dell’art. 659 del codice penale, giova rilevare che, quand’anche il disturbo sia derivato da più mezzi fra quelli ivi indicati o si sia esteso a più spettacoli, ritrovi o trattenimenti pubblici, l’evento deve considerarsi nella sua unicità e unitarietà. Né va sottaciuto che non ogni molestia può intergrare gli estremi del disturbo idoneo a realizzare l’evento dell’illecito in esame, dovendo trattarsi di molestia tale da alterare sensibilmente, sebbene in modo transitorio, le normali condizioni in cui si svolgono le occupazioni delle persone, il loro riposo, gli spettacoli, i ritrovi o i trattenimenti pubblici.

La rilevanza penale del disturbo alla quiete pubblica va evidentemente valutata in termini oggettivi, rapportandola alla normale psicologia degli individui, a prescindere dalla soglia di tollerabilità di cui possano risultare portatori alcuni soggetti particolarmente sensibili.

Non può, di contro, trascurarsi l’incidenza delle circostanze di ambiente e di tempo nelle quali il fatto si sia verificato: è di tutta evidenza, per esempio, che le condizioni in cui si svolge la vita della collettività possano risultare sensibilimente modificate in conseguenza di peculiari manifestazioni pubbliche, al punto che il giudice non possa non tenerne conto per accertare se effettivamente, nel caso concreto, possa dirsi realizzato l’evento di danno alla pubblica quiete; la soglia di tollerabilità, per esempio, potrebbe ritenersi ridotta in relazione a luoghi quali gli ospedali, dove sono in genere ricoverate persone che necessitano di peculiari condizioni di riposo.

Superfluo sottolineare che, sebbene l’art. 659 del codice penale non operi alcuna distinzione fra le occupazioni oggetto di disturbo, non possono nutrirsi dubbi sulla loro necessaria legittimità (sul piano sociale, religioso, intellettuale o manuale).

Il reato in parola non può ovviamente configurarsi se non quando i destinatari del disturbo siano identificabili in coloro che abitualmente o precariamente vivano nell’ambito in cui risulti collocata la fonte perturbatrice del rumore molesto.

Val la pena di soggiungere, inoltre, che, a norma dell’art. 659 del codice penale, il disturbo deve investire gli spettacoli, i ritrovi e i trattenimenti pubblici, con esclusione di quelli vietati dalla legge o non autorizzati dall’autorità competente.

Per quanto riguarda, in particolare, gli spettacoli e i trattenimenti pubblici, può trattarsi di rappresentazioni teatrali o cinematografiche, di feste in discoteca, di circhi, di competizioni velocistiche che si svolgano negli ippodromi, nei cinodromi, negli autodromi o nei motodromi.

Per ritrovi pubblici devono, invece, intendersi le altre riunioni di persone per finalità di svago o di altra natura (per es., i convegni), ad eccezione di quelle caratterizzate da dipendenza gerarchica, disciplinare o di altro tipo fra i partecipanti: ragion per cui, per esempio, non rientrano nel concetto di riuniune ex art. 659 del codice penale gli assembramenti presso i seggi elettorali in occazione delle votazioni, o le pubbliche udienze nelle aule dei tribunali, giacché il trambusto che, in tali casi, dovesse prodursi cesserebbe per effetto dell’intervento dell’autorità e, comunque sia, non potrebbe costituire fonte di responsabilità penale se non in relazione ad altre ipotesi di reato, quali il delitto di “Oltraggio a un magistrato in udienza” previsto dall’art. 343 del codice penale,  oppure quello di “Oltraggio a un Corpo politico, amministratico o giudiziario” di cui all’art. 342 del codice penale, o il reato di “Attentati contro i diritti politici del cittadino” punito dall’art. 294 del codice penale, oppure quello di “Violenza o minaccia a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario” di cui all’art. 338 del codice penale”.

Affinché si configuri il reato di disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone, inoltre, non è necessario che il luogo in cui si tiene la riunione sia chiuso, ben potendo trattarsi di una piazza o di una villa comunale.

I ritrovi di cui all’art. 659 del codice penale, in particolare, possono assumere anche carattere religioso, ma non deve trattarsi di turbamento di funzioni di tipo religioso, giacché si configurerebbe, in tal caso, il diverso reato di “Turbamento di funzioni religiose del culto cattolico”, previsto dall’art. 405 del codice penale.

Per quanto riguarda, in particolare, la fattispecie prevista dal secondo comma dell’art. 659 del codice penale, che punisce il disturbo della quiete pubblica mediante l’esercizio irregolare di professioni o mestieri rumorosi, giova rilevare, innanzitutto, che tale illecito si configura in caso di mancato rispetto delle disposizioni di legge e delle prescrizioni dell’autorità in materia di esercizio di professioni o mestieri rumorosi.

La norma incriminatrice in parola, pertanto, rientra nella categoria delle così dette norme penali in bianco, trattandosi di norma incompleta, caratterizzata da un deficit nel precetto, che va necessariamente integrato con il richiamo a disposizioni di altre leggi o di altri provvedimenti amministrativi, cui la norma penale in bianco fa espresso rinvio (9).

È appena il caso di rilevare come la categoria delle norme penali in bianco abbia formato oggetto di attenta riflessione in ordine al tema della riserva di legge e, segnatamente, al problema relaitvo alla possibilità di stabilire se la riserva di legge in materia penale debba intendersi in senso assoluto o relativo; il problema si pone nella misura in cui si ritenga che la riserva di legge, esprimendo il principio del monopolio legale in materia penale, debba considerarsi assoluta e, come tale, escluda la possibilità di interferenza da parte di altri organi dello Stato.

È di tutta evidenza, tuttavia, che la legge non può spingersi oltre certi limiti, giacché una disciplina particolare o di dettaglio o eminentemente tecnica non può impegnare il legislatore, il quale deve necessariamente rinviare all’operato di organi che, in ragione della loro particolare competenza in un determinato settore, siano in grado di specificare e integrare la portata generale della norma penale.

In tali casi, pertanto, quest’ultima deve definire le linee generali della volontà legislativa e rinviare poi ad altre fonti subordinate, quali possono essere i regolamenti o i contratti collettivi o gli atti amministrativi, affinché siano delineati gli aspetti tecnici e specifici di dettaglio.

È pur vero, del resto, che il diritto penale risponde anche alla funzione di irrogare sanzioni con riferimento ad aspetti precettivi tratti da altre branche dell’ordinamento, con la conseguenza di imporre l’osservanza di precetti non definiti dal legislatore; si potrebbe sostenere, al riguardo, che il precetto penale, rinviando alla norma extrapenale (vale a dire al regolamento, all’atto amministrativo, e via discorrendo), faccia perdere a quest’ultima la sua natura originaria, rendendola penale a tutti gli effetti.

Per quando riguarda, in particolare, l’art. 659, comma 2°, del codice penale, è di tutta evidenza come, in mancanza di altra norma primaria che regoli una determinata attività lavorativa, l’incriminazione in esame si completi mediante la norma extrapenale di cui all’art. 66 T.U.L.P.S., secondo cui l’esercizio di professioni e mestieri rumorosi deve essere sospeso nelle ore determinate dai regolamenti locali o dalle ordinanze del sindaco (10).

È di tutta evidenza che, trattandosi di reato di pericolo presunto, qualora l’esercizio del mestiere rumoroso esuli dei limiti spaziali, temporali e modali imposti dalla legge, dai regolamenti o da altre legittime prescrizioni dell’autorità amministrativa, il disturbo alla quiete pubblica si presume iuris et de iure, indipendentemente dagli effetti sortiti in concreto dall’esercizio del mestiere rumoroso, con la conseguenza che, accertata l’obiettiva rumorosità dell’attività lavorativa e verificata l’inosservanza delle prescrizioni che ne regolano l’esercizio, superflua deve ritenersi ogni altra indagine in merito all’avvenuto disturbo della pubblica tranquillità (11).

Val la pena di soggiungere che la legittimità del provvedimento amministrativo destinato a integrare il precetto dell’art. 659 del codice penale va accertata da parte del giudice penale, non solo in relazione alla sussistenza della totalità dei requisiti che ne determinano la giuridica esistenza ed efficacia, ma anche in ordine alla sua conformità alle norme procedurali e sostanziali, oltre che alla carenza del vizio di eccesso di potere, inteso quale sviamento di potere: il che comporta la penale irrilevanza dell’esercizio del mestiere rumoroso, nel caso in cui il provvedimento amministrativo sia ritenuto illegittimo e inefficace (12).

A titolo esemplificativo, potrebbe considerarsi il caso di un’ordinanza che sia ritenuta illegittima, per avere imposto al titolare di un’officina l’adozione di misure atte a ridurre la rumorosità delle lavorazioni, sia perché l’art. 66 T.U.L.P.S autorizza il sindaco a limitare esclusivamente l’orario delle attività lavorative rumorose, sia perché si tratterebbe di provvedimento non urgente.

Per professioni o mestieri rumorosi, invero, devono intendersi tutte le attività di lavoro che siano produttive “di rumori fastidiosi che superino la normale tollerabilità; a tal fine, l’elencazione dei mestieri rumorosi esplicitamente indicati come tali dall’autorità amministrativa ha necessariamente natura soltanto esemplificativa, sicché, nel caso di elencazione non comprendente una data attività o di totale mancanza di qualsiasi elencazione, spetta al giudice di merito accertare la rumorosità del mestiere nel suo concreto esercizio, che si estende a tutti i comportamenti connessi a tale esercizio; una volta, poi, stabilita la rumorosità, nel senso del superamento della normale tollerabilità nei confronti di un numero indeterminato di persone – senza bisogno, peraltro, che in concreto più persone se ne siano lamentate e comunque effettivamente abbiano subito il disturbo – è sufficiente, per la realizzazione della fattispecie penale, l’accertamento della violazione delle prescrizioni dell’autorità” (13).

Per professione, in particolare, deve intendersi qualsiasi attività lavorativa individuale o di impresa collettiva non necessariamente manuale, ad eccezione delle attività di mero diletto, nel qual caso, l’eventuale disturbo alla quiete pubblica va evidentemente inquadrato nel diverso schema previsto dal primo comma dell’art. 659 del codice penale. Superfluo rilevare, poi, come anche in ipotesi di professioni o mestieri non rumorosi che, tuttavia, lo diventino in seguito a condotta posta in essere nel corso dell’attività (come accadrebbe, per esempio, nel caso di trambusto di lavoratori all’interno di una fabbrica in cui si svolgano lavorazioni non rumorose) potrà trovare applicazione la fattispecie prevista dal primo comma della suindicata norma incriminatrice.

Il reato previsto e punito dal secondo comma dell’art. 659 del codice penale, nella misura in cui richiede che l’esercizio di una professione o di un mestiere rumoroso avvenga contro le disposizioni della legge o le prescrizioni dell’autorità, porta il segno evidente del riconoscimento, da parte del nostro ordinamento giuridico, della libertà dell’iniziativa economica privata anche in relazione ad attività necessariamente rumorose (purché esse si svolgano nei limiti previsti da norme giuridiche o da legittimi atti amministrativi).

Il secondo comma della norma in parola, pertanto, ha carattere meramente sanzionatorio rispetto a quelle norme o a quelle prescrizioni dell’autorità che impongano limiti alla produzione del rumore connesso allo svolgimento di determinate attività  di lavoro o di industria.

È appena il caso di rilevare come, fra le disposizioni di legge che possono disciplinare l’esercizio delle professioni e dei mestieri rumorosi, non possa farsi rientrare quella dell’art. 844 del codice civile in tema di immissioni, che esclude la possibilità per il proprietario di un fondo di impedire anche le immissioni (tra l’altro) di rumori derivanti dal fondo del vicino, se non nel caso in cui esse superino la normale tollerabilità, trattandosi di norma la cui portata deve ritenersi limitata ai soli rapporti tra i proprietari di fondi vicini e non può, dunque, applicarsi alla pubblica quiete.

Qualora il disturbo a quest’ultima, poi, derivi da attività rumorose esercitate dalla pubblica amministrazione, non può escludersi il sindacato del giudice penale: non si tratta, infatti, di valutare l’uso del potere discrezionale della pubblica amministrazione rispetto al pubblico interesse, ma di verificare se la persona fisica che agisce in rappresentanza della pubblica amministrazione abbia esercitato il suo potere in modo da improntare la sua condotta alle prescrizioni previste a tutela dell’interesse protetto dalla norma incriminatrice (14). L’iter logico – giuridico posto a fondamento della decisione in commento, invero, si sviluppa a partire dalla considerazione che il mero superamento, per effetto dell’esercizio di mestieri rumorosi, dei limiti di rumore stabiliti dalla normativa in materia non integra gli estremi del reato di cui all’art. 659, comma 2°, del codice penale, trovando invece applicazione l’art. 10, comma 2°, della  legge 26 ottobre 1995 n. 447 (legge quadro sull’inquinamento acustico), che punisce con sanzione amministrativa “chiunque nell’esercizio o nell’impiego di una sorgente fissa o mobile di emissioni sonore supera i valori di emissione e di immissione di cui all’articolo 2 comma 1 lett. e) ed f) fissati in conformità al disposto dell’art. 3 comma 1, lett. a)” della stessa norma, stabilendo un limite, oltre il quale l’inquinamento acustico è presunto.

I valori-limite il cui superamento determina l’applicabilità della sanzione amministrativa sono attualmente fissati dal D.P.C.M. 1.3.1991.

Alla luce del suindicato art. 10, la giurisprudenza aveva ritenuto che la contravvenzione prevista dall’art. 659, comma 2°, del codice penale fosse stata depenalizzata (15). Ma l’art. 10 della legge 26 ottobre 1995 n. 447, ad attenta analisi, non ha comportato la totale abrogazione dell’art. 659, comma 2°, del codice penale, la cui applicabilità è limitata alla violazione di norme che regolano i mestieri rumorosi sotto profili diversi dalle caratteristiche delle emissioni sonore (16): diverso essendo, infatti, il bene giuridico tutelato dall’art. 659 del codice penale rispetto a quello protetto dalla legge 26 ottobre 1995 n. 447, deve escludersi ogni implicita abrogazione della suindicata norma penale, con la conseguenza che la fattispecie concreta potrà, a seconda dei casi, integrare gli estremi della violazione amministrativa derivante dalla mera inosservanza dei limiti imposti dalla legge quadro sull’inquinamento acustico, oppure quelli del reato di cui all’art. 659 del codice penale, per effetto della lesione o messa in pericolo della quiete pubblica (17).

Ad attenta analisi, infatti, la fattispecie prevista dal secondo comma della norma incriminatrice in esame contiene un elemento specializzante rispetto alla previsione dell’art. 10 della legge 26 ottobre 1995 n. 447, costituito dalla concreta idoneità della condotta rumorosa ad esporre a pericolo il bene della pubblica tranquillità. In dottrina, invero, è stato rilevato che l’art. 659, comma 2°, del codice penale, nella parte in cui è sanzionata l’inosservanza di singole e concrete prescrizioni dell’autorità amministrativa, alle quali rinvia genericamente, desta perplessità in ragione del probabile mancato rispetto del canone di tassatività della fattispecie (18).

Val la pena, a questo punto, di ripercorrere, per ragioni di completezza espositiva, l’evoluzione della normativa in materia di tutela da inquinamento acustico, che vide, in ambito nazionale, l’intervento del decreto del presidente del consiglio dei ministri 1 marzo 1991, con cui furono definiti i limiti massimi di esposizione al rumore negli ambienti abitativi e nell’ambiente esterno, con riferimento esclusivo a due fonti di rumore: gli impianti industriali e le attività temporanee.

Dal suo ambito di applicazione, quindi, risultavano escluse le sorgenti sonore produttive di effetti solo all’interno di locali adibiti ad attività industriali o artigianali senza diramazione di rumore nell’ambiente esterno, oltre che, in merito alle infrastrutture, le aree e le attività aeroportuali.

La disciplina, inoltre, poteva trovare applicazione solo in presenza di una classificazione del territorio in zone da parte dei Comuni e i limiti di accettabilità del rumore venivano dal regime transitorio (previsto in attesa di tale classificazione) definiti in base alla classificazione urbanistica delle aree in quattro categorie.

Con la legge quadro di cui si è occupata la sentenza in commento (legge 26 ottobre 1995 n. 447) fu introdotta, invece, una disciplina organica della materia che, diversamente dal suindicato decreto del 1991, riguarda tutte le attività che possano produrre rumore, in ambiente abitativo ed esterno.

La legge quadro sull’inquinamento acustico, in particolare, attribuisce allo Stato la competenza a stabilire i valori da applicare sul territorio nazionale e a definire la normativa tecnica generale, alle regioni la competenza alla definizione dei criteri sulla cui base i Comuni devono procedere alla classificazione del proprio territorio sul piano dell’incidenza acustica in relazione a ciascuna zona, in modo da circoscrivere o prevenire il deterioramento cagionato dal rumore in ambito territoriale.

Una volta che sia stata effettuata la zonizzazione acustica, poi, i Comuni devono adottare, in base ad essa, il piano di risanamento acustico, per la definizione degli interventi necessari al ripristino del rispetto dei limiti di inquinamento nelle diverse zone. L’inquinamento acustico, in particolare, è definito dall’art. 2, comma 1°, della legge 26 ottobre 1995 n. 447 quale «introduzione di rumore nell’ambiente abitativo o nell’ambiente esterno tale da provocare fastidio o disturbo al riposo e alle attività umane, pericolo per la salute umana, deterioramento degli ecosistemi, dei beni materiali, dei monumenti, dell’ambiente abitativo o dell’ambiente esterno o tale da interferire con le legittime funzioni degli ambienti stessi».

In materia di inquinamento fonico, va invero segnalato il recepimento della direttiva europea 2002/49, attraverso il decreto legislativo 19 agosto  2005  n.  194, che, al fine di evitare, prevenire o ridurre gli effetti dannosi dell’esposizione al rumore ambientale, definisce competenze e procedure per elaborare la mappatura acustica e le mappe acustiche strategiche, adottare piani d’azione (finalizzati sia a evitare e ridurre il rumore dove si riveli necessario, sia a evitare incrementi dell’inquinamento fonico nelle zone silenziose) e assicurare l’informazione e la partecipazione del pubblico riguardo al rumore ambientale (vale a dire l’insieme dei «suoni indesiderati e nocivi in ambiente esterno prodotti dalle attività umane, compreso il rumore emesso da mezzi di trasporto, dovuto al traffico veicolare, al traffico ferroviario, al traffico aereo e proveniente da siti di attività industriali») e alle sue conseguenze.

Va infine rilevato che, ai sensi dell’art. 1 del decreto legislativo 19 agosto  2005  n.  194, l’applicazione delle disposizioni della legge 26 ottobre 1995 n. 447 è fatta salva, unitamente alla normativa vigente in materia di tutela dell’ambiente esterno e di quello abitativo adottata in attuazione della legge quadro sull’inquinamento acustico, sempre che tale normativa non sia stata «esplicitamente modificata» dal decreto legislativo 19 agosto 2005 n.  194.

CENNI BIBLIOGRAFICI

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  • Giancarlo De Vero, Inosservanza di provvedimenti di polizia e manifestazioni sediziose e pericolose (Contravvenzioni), in Digesto delle discipline penalistiche 1993, utet giuridica, Torino, 86;

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