La depenalizzazione dell’ingiuria non tocca l’aggravante d’odio razziale per i reati concorrenti

16,799 Visite totali, 8 visite odierne

CORTE DI CASSAZIONE, SEZIONE V PENALE, 27 OTTOBRE 2017, n. 49503

di Dott.ssa Angelica Commisso

  • I – Il caso.

La sentenza della Corte di Cassazione, sezione V penale, 27 Ottobre 2017, n. 49503 ha pattuito come la depenalizzazione del reato di ingiuria (Dlgs n. 7/2016) conduce alla revoca della pena irrogata.

Le frasi pronunciate, però, continuano a fungere da base per l’aggravante della finalità dell’odio razziale in riferimento alle altre condotte illecite poste in essere.

La Corte di cassazione ha annullato, relativamente al solo reato di ingiuria, la condanna emessa nei confronti di un automobilista dalla Corte di appello di Bologna per aver insultato un altro guidatore di origine africana.

Tuttavia, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso nei confronti degli altri reati contestati: violenza privata e minaccia «per aver chiuso con violenza lo sportello del lato guida dell’autovettura della parte civile, impedendogli di uscire dal veicolo», confermando l’aggravante della finalità di discriminazione e odio razziale rispetto alle frasi ingiuriose e minacciose pronunciate.

  • II – Analoghe pronunce giurisprudenziali

La Corte di Cassazione, con diverse sentenze, tende a ravvisare la predetta circostanza aggravante in espressioni del tipo “negro perditempo” (23 settembre 2008) e “sporco negro” (28 gennaio 2010).

Una modifica dell’articolo 61 del codice penale per far scattare la circostanza aggravante delle motivazioni razziali tutte le volte che venga riscontrato un reato è stata chiesta anche dal Comitato Onu, nelle osservazioni conclusive del 9 marzo 2012 dopo l’esame della situazione in Italia in base all’articolo 9 della Convenzione internazionale del ’65.
Resta sullo sfondo l’istituto previsto dall’articolo 68, primo comma, della Costituzione che sancisce l’immunità per i membri del Parlamento in relazione alle opinioni espresse nell’esercizio delle loro funzioni.

Significativa è anche la  sentenza del 1 giugno 2016 la Corte d’Appello di Trento che ha confermato la sentenza di condanna di primo grado nei confronti di un consigliere circoscrizionale di Trento, per il reato di diffamazione di cui all’art. 595 c.p. aggravato dalle finalità di odio razziale di cui all’art. 3 della legge n. 205 /2003.

Il consigliere, nel Luglio 2013, aveva pubblicato sul proprio profilo Facebook un commento gravemente lesivo della reputazione dell’allora ministra dell’Integrazione Cecile Kyenge, invitandola “a tornare nella giungla dalla quale è uscita”.

La Corte d’Appello di Trento, confermando quanto precedentemente già deciso dal Tribunale di Trento, ha affermato che le espressioni utilizzate sono “altamente lesive dell’onore e del prestigio della signora Kyenge” poiché “tale modalità di esprimere la disapprovazione va ben al di là di quanto necessario per rendere l’idea di un pur severo, ma consentito, giudizio contrario e travalichi in attacco personale di offesa gratuita, per se stessa lontana dalle esigenze della critica e della libera manifestazione del pensiero”.

Tali espressioni rappresentano una piena volontà di discriminazione razziale poiché non paiono a nulla altro ispirate “se non a suggerire l’idea di una inferiorità originaria della persona, determinata dal colore della pelle”.

La Corte ha pertanto confermato che fossero presenti gli estremi dell’aggravante di discriminazione razziale poiché pongono “al centro della svalutazione delle tesi non la prospettazione di argomenti contrari delicatamente articolati, ma la caratterizzazione di chi le aveva enunciate come soggetto di livello inferiore che, nella sua assimilabilità agli animali, era nella impossibilità di affermare cose sensate e condivisibili”.

La Corte, richiamando propri numerosi precedenti in materia di aggravante di discriminazione razziale (ex multis sez. 5 n. 49694 del 29.10.2009, sez. 5 n. 11590 del 28.1.2010, PG Singh, rv 246892, sez. 5 n. 305254 4 febbrao 2013 del Dotto, Rv 255558, sez. 5 13.7.2015 n. 43428, sez 5 38217 del 12.6.2008, Rv 241640) ha confermato che per realizzarsi l’aggravante non assume rilievo la mozione soggettiva dell’agente poiché una volta oggettivatesi la finalità in un consapevole comportamento esteriore non è necessaria alcuna indagine sulla volontà.

Ordunque, anche se il movente può essere di altra natura, se l’agente sceglie consapevolmente modalità fondate sull’odio razziale per commettere il reato, si realizzerà l’aggravante della finalità di discriminazione razziale.

  • III – Giurisprudenza sul punto

Reato – Reati contro la persona – Aggravante della finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso – Configurabilità. L’aggravante della finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso (art. 3 D.L. n. 122 del 1993, conv. in legge n. 205 del 1993) è configurabile nel caso di ricorso a espressioni ingiuriose che rivelino l’inequivoca volontà di discriminare la vittima del reato in ragione della sua appartenenza etnica o religiosa.

  • Corte di cassazione, sezione V, sentenza 28 ottobre 2015 n. 43488

Reati contro la persona – Stalking – Odio razziale – Reati commessi con la finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso – Circostanza aggravante – Presupposti.

La circostanza aggravante della finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso è integrata quando – anche in base alla Convenzione di New York del 7 marzo 1966, resa esecutiva in Italia con la legge n. 654 del 1975 – l’azione si manifesti come consapevole esteriorizzazione, immediatamente percepibile, nel contesto in cui è maturata, avuto anche riguardo al comune sentire, di un sentimento di avversione o di discriminazione fondato sulla razza, l’origine etnica o il colore e cioè di un sentimento immediatamente percepibile come connaturato alla esclusione di condizioni di parità, non essendo comunque necessario che la condotta incriminata sia destinata o, quanto meno, potenzialmente idonea a rendere percepibile all’esterno – e, quindi, a suscitare – il riprovevole sentimento o, comunque, il pericolo di comportamenti discriminatori o di atti emulatori, anche perché ciò comporterebbe l’irragionevole conseguenza di escludere l’aggravante in questione in tutti i casi in cui l’azione lesiva si sia svolta in assenza di terze persone.

  • Corte di cassazione, sezione V, sentenza 18 giugno 2015 n. 25756.

Reato – Reati contro la persona – Aggravante della finalità di discriminazione razziale – Configurabilità – Movente della condotta – Irrilevanza. La circostanza aggravante della finalità di discriminazione razziale è configurabile per il solo fatto dell’impiego di modalità di commissione del reato consapevolmente fondate sul disprezzo razziale, restando irrilevanti le ragioni, che possono essere anche di tutt’altra natura, alla base della condotta.

  • Corte di cassazione, sezione V, sentenza 15 luglio 2013 n. 30525.

Reato – Reati contro la persona – Aggravante della finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso – Necessità che la condotta sia percepita o percepibile da terzi – Esclusione. In materia di aggravante della finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso non è necessario, ai fini della configurabilità, che la condotta incriminata sia percepita da terze persone.

  • Corte di cassazione, sezione V, sentenza 12 giugno 2013 n. 25870.

Reato – Reati contro la persona – Aggravante della finalità di discriminazione e di odio razziale – Condizioni per la configurabilità. Integra il reato di minaccia aggravato dalla circostanza della finalità di discriminazione o di odio etnico, razziale o religioso, la condotta di colui che effettui telefonate all’indirizzo della persona prospettandole alcuni mali ingiusti, rientranti nel genere di quelli praticati in un lager nazista (stupro etnico razziale), e manifesti odio nei confronti del popolo ebraico ed esultanza per le persecuzioni di cui è stato vittima, considerato che la finalità di odio razziale e religioso sussiste non solo quando il reato sia rivolto ad un appartenente al popolo ebraico, in quanto tale, ma anche quando sia indirizzato a coloro che, per le più diverse ragioni, siano accomunati dall’agente alla essenza e ai destini del detto popolo.

  • Corte di cassazione, sezione V, sentenza 12 gennaio 2012 n. 563.

Reato – Reati contro la persona – Aggravante della finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso – Configurabilità – Condizioni. L’aggravante della finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso (articolo 3 del Dl n. 122 del 1993, convertito dalla legge n. 205 del 1993), è configurabile quando essa si rapporti, nell’accezione corrente, a un pregiudizio manifesto di inferiorità di una sola razza; mentre non ha rilievo la mozione soggettiva dell’agente, né è necessario che la condotta incriminata sia destinata o, quanto meno, potenzialmente idonea a rendere percepibile all’esterno e a suscitare il riprovevole sentimento o, comunque, il pericolo di comportamenti discriminatori o di atti emulatori, giacché ciò varrebbe a escludere l’aggravante in questione in tutti i casi in cui l’azione lesiva si svolga in assenza di terze persone.

  • IV – Approfondimento

Sul piano del diritto positivo italiano, le disposizioni penali che puniscono le manifestazioni di discriminazione razziale prendono le mosse dalla ratifica della Convenzione di New York del 7 marzo 1966, intervenuta con la legge 13 ottobre 1975, n. 654.

Nella sua formulazione originale, l’art. 3, comma 1, della legge, in attuazione della disposizione di cui all’art. 4 della Convenzione, puniva con la reclusione da uno a quattro anni (lett. a) “chi diffonde in qualsiasi modo idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale”, ovvero (lett. b) “chi incita in qualsiasi modo alla discriminazione, o incita a commettere o commette atti di violenza o di provocazione alla violenza, nei confronti di persone perché appartenenti a un gruppo nazionale, etnico o razziale”. La fattispecie criminosa contiene peraltro una clausola di salvaguardia (“salvo che il fatto costituisca più grave reato”).

Inoltre sono puniti dallo stesso articolo (al comma 2) con la reclusione da uno a cinque anni i partecipanti (o coloro che prestino assistenza) ad associazioni od organizzazioni aventi tra gli scopi quello “di incitare all’odio o alla discriminazione razziale”; per i capi o promotori di siffatte organizzazioni o associazioni la pena era aumentata.

L’ipotesi di reato di cui all’art. 3 comma 1 legge 654/1975 è stata però significativamente modificata, come vedremo, dapprima dall’art. 1 del d.l. 122/1993 (convertito nella legge 205/1993), poi dall’art. 13 della legge 24 febbraio 2006, n. 85.

Per il momento basterà osservare che l’intervento legislativo di ratifica muove dall’impegno assunto dagli Stati firmatari della Convenzione (art. 4), che obbliga detti Stati a “dichiarare crimini punibili dalla legge, ogni diffusione di idee basate sulla superiorità o sull’odio razziale, ogni incitamento alla discriminazione razziale, nonché ogni atto di violenza, od incitamento a tali atti diretti contro ogni razza o gruppo di individui di colore diverso o di diversa origine etnica, come ogni aiuto apportato ad attività razzistiche, compreso il loro finanziamento”, nonché a “dichiarare illegali ed a vietare le organizzazioni e le attività di propaganda organizzate ed ogni altro tipo di attività di propaganda che incitino alla discriminazione razziale e che l’incoraggino, nonché a dichiarare reato punibile dalla legge la partecipazione a tali organizzazioni od a tali attività”. I punti critici che si profilano nelle fattispecie che incriminano la diffusione delle idee razziste e – in qualche misura – in quelle che puniscono l’incitamento alla discriminazione razziale riguardano, da un lato, la nozione di “diffusione delle idee” e quella di “incitamento”.

  • V – Diffamazione aggravata da motivi razziali a mezzo Facebook: qualche riflessione.

Una molteplicità di delitti commessi in Internet offendono beni giuridici diversi, che sono indisponibili data la loro rilevanza collettiva o addirittura pubblica, per cui sono perseguibili d’ufficio.

L’utilizzo di Internet integra l’ipotesi aggravata di cui all’art. 595, co. 3, c.p. (offesa recata con qualsiasi altro mezzo di pubblicità), poiché la particolare diffusività del mezzo usato per propagare il messaggio denigratorio rende l’agente meritevole di un più severo trattamento penale.

La principale questione che si pone, a proposito di questi reati, è il rapporto con il menzionato diritto di libertà di manifestazione del pensiero (art. 21 Cost.) e, più in generale, di espressione (artt. 8 e 9 CEDU e art. 11 Carta di Nizza).

Al riguardo, la Corte di Strasburgo ha sviluppato un’ormai consolidata giurisprudenza, che muovendo dal carattere non assoluto di questi ultimi diritti, riconosce la legittimità delle menzionate incriminazioni, in quanto necessarie a garantire la tutela di esigenze di rango pari o superiore, nei limiti consentiti in una società democratica.

Ma con l’espandersi delle comunicazioni e la maggior facilità degli scambi di informazioni e di dati in Internet, la materia ha assunto un rilievo particolare, apparendo tali reati più temibili presentando una ben più elevata potenzialità diffusiva: per cui ricevono una speciale attenzione non solo da parte della dottrina e della giurisprudenza, ma anche dello stesso legislatore, come dimostrano fonti sopranazionali quale il Protocollo addizionale alla Convenzione Cybercrime del Consiglio d’Europa, adottato a Strasburgo il 28 gennaio 2003, che impone a ogni Stato parte (fra l’altro) di incriminare «la diffusione o altre forme di messa a disposizione al pubblico, tramite un sistema informatico, di materiale razzista e xenofobo».

Ciò premesso, con particolare riguardo alla circostanza aggravante della “finalità di discriminazione razziale”, sotto il profilo penalistico la normativa specificamente volta alla repressione di simili condotte è – come si è scritto supra – contenuta nella L. 13 ottobre 1975 n. 654, legge di attuazione della Convenzione di New York sulla “eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale”, aperta alla firma il 7 marzo 1966, che ha tra i propri scopi principali il contrasto di qualsiasi forma di “discriminazione”, intendendo con tale espressione “ogni distinzione, esclusione, restrizione o preferenza basata sulla razza, il colore, l’ascendenza o l’origine nazionale o etnica, che abbia lo scopo o l’effetto di distruggere o di compromettere il riconoscimento, il godimento o l’esercizio, in condizioni di parità, dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale e culturale o in ogni altro settore della vita pubblica“.

La Convenzione di New York venne ratificata in Italia appunto con la L. n. 654/1975 sostituito dal d.l. 26 aprile 1993 n. 122 – c.d. “Decreto Mancino” – convertito con modifiche nella L. 25 giugno 1993 n. 205.

Tale intervento legislativo si è tradotto in un inasprimento del trattamento sanzionatorio, nonché in un ampliamento dell’ambito di tutela, attraverso l’estensione della rilevanza penale anche alle manifestazioni discriminatorie attinenti alla sfera “religiosa”, oltre a quelle razziale, etnica e nazionale, e mediante l’incriminazione di singoli “atti” di contenuto discriminatorio accanto alle condotte di “incitamento” o di provocazione di altri a porre in essere azioni di tale natura.

Con quest’ultima previsione, ad una finalità di tutela dell’ordine pubblico e di repressione di condotte lesive dei valori della convivenza sociale “si sovrappone una disciplina che, attraverso la criminalizzazione dei singoli atti discriminatori, appare orientata alla tutela della persona e della sua dignità sociale“, in armonia con i principi personalistici e di uguaglianza sanciti dalla Costituzione.

La repressione penale di singoli “atti” discriminatori, infatti, realizza “non soltanto una tutela, per così dire, “preventiva”, volta cioè ad evitare, colpendo le attività di incitamento, una potenziale “propagazione” a livello sociale di atteggiamenti o pratiche discriminatorie, ma anche uno specifico intervento “repressivo” nei confronti di coloro che, seppure in forma isolata, pongono in essere un comportamento idoneo a sottoporre anche un singolo individuo ad una disciplina differenziata“.

Corre peraltro l’obbligo di soffermare l’attenzione in particolare sull’art. 3, comma 1, L. n. 205/1993, che disciplina una circostanza aggravante applicabile a tutti i reati “punibili con pena diversa da quella dell’ergastolo commessi per finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso, ovvero al fine di agevolare l’attività di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi che hanno tra i loro scopi le medesime finalità“, corretto negli anni attenuando la sanzione prevista per la condotta di “diffusione” di idee “fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico” ovvero di “incitamento” o di “commissione” di “atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali“, dall’altro riqualificando in termini di “istigazione” la precedente condotta di “incitamento” alla commissione di atti di violenza per i medesimi motivi.

La giurisprudenza della Corte di cassazione, ampliando la prospettiva legislativa ha altresì rievocato principi fondamentali contemplati nella nostra Costituzione.

La tutela contro la discriminazione razziale ha trovato allora un autorevole sostegno nella disposizione di cui art. 3 Cost. – norma che sancisce la “pari dignità sociale” e l’uguaglianza di tutti i “cittadini” davanti alla legge, a prescindere dalle differenze di sesso, di razza, di lingua, di religione- nonché nell’art. 2 Cost., attribuendo rilievo ai diritti inviolabili della persona, patrimonio di ogni individuo in quanto tale.

Ergo, la condotta discriminatoria non rileva soltanto sotto il profilo e secondo i criteri indicati dal legislatore internazionale, ma anche quale forma di negazione dei diritti fondamentali della persona, che non può andare esente da reazioni punitive proprio in virtù dell’ispirazione garantista della nostra Costituzione.

Ma quello che più interessa ai nostri fini è rilevare come, tra i diritti fondamentali della persona contemplati agli artt. 2 e 3 Cost. cui spetta una rigorosa protezione, attuata ove occorra anche attraverso la severità e l’autorevolezza della sanzione penale, possa essere annoverato, nonostante l’assenza di un espresso riferimento in tal senso da parte del legislatore, anche il diritto all’onore.

Tale diritto trova tutela nel delitto di ingiuria, disciplinato dall’art. 594 c.p., secondo una formulazione codicistica che scompone in “onore” in senso soggettivo e “decoro” un bene giuridico di carattere unitario. Il valore della dignità personale è quindi tutelato sia in una dimensione privata che in un contesto relazionale, dove il destinatario di una manifestazione di discredito può subirne in modo tangibile i negativi effetti.

In una recente sentenza, La Corte di Cassazione (con riferimento all’ingiuria razziale “sporco negro”, Cassazione penale  sez. V, 20/01/2006 ( ud. 20/01/2006 , dep.17/03/2006 ), N. 9381) ha esplicitamente statuito come all’elemento soggettivo rilevante ai fini dell’applicabilità dell’aggravante ed indicato dall’art. 3 L. n. 205/1993 nel concetto di “odio”, la medesima Corte chiarisce che il sostantivo in questione debba essere “inteso senza alcuna accentuazione, rispetto a sentimenti di minore intensità“.

Sulla scorta di tale precisazione la Cassazione giunge a sostenere che ai fini dell’inasprimento sanzionatorio non si richieda, da parte del Giudice di merito, alcuna “autonoma verifica” più di quanto non sia già necessario ai fini dell’art. 43 c.p., con la conseguenza che, in relazione all’elemento soggettivo “non sono possibili graduazioni, se il fatto costitutivo di reato […] si rapporta all’identità nazionale, etnica, razziale o religiosa, quale ragione di conflitto tra persone“.

L’epiteto ingiurioso “sporco negro” contiene, secondo la Suprema Corte, un accostamento semantico idoneo ad attribuire una caratterizzazione dispregiativa: l’appellativo “negro”, infatti, “non definisce semplicemente il colore della persona“, ma rievoca “la designazione antonomastica dell’indigeno africano, quale appartenente ad una razza inferiore“. Nessun dubbio appare possibile, pertanto, in ordine alla valenza dispregiativa del termine “negro”, e all’univoco riferimento alla condizione di schiavitù e di sottomissione “razziale” in esso contenuto: ragionamento mutuabili anche con riferimento all’espressione di “tornare nella giungla”.

La nostra Carta Costituzionale e le nostre leggi ci difendono dagli atti discriminatori: ad esempio chiunque imponga condizioni più svantaggiose o si rifiuti di fornire beni o servizi offerti al pubblico ad uno straniero soltanto a causa della sua condizione di straniero o di appartenente ad una determinata razza, etnia o nazionalità, lo discrimina ingiustamente; oppure ancora nel mondo del lavoro, ad esempio, il datore di lavoro non può compiere atti o comportamenti che producono un effetto pregiudizievole discriminando, anche indirettamente, i lavoratori in ragione della loro appartenenza ad una razza, ad un gruppo etnico o linguistico, ad una confessione religiosa oppure ad una cittadinanza.

  • VI – Procedura a tutela.

L’organo di riferimento competente è il Tribunale del luogo di residenza dello straniero.

Il tempo necessario dal deposito dell’istanza per la valutazione da parte del Tribunale può variare dai cinque ai venticinque giorni e non si prevedono costi per il deposito.

Dopo il deposito di tale istanza il Giudice sentite le parti provvede con ordinanza, all’accoglimento o al rigetto della domanda.

Se accoglie la domanda, emette i provvedimenti richiesti che sono immediatamente esecutivi. Di regola il Tribunale, nel caso in cui la discriminazione sussiste, tramite il Giudice competente, condanna il responsabile dell’atto discriminatorio anche al risarcimento del danno, anche non patrimoniale (il cosiddetto danno morale). Avverso l’ordinanza emanata dal giudice monocratico, si potrà presentare ricorso alla Corte di Appello entro trenta giorni dalla sua comunicazione o notifica. L’ordinanza del collegio giudicante della Corte di Cassazione potrà essere impugnata dinanzi alla Cassazione. È da tener presente che l’ordinanza emessa dal giudice monocratico, se non appellata, produce gli effetti di cui all’art. 2909 del cod. civ, quindi passa in giudicato.

Il ricorrente vittima di una discriminazione può limitarsi a fornire in giudizio gli elementi di fatto dei quali si può desumere prima facie l’esistenza della discriminazione cosi come prevede il principio sancito dalle direttive n. 2004/43/CE e 2008/78/CE sul bilanciamento dell’onere della prova. Qualsiasi persona che elude i provvedimenti del giudice civile e dei provvedimenti del Tribunale volti a far cessare la discriminazione è punito penalmente.

Occorre segnalare, inoltre, che le regioni, in collaborazione con le province e con i comuni, con le associazioni di immigrati e del volontariato sociale, al fine dell’individuazione dei casi di discriminazioni per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi ed al fine dello studio del fenomeno, predispongono dei centri di osservazione, di informazione e di assistenza legale per gli stranieri vittime delle discriminazioni di cui sopra.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*