Il reclamo in corte d’appello ex art.739 c.p.c. adverso provvedimento collegiale in materia di affidamento di figli minori extracomunitari

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di avv. Valeria Giacometti – I – Il caso. La vicenda oggetto dell’atto che si propone in calce alla presente trattazione, trae origine dalla storia personale della reclamante, coniugata da circa dieci anni con un concittadino albanese, e dal cui matrimonio è nata, sempre in Albania la figlia minore.

I coniugi hanno convissuto in Albania fino al 2015 quando, sia a causa della penuria di lavoro sia dei problemi di tossicodipendenza del marito, decidevano di trasferirsi in Italia, presso il comune di residenza dei genitori del marito.

Si precisa che la reclamante, e la figlia, giungevano in Italia senza permesso di soggiorno è “carte in regola”, atteso che il solo ad essere in possesso dei necessari requisiti di legge per soggiornare legalmente sul territorio nazionale era il marito. Tanto è vero che la reclamante riusciva a reperire come unica occupazione quella di badante presso un anziano signore.

La convivenza in Albania è sempre stata travagliata, caratterizzata da frequenti litigi e da aggressioni fisiche del marito nei confronti della moglie, a causa dell’eccessiva gelosia del primo nei confronti della seconda.

Il trasferimento in Italia, tuttavia, non giovava certamente al carattere del marito, il quale, non solo continuava ad assumere sostanze stupefacenti, ma altresì percuoteva la moglie con frequenza settimanale, a volte anche minacciandola di morte. In parecchie occasioni alle violenze assisteva anche la figlia minore. Le aggressioni si svolgevano con modalità diversa: calci alle gambe, schiaffi, pugni sulla testa e sul viso.

L’ultimo episodio di aggressione, dettagliatamente descritto dalla ricorrente nella propria denuncia , ha determinato nella stessa la decisione di fuggire dal marito e di rifugiarsi prima presso la sorella e poi in altra località.

Da tale decisione scaturiva un procedimento nanti il Tribunale per i minori volto a stabilire la capacità genitoriale del marito, procedimento che poi si concludeva con una rimessione agli atti al Tribunale civile il cui provvedimento è oggetto del reclamo a causa del radicamenti nanti allo stessa del ricorso ex artt. 316 e 336bis cod. civ. volto all’ottenimento dell’affido cd. iper esclusivo della figlia minore in favore della madre.

  • II – Gli istituti giuridici coinvolti.

L’art. 739 c.p.c. così dispone: “Contro i decreti del giudice tutelare si può proporre reclamo con ricorso al tribunale, che pronuncia in camera di consiglio. Contro i decreti pronunciati dal tribunale in camera di consiglio in primo grado si può proporre reclamo con ricorso alla corte d’appello, che pronuncia anch’essa in camera di consiglio.

Il reclamo deve essere proposto nel termine perentorio di dieci giorni dalla comunicazione del decreto, se è dato in confronto di una sola parte, o dalla notificazione se è dato in confronto di più parti.

Salvo che la legge disponga altrimenti, non è ammesso reclamo contro i decreti della corte d’appello e contro quelli del tribunale pronunciati in sede di reclamo”.

Nel caso che qui interessa, essendo il decreto impugnato emesso dal Tribunale in composizione collegiale e in Camera di consiglio, la curia competente per l’impugnazione è la Corte d’Appello.

Per una corretta panoramica dell’istituto occorre sottolineare quanto segue.

La norma indica espressamente che i decreti del giudice tutelare sono reclamabili con ricorso al Tribunale in composizione collegiale che pronuncia in camera di consiglio. Inoltre, va precisato che tale comma in analisi va letto in relazione all’art. 45 disp. att. cod. civ. che indica espressamente gli organi competenti a conoscere dell’impugnazione dei provvedimenti assunti in camera di consiglio dal giudice tutelare.

Diversamente, se i decreti sono pronunciati dal Tribunale in camera di consiglio in primo grado il reclamo va proposto alla Corte d’Appello, come per l’appunto nel caso di specie.

Secondo l’opinione dottrinale prevalente, il procedimento descritto si ritiene sia applicabile anche alle ordinanze, purché la loro impugnabilità non sia esclusa espressamente dalla legge, mentre oggetto di discussione il possibile reclamo contro i decreti emessi da un organo monocratico, in generale, o dal Presidente del Tribunale.

Secondo l’opinione giurisprudenziale di legittimità, il reclamo avverso il provvedimento emesso in camera di consiglio da un organo non collegiale può essere promosso solo in presenza di espressa previsione legislativa. Diversamente, non possono essere reclamabili i provvedimenti emessi ai sensi degli artt. 100 e 145 cod. civ..

I soggetti legittimati al reclamo sono le parti in senso formale, ossia il ricorrente del giudizio di primo grado, nonché tutti coloro che si sono costituiti o sono comunque intervenuti in tale giudizio. Si precisa che la legittimazione viene riconosciuta anche a coloro che subiscono direttamente o indirettamente gli effetti del procedimento e ne risultano pregiudicati. Mentre è privo di legittimazione al reclamo colui che ha ottenuto un provvedimento conforme alla domanda in ragione della mancanza di interesse.

Il ricorso deve essere presentato entro il termine perentorio di dieci giorni decorrenti dalla comunicazione del decreto da parte della cancelleria se il decreto è pronunciato nei confronti di più parti, mentre dalla notifica del provvedimento se lo stesso è stato pronunciato nei confronti di più parti.

Salvo che la legge disponga diversamente, non è ammesso il reclamo avverso i decreti pronunciati dalla Corte d’Appello e avverso quelli del Tribunale pronunciati in sede di reclamo. Secondo la prassi non è ammissibile nemmeno il ricorso straordinario ai sensi dell’art. 111 Cost. a meno che il provvedimento incida su posizioni di diritto soggettivo, oltre ad avere natura decisoria e carattere di definitività.

  • III – La vexata quaestio dell’affido del minore nato dal matrimonio fra genitori extracomunitari: quale legge applicabile?

Qualora il minore sia natio da matrimonio fra cittadini comunitari residenti in Italia o fra un cittadino comunitario ed uno italiano, la questione in merito al suo affidamento (esclusivo o congiunto) non si pone: interviene all’uopo la L. 218/1995, la quale all’art. 31 dispone: “1. La separazione personale e lo scioglimento del matrimonio sono regolati dalla legge nazionale comune dei coniugi al momento della domanda di separazione o di scioglimento del matrimonio; in mancanza si applica la legge dello Stato nel quale la vita matrimoniale risulta prevalentemente localizzata. 2. La separazione personale e lo scioglimento del matrimonio, qualora non siano previsti dalla legge straniera applicabile, sono regolati dalla legge italiana”.

Ciò significa che se la domanda di separazione viene presentata in Italia, sarà la legge italiana a regolare quanto discende dalla detta domanda anche in materia di affidamento dei figli minori. Come seconda scelta viene la legge dello Stato nel quale la vita matrimoniale è prevalentemente localizzata e così via.

Il problema sorge quando i coniugi, o meglio, uno di essi,come accaduto nel caso che qui interessa, non chieda la separazione in Italia (strada peraltro impraticabile in quanto la relativa domanda avrebbe dovuto essere presentata nello Stato di origine), ma si limiti a domandare l’affidamento esclusivo rafforzato ai sensi dell’art. 337 quater, comma IV, cod. civ., in ragione di un procedimento penale pendente nei confronti del marito ex art. 572 c.p. a causa del quale si è vista costretta a lasciare la casa dove viveva e a trovare rifugio presso una struttura protetta per proteggere se stessa e la figlia minore dalle violenze coniugali.

A parere di chi scrive, la normativa applicabile è quella portata dalla Convenzione dell’Aja del 05.10.1961, ratificata con Legge 24 ottobre 1980 n. 742.

Orbene, in casi come questo, ai fini del riparto di giurisdizione e dell’individuazione della legge applicabile, i provvedimenti in materia di minori devono essere valutati in relazione alla funzione svolta; pertanto, quelli che, pur incidendo sulla potestà dei genitori, perseguono una finalità di protezione del minore, rientrano nel campo di applicazione della L. 218/1995, art. 42, il quale rinvia alla Convenzione dell’Aja del 05.10.1961.

Pertanto, sulla scorta di tale ragionamento, deve ritenersi sussistere la giurisdizione dello Stato che rappresenti col minore il collegamento più stretto, che va individuato nello Stato in cui il minore ha la residenza abituale (cfr. Cass. Civ. SS.UU. 1310/2017).

 

CORTE D’APPELLO DI ___________

ATTO DI RECLAMO EX ARTT. 739 C.P.C. ADVERSO DECRETO COLLEGIALE DEL ___

*****

Nell’interesse della Signora ____________, nata a ____________, il _______________, attualmente dimorante in struttura protetta, rappresentata e difesa giusta procura in calce all’atto introduttivo dall’_______________________, presso il cui Studio professionale in ________________________ elegge domicilio, la quale si dichiara disponibile a ricevere le comunicazioni di Cancelleria ai seguenti recapiti: fax: _______________ PEC: _____________________, parte ricorrente, nel procedimento civile n. _________________, pendente dinanzi all’Ecc.mo Tribunale di ____________________, avente quale Ill.mo Magistrato procedente la Dott.ssa _________________, ed avente ad

OGGETTO

Ricorso ex artt. 316, 337bis cod. civ., 737 c.p.c. e 38 disp. att. come modificato dalla L. 219/201, nell’interesse della minore __________________, nata a _________________ il ___________.

IN PUNTO

Si propone reclamo all’Ecc.mo Collegio del Tribunale di ___________________ adverso il decreto emesso dall’Ill.mo Presidente, in data __________________ e notificato a mezzo PEC il successivo ________________, chiedendone la revoca e la conseguente modifica.

PREMESSO CHE

  1. la ricorrente si è sposata circa dieci anni fa in _____________a con il Signor _______________, nato a _________________ il ________________, attualmente dimorante in _______________, Via _________________, . Dall’unione nasceva figlia minore;
  2. i coniugi hanno convissuto in _____________ fino all’______________________ quando decidevano di trasferirsi in Italia, in _________________presso l’abitazione dei genitori del marito;
  3. la convivenza è sempre stata travagliata, caratterizzata da frequenti litigi e da aggressioni fisiche del marito nei confronti della ricorrente, a causa dell’eccessiva gelosia del primo nei confronti della seconda. Infatti, non appena un uomo “che neppure conosco, casualmente, mi guarda il _____________ si ingelosisce ed inizia a litigare con me”;
  4. il trasferimento in Italia, tuttavia, non giovava certamente al carattere del marito, il quale percuoteva la moglie con frequenza settimanale, a volte anche minacciandola di morte. In parecchie occasioni alle violenze assisteva anche la figlia minore. Le aggressioni si svolgevano con modalità diversa: calci alle gambe, schiaffi, pugni sulla testa e sul viso;
  5. l’ultimo episodio di aggressione, dettagliatamente descritto dalla ricorrente nella propria denuncia del ___________________ cui si rimanda, ha determinato nella stessa la decisione di fuggire dal marito e di rifugiarsi prima presso la sorella e poi in altra località.
  • I – IN ORDINE AL REGIME DI AFFIDAMENTO.

I fatti più sopra narrati, seppure in forma succinta (ma comunque più particolareggiati nella denuncia prodotta) denotano da parte del _____________________ un totale spregio delle proprie responsabilità genitoriali, tanto è vero che a seguito della denuncia è scaturito un procedimento avanti al Tribunale dei Minori, tutt’ora pendente, volto ad accertare l’idoneità genitoriale del ________________).

Tale atteggiamento è facilmente desumibile dai comportamenti violenti dallo stesso tenuto durante tutto il matrimonio con la Signora ____________________-.

L’assunzione di sostanze stupefacenti, la proclività alla violenza, l’assenza di qualsivoglia preoccupazione in ordine al mantenimento economico della figlia minore, il disinteresse nella sua cura ed educazione, sono tutti elementi che sottolineano l’assoluta incapacità del padre di prendersi adeguatamente cura di _________________________.

Per la Cassazione “Occorre (…), perchè possa derogarsi alla regola dell’affidamento condiviso, che risulti, nei confronti di uno dei genitori, una sua condizione di manifesta carenza o inidoneità educativa o comunque tale appunto da rendere quell’affidamento in concreto pregiudizievole per il minore (…). Per cui l’esclusione della modalità dell’affidamento esclusivo dovrà risultare sorretta da una motivazione non più solo in positivo sulla idoneità del genitore affidatario, ma anche in negativo sulla inidoneità educativa del genitore che in tal modo si escluda dal pari esercizio della potestà genitoriale e sulla non rispondenza, quindi, all’interesse del figlio dell’adozione, nel caso concreto, del modello legale prioritario di affidamento”. (Cass. civ. Sez. I Sent., 18 Giugno 2008, n. 16593).

Nel 2009 la Cassazione (Cass. civ. 17.12.2009 n. 26587) affermava: “integrano comportamenti altamente sintomatici dell’inidoneità di uno dei genitori ad affrontare le maggiori responsabilità conseguenti ad un affidamento condiviso (…) la violazione dell’obbligo di mantenimento dei figli (…) ne discende che, in questi casi, si configura una situazione di contrarietà all’interesse del figlio minore, ostativa, per legge, ad un provvedimento di affido condiviso”.

Non solo, per il Tribunale di Milano (Sez. IX, ordinanza del 20.03.2014) qualora dal quadro probatorio si evidenzi la figura di un genitore totalmente inidoneo alla genitorialità si può giungere alla decisione di provvedere, in ordine all’affidamento, ai sensi dell’art. 337quater cod. civ., il quale dispone un modulo di affidamento monogenitoriale dove “il genitore cui sono affidati i figli ha l’esercizio esclusivo della responsabilità genitoriale su di essi”, con ciò intendendosi le decisioni riguardanti la salute, l’educazione, l’istruzione o la fissazione della residenza abituale.

Non è chi non veda come da quadro tracciato in premessa, il resistente sia persona del tutto inidonea a svolgere il compito di genitore.

Va da sé che il Signor Giudice non potrà che disporre il cd. affidamento super-esclusivo, in quanto, nel caso di specie, l’affidamento condiviso si rivelerebbe concretamente deleterio, perché contrario all’interesse della minore: le carenze comportamentali del genitore (padre tossicodipendente) fanno sì che il contatto diretto fra ________________________ e il padre in un regime di affidamento condiviso, risulterebbe in concreto dannoso a quest’ultima.

  • II – sulla responsabilità e la capacità genitoriale del Signor ______________________.

Il Legislatore non ha fornito una definizione di responsabilità genitoriale, ma dalla lettura della Relazione illustrativa alla Riforma della filiazione del 2012, emerge che con la locuzione “responsabilità genitoriale” si indica una “situazione giuridica complessa idonea a riassumere i doveri, gli obblighi e i diritti derivanti per il genitore dalla filiazione che viene a sostituire il tradizionale concetto di potestà”.

Non è chi non veda come la persona del resistente non rientri affatto in questa definizione.

La capacità genitoriale ha molte sfaccettature.

In primis si estrinseca nella capacità da parte del genitore di soddisfare i bisogni primari del figlio quali nutrimento, protezione, intesa anche come protezione dalle emozioni del genitore stesso, e accudimento primario.

Poi ci sono le modalità di accudimento poste in essere dal genitore in risposta alla ricerca da parte del figlio di un legame significativo con lui.

Con la sentenza n. 6919/2016 la Cassazione, tra i requisiti di idoneità genitoriale, ha affermato che ricopre una grande importanza la capacità di garantire la continuità delle relazioni parentali con l’altro genitore, onde tutelare in maniera effettiva e concreta il diritto del minore alla bigenitorialità e ad una sana crescita equilibrata; infatti è fondamentale per la prole poter intrattenere rapporti costanti e significativi con entrambe le figure genitoriali, che sono importanti per un sereno e idoneo sviluppo della personalità in itinere .

E sostiene ancora la Corte di Cassazione che in tema di affidamento di figli minori il giudizio prognostico deve essere effettuato nell’esclusivo interesse morale e materiale della prole, esaminando la capacità dei genitori di crescere ed educare i figli nella nuova situazione creatasi a seguito della disgregazione dell’unione, tenendo nel dovuto conto, in base ad elementi oggettivi, il modo in cui i genitori in precedenza hanno svolto i propri compiti, le rispettive capacità di relazione affettiva, la loro personalità, l’ambiente sociale e familiare che ciascuno di loro può offrire alla prole, fermo restando in ogni caso il rispetto del principio della bigenitorialità, che deve essere inteso come presenza affettivo – relazionale di entrambi i genitori nella vita dei figli, in modo da garantire loro una stabile e salda relazione emotiva con entrambi i genitori, che hanno il dovere di collaborare per la loro cura, assistenza, educazione e istruzione (in conformità Cassazione n. 18811/2015). Pertanto, afferma la Suprema Corte, che tra i requisiti di idoneità genitoriale, ai fini dell’affidamento o collocamento della prole, è rilevante accertare la capacità dei genitori di individuare i bisogni dei figli, tra i quali, in primis si evidenzia la capacità di riconoscere le loro esigenze affettive, che si identificano anche nella capacità di “preservargli la continuità delle relazioni parentali attraverso il mantenimento della trama familiare, al di là di egoistiche considerazioni di rivalsa sull’altro genitore”.

Orbene, non pare a questa difesa che tali caratteristiche possano calzare in capo al Signor ___________.

Per tali ragioni, la ricorrente chiede, che nel superiore interesse della figlia minore, la stessa sia a lei affidata secondo le modalità di cui all’art. 337quater cod. civ..

D’altro canto, l’attuale situazione della Signora _____ e la pendenza di un procedimento penale a carico del marito per maltrattamenti in famiglia (si ricorda che la figlia minore ha assistito ad episodi di violenza nei confronti della madre), renderebbe l’affido condiviso, che pur rappresenta di regola la scelta preferibile, contrario all’interesse di _______

Pertanto, anche alla luce dei recentissimi fatti di violenza, e anche alla luce dei provvedimenti assunti in via d’urgenza dal Tribunale dei Minori, tale provvedimento si rende indispensabile.

  • A – SVOLGIMENTO DEL PROCESSO.

L’atto introduttivo veniva ritualmente notificato al resistente, Signor ______________, in data ___________________-, ma egli, all’udienza del ________________, fissata per la comparizione delle parti, non si costituiva e dunque veniva dichiarato contumace.

Il Tribunale acquisiva la documentazione afferente le relazioni degli assistenti sociali che hanno in carico la reclamante e la figlia minore e chiedeva, successivamente, alla ricorrente la produzione del certificato di matrimonio e di residenza.

Tale obbligo veniva ottemperato dalla difesa della reclamante.

Alla luce di questa sola produzione il Collegio si pronunciava per l’inammissibilità del ricorso con il decreto oggetto del presente reclamo.

Tuttavia, la detta pronuncia, è iniqua, ingiusta e gravemente pregiudizievole per la ricorrente e per la minore Samanta Meta, e di conseguenza andrà modificata e/o revocata, in quanto manifesta delle palesi iniquità in fatto ed in diritto, per i seguenti essenziali

MOTIVI

In Fatto ed in diritto

Eccesso di potere per travisamento e/o errata valutazione dei fatti – illogicità e/o contraddittorietà dell’atto.

Il Tribunale di prime cure ha basato la propria decisione su un presupposto errato, ovvero che si dovesse applicare alla materia la L. 218/1995 disciplinante le norme di diritto internazionale privato e processuale anche in tema di matrimonio.

È ormai fatto notorio che tale legge si applica ai soli Paesi facenti parte della comunità europea e che, in materia di diritto di famiglia, la normativa di applichi al matrimonio celebrato all’estero tra cittadini italiani ovvero fra cittadini italiani e stranieri.

In questo caso:

  1. l’__________ non è un paese comunitario;
  2. la ricorrente è cittadina __________ senza residenza in Italia in quanto ivi giunta e dimorante senza permesso di soggiorno (solo in seguito al radicamento del procedimento penale nei confronti del marito alla stessa è stato concesso il permesso di soggiorno ex art. 4 D.L. 93/2013);
  3. il resistente (marito) è cittadino _____ e ha fissato la propria dimora (dimora si badi bene non residenza) presso la di lui famiglia.

Già solo questi primi tre punti basterebbero per ottenere una pronuncia di revoca del decreto del Tribunale di primo grado. Tuttavia, per rispetto di questa Ill.ma Corte d’Appello è corretto approfondire le motivazioni sottese al reclamo.

  • I – Sulla non appartenenza della repubblica di _____ alla CE e sulle conseguenti applicazioni in tema di legge comunitaria.

Come appena evidenziato, la Repubblica di _____ non è Paese comunitario. Pertanto non trova applicazione la L. 218/1995 che, invece, si applica fra Paesi comunitari.

Alla luce di questa prima considerazione, logico corollario della stessa è che la legge applicabile in questi casi non sia quella comunitaria, bensì la legge del Paese di origine e dove è stato celebrato il matrimonio e dunque l’__________.

E fin qui nulla di strano, sennonché la reclamante non ha chiesto, nel proprio atto introduttivo, la separazione dal marito (nel quale caso la decisione del Tribunale sarebbe stata più che corretta), ma ha chiesto che venisse regolamento il regime di affidamento della minore.

Cosa ben diversa, dunque.

Pertanto, il giudice di prime cure ha senz’altro errato nel basare la propria decisione su un presupposto giuridico che non poteva essere applicato in quanto non diretto ai soggetti corretti.

  • II – In tema di affidamento dei minori figli di stranieri extracomunitari.

Come detto più sopra, la reclamante ha richiesto che il Giudice si pronunciasse sull’affidamento della figlia minore, stante la situazione di maltrattamenti in essere (pende procedimento penale nel quale la stessa è costituita parte civile).

Orbene, in casi come questo, ai fini del riparto di giurisdizione e dell’individuazione della legge applicabile, i provvedimenti in materia di minori devono essere valutati in relazione alla funzione svolta; pertanto, quelli che, pur incidendo sulla potestà dei genitori, perseguono una finalità di protezione del minore, rientrano nel campo di applicazione della L. 218/1995, art. 42, il quale rinvia alla Convenzione dell’Aja del 05.10.1961. pertanto, sulla scorta di tale ragionamento, deve ritenersi sussistere la giurisdizione dello Stato che rappresenti col minore il collegamento più stretto, che va individuato nello Stato in cui il minore ha la residenza abituale (cfr. Cass. Civ. SS.UU. 1310/2017).

Ovvero l’Italia.

Ciò che rileva, nella fattispecie che qui interessa, è che il Giudice di primo grado, con una motivazione abnorme, ha provveduto su una domanda di cui non era investito.

Non solo, ma ha anche omesso di pronunciarsi in assoluto su quanto gli veniva richiesto e non ha preso in considerazione l’evidenza di legge, violando il disposto dell’art. 1 della convenzione dell’Aja citata (ratificata e resa esecutiva in Italia con L. 742/80 e recepita anche in Albania), per il quale “le autorità, sia giudiziarie che amministrative, dello Stato di residenza abituale del minore sono competenti (…) ad adottare misure tendenti alla protezione della sua persona o dei suoi beni”.

Si sottolinea che, al momento della introduzione della domanda, la minore non era residente di diritto in Italia, ma lo era di fatto in quanto giunta al seguito della madre, la quale, poi era fuggita dalla casa dei suoceri, ove dimorava, a causa dei maltrattamenti subito ad opera del marito e a cui la stessa aveva assistito.

Pertanto, chi più di un minore che ha subito violenza assistita ha diritto ad essere tutelato dall’ordinamento che lo ospita?

Invece, il Giudice di primo grado ha ben pensato di liquidare la vicenda dicendo sostanzialmente che i due coniugi si sarebbero dovuto separare, peraltro sotto l’ombrello di una legge che non gli poteva essere applicata!!!

Più illogico di così…

  • III – violazione del principio fra il chiesto e il pronunciato ex art. 112 c.p.c.

Ai sensi dell’art. 112 c.p.c., cpv., “il giudice deve pronunciare su tutta la domanda e non oltre i limiti di essa”.

Ciò significa che se il giudice si pronuncia solo nei confronti di alcune parti o non decide su alcuni dei capi della domanda o sulle eccezioni (come definite dalle parti al momento della precisazione delle conclusioni) o, comunque, se omette il provvedimento necessario per la definizione della questione, si rientra nell’ipotesi di omessa pronuncia, che non ricorre invece nell’ipotesi in cui risultino assorbite nella decisione le domande alternative e subordinate alla principale

Nel caso di specie il Collegio di prime cure ha omesso di pronunciarsi su quanto richiesto dalla Signora __________, ovvero la regolamentazione dell’affidamento della figlia minore, limitandosi a dichiarare inammissibile il ricorso perché, nell’ottica dei Giudici, tale richiesta avrebbe dovuto essere formulata all’interno di un ricorso per separazione ex art. 709 e ss. c.p.c..

Ma, come visto più sopra, tale strada non è praticabile a causa della non appartenenza della repubblica di _____ alla UE e dunque all’impossibilità di applicare la L. 218/1995.

La delimitazione della domanda nei suoi confini soggettivi ed oggettivi spetta solo alle parti; in ossequio al principio dispositivo, la fissazione del thema decidendum è infatti sottratta al giudice, per cui una sua decisione ultra petita (cioè in linea con la domanda ma con contenuto che supera quanto richiesto) ovvero extra petita (evidenziante un sostanziale mutamento del petitum o della causa petendi) sarà affetta da vizio di nullità, non rilevabile, quindi, d’ufficio dal giudice d’appello e sanabile, pertanto, col solo passaggio in giudicato del provvedimento. In tali ipotesi, inoltre, si verifica tanto la violazione di norme di diritto (art. 112 c.p.c.) che la nullità dell’intero procedimento (art. 360 n. 3 e 4 c.p.c.).

E non è chi non veda come in questo caso si possa profilare anche un vizio di tal fatta.

Il Giudice di prime cure, infatti, con il provvedimento che si reclama, ha autonomamente deciso quale fosse il thema decidendum della controversia sottoposta alla sua attenzione emanando dunque un provvedimento viziato.

Ci si riporta comunque in punto di vista di fatto e di diritto anche alle deduzioni ed eccezioni riportate negli scritti difensivi di parte prodotti, richiamandoli integralmente.

Tutto quanto sopra premesso e motivato, in rappresentanza e difesa della Signora _________________, con il presente atto si propone

RECLAMO

adverso l’ordinanza emessa dal Tribunale di __________, in persona dell’Ill.mo Presidente, in data ____________ e notificata a mezzo PEC il successivo ________________, rassegnando e chiedendo l’accoglimento delle seguenti

CONCLUSIONI

Voglia l’Ecc.ma Corte d’Appello adita, modificare e/o revocare l’ordinanza emessa dal Tribunale di _____________, emanando quel provvedimento ritenuto equo e/o di giustizia.

In allegato si produce la seguente documentazione:

Ai fini del contributo unificato, si dichiara che il valore della presente vertenza è indeterminato e il contributo non è dovuto, essendo la parte ammessa al patrocinio a spese dello Stato

Luogo, data

Avv. __________________

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