Le coppie di fatto: la crisi e la regolamentazione dei figli minori

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di Avv. Stefania Cavallo – I – Le coppie di fatto: la crisi e l’analisi delle possibili soluzioni. Da un paio di anni a questa parte si assiste ad un aumento di coppie che decidono di optare per una convivenza piuttosto che per il matrimonio.

I dati ISTAT degli ultimi anni confermano questo trend: in Italia stanno aumentando il numero delle coppie di fatto (ovvero persone che vivono une relazione more uxorio) a discapito delle coppie che, per converso, scelgono di convolare a giuste nozze.

Gli Italiani, interpellati in un sondaggio, credono che la convivenza sia esattamente come un matrimonio ma “con meno formalità e problemi”: se la convivenza finisce non occorre andare da un legale e avviare una procedura di separazione in quanto è sufficiente che uno dei due lasci la casa e vada a vivere altrove portando con sé i propri beni e i propri effetti personali, non occorre cimentarsi in discorsi relativi al “mantenimento del coniuge” o all’assegnazione della casa coniugale. Tutto è più semplice.

Tale assunto può esser vero se la coppia che “scoppia” è formata solo da due persone: due parti che decidono, ad un certo punto, di porre fine al loro rapporto e alla loro convivenza, ritornando singoli e liberi.

Ma la questione si complica se la coppia convivente ha, nel frattempo, messo al mondo dei figli: in tal caso non sarà sufficiente una stretta di mano per porre fine ad ogni rapporto ma occorrerà prendere dei provvedimenti per tutelare i figli con la conseguenza che le parti avranno (almeno come genitori) un legame che durerà in eterno.

Tale esigenza è sorta anche a seguito della legge 219/2012 ove, tra le altre cose, si è (oserei dire finalmente) provveduto ad eliminare ogni differenza tra figli naturali (nati fuori dal matrimonio) e figli legittimi (nati da coppie coniugate) attribuendo ad entrambi gli stessi diritti e così abbracciando l’assunto secondo il quale i figli sono e restano tali a prescindere da fatto che siano stati concepiti all’interno di un matrimonio oppure nell’ambito di una semplice convivenza.

Come si gestisce la crisi di una coppia non sposata ma con figli minori?

L’ordinamento mette a disposizione della coppia due importanti strumenti, uno di natura stragiudiziale (o ante-giudiziale) e l’altro di natura giudiziale. Analizziamoli insieme.

  • IA – La mediazione familiare.

Inizialmente si credeva che la mediazione familiare fosse accessibile solo alle coppie sposate per aiutare le stesse a gestire la situazione di crisi che stavano vivendo e tentare di risolverla (evitando così la separazione) oppure, in caso di conflitto insanabile, aiutare la coppia ad addivenire ad una separazione consensuale.

Successivamente, anche grazie alla legge di cui sopra, la mediazione familiare è stata estesa ad ogni rapporto familiare: rapporti coniugali, rapporti di mera convivenza ma anche rapporti tra parenti (esempio: rapporti successori) estendendo così il concetto di “famiglia”.

La mediazione familiare ha, come detto, lo scopo principale di conciliare le parti: la conciliazione può essere intesa sia come rappacificamento della coppia (con superamento della crisi) sia come supporto alla coppia utile a far deporre “l’ascia di guerra” e incentivare la c.d. “separazione dignitosa” (ovvero scevra dai sentimenti di rabbia, frustrazione e vendetta che possono sorgere al termine di una relazione).

La mediazione familiare viene generalmente gestita da un terapeuta (con competenze nella gestione dei conflitti) e dai legali specializzati nel diritto di famiglia e nelle tematiche di gestione della crisi familiare.

Il mediatore (sia esso terapeuta o legale) riceve la coppia conducendo colloqui separati e congiunti in modo da incentivare il dialogo tra le parti: invero una delle ragioni principali della crisi dei rapporti (siano essi coniugali o di mera convivenza) va ravvisata nell’assenza di dialogo.

Parlando (singolarmente e congiuntamente) la coppia può individuare il fattore che ha determinato la crisi e, con l’aiuto del mediatore, intraprendere un percorso volto a ripristinare la serenità familiare. Nel caso in cui ciò non avvenga compito del mediatore è quello di indurre le parti ad agire razionalmente e non spinti dall’onda delle emozioni: occorre far capire alle parti che ci si può (anzi, si deve) porre fine al rapporto continuando a rispettarsi sottolineando un dato importante: le separazioni mosse da istinti punitivi o vendicativi finiscono, nella stragrande maggioranza dei casi, per nuocere ad entrambe le parti e, soprattutto, ai figli.

I figli (la loro tutela e il loro benessere) hanno un ruolo centrale nella mediazione familiare: spesso si ritiene utile coinvolgere gli stessi nella fase di mediazione in modo da comprendere il loro punto di vista, le loro esigenze e il loro stato d’animo rispetto ad una situazione di crisi familiare. Tale modus operandi viene spesso attuato dai terapisti il cui compito non è solo quello di aiutare la coppia a risolvere la crisi (o a separarsi dignitosamente) ma anche (e soprattutto) quello di evitare che i figli (spesso vittime inconsapevoli della crisi) subiscano traumi maggiori a quelli (comprensibilmente) inevitabili.

Anche in sede giudiziale (ovvero a seguito della proposizione del ricorso) i Giudici tendono a far intervenire nel processo psicologi ed assistenti sociali proprio per consentire agli stessi di esaminare la situazione familiare, la situazione dei singoli soggetti nonché le condizioni psicologiche dei figli.

La mediazione può, come detto, avere due risultati:

  • la risoluzione della crisi: la coppia, grazie alle sessioni con i mediatore, comprende la natura e la ragione del problema e, seguendo le indicazioni del mediatore, attua un percorso volto a ripristinare la situazione ante crisi;
  • la presa d’atto della fine della relazione: in tal caso l’unico compito del mediatore è, come detto, quello di invitare le parti a trovare un accordo ponendo fine alla relazione sentimentale nel modo più salutare possibile. Si esaminano, quindi, le possibili soluzioni e si consiglia la strada migliore (quella meno indolore per i figli ma anche per la coppia stessa) per conclamare la fine del rapporto. In tal caso, pertanto, si addiviene:
    • ad una separazione consensuale: in caso di coppia sposata, ove la crisi sia insanabile, la mediazione ha lo scopo di indurre i coniugi ad addivenire ad una separazione consensuale aiutando gli stessi a trovare soluzioni di reciproco accordo in relazione alla gestione dei figli, mantenimento degli stessi, regolamentazioni economiche e tutto quanto consegue alla fine del rapporto matrimoniale;
    • alla redazione di una scrittura privata di impegno: in caso di coppia non sposata, ove la crisi sia insanabile, la mediazione ha lo scopo di indurre le pari a trovare soluzioni congiunte e condivise concernenti la gestione della prole, il mantenimento della stessa e la regolamentazione dei diritti di visita genitore-figlio. Tali condizioni congiunte e condivise vengono trascritte in una scrittura privata che ha effetti obbligatori tra le parti. A tutela dei figli, tuttavia, il legale (o anche la parte personalmente) può provvedere al deposito di tale accordo in Tribunale in modo da dotare di efficacia esecutiva l’accordo così raggiunto. Il Tribunale ovviamente non si limiterà ad apporre il visto ma si incardinerà una procedura di disamina dell’accordo raggiunto (al fine di valutare l’assenza di condizioni contra legem o, comunque contrarie all’interesse dei minori o lesive dei diritti di uno delle due parti) e, in caso di correttezza dello stesso, provvederà (previo visto del Pubblico Ministero) a dotare di “ufficialità” l’accordo raggiunto in sede di mediazione. Tale procedimento è necessario (a tutela della prole) in quanto, come noto, la scrittura privata ha solo valenza tra le parti con la conseguenza che, in caso di inadempienza, la parte diligente non potrà immediatamente agire esecutivamente per ottenere l’adempimento della prestazione, cosa invece assolutamente possibile nel caso di ratifica dell’accordo da parte del Tribunale.
    • al fallimento totale della mediazione familiare: si ha nel caso in cui la crisi tra le parti (coniugate o conviventi) sia insanabile e il mediatore non riesca nell’intento di trovare un accordo tra le parti. In tal caso le parti dovranno necessariamente passare alla fase giudiziale.

L’esperimento della procedura di mediazione familiare non è obbligatorio: invero nel caso in cui il legale si renda conto che il caso sottoposto alla sua attenzione è relativo ad una crisi insanabile, causata da motivi gravi (pensiamo a casi di violenza o a casi in cui una delle due parti sia dedita all’abuso di alcolici o sostanze stupefacenti o conduca uno stile di vita alquanto inappropriato) procede direttamente in sede giudiziale.

Va precisato che nel caso in cui non si esperisca la mediazione familiare, radicando immediatamente un procedimento giudiziale, è sempre possibile trovare una conciliazione: invero il Giudice relatore, analogamente al Presidente nell’ambito delle separazioni giudiziali, alla prima udienza di comparizione dei coniugi tenta di farli addivenire ad un accordo che è sempre raggiungile sino al momento dell’udienza di precisazione delle conclusioni.

  • IB – Il ricorso al Tribunale.

La Legge 219/2012 ha introdotto il cd. il «rito partecipativo» per la regolamentazione in giudizio dei diritti dei figli nati fuori dal matrimonio e delle coppie di fatto, conviventi, non sposate.

Dopo che il legislatore, nella logica dell’equiparazione dei figli nati da coppie conviventi di fatto a quelli delle coppie sposate, ha spostato la competenza per la materia dal Tribunale per i Minorenni (che oramai ha una competenza residuale) al Tribunale Ordinario (le cui cause vengono trattate dalla Sezione Famiglia), è stato introdotto un procedimento particolare detto appunto “partecipativo” perchè consente ai genitori alla partecipazione alla formazione del procedimento che regolamenterà i rapporti con i figli.

Detto procedimento prevede che, una volta depositato il ricorso ex art. 316-317 bis cod. civ.,  il Presidente del Tribunale non fissi (come accade invece per i procedimenti di separazione e divorzio) udienza, bensì conceda due termini, uno per la parte ricorrente per la notifica del ricorso, ed un altro alla parte resistente per il deposito di una memoria difensiva di costituzione, concedendo sempre ad entrambe le parti il termine per il deposito delle ultime tre dichiarazioni dei redditi. Lette le difese, il Collegio può:

  • fissare direttamente udienza dinanzi a sé, non ritenendo sussistenti i presupposti per formulare un suggerimento conciliativo;
  • rimettere le parti dinanzi al giudice delegato con il compito di suggerire ai genitori una possibile soluzione conciliativa, riservandosi di intervenire successivamente, se fallito il tentativo di conciliazione;
  • pronunciare provvedimenti provvisori, in presenza di conclusioni parzialmente conformi dei genitori (es. entrambi chiedono l’affido condiviso).

Il procedimento prevede, quindi, una fase conciliativa innanzi ad un giudice delegato, e solo in caso di fallimento di quest’ultima, una fase contenziosa innanzi al Collegio. La fase conciliativa o pre – contenziosa potrebbe, pertanto, concludersi con un accordo dei genitori, che verrà poi recepito dal Collegio, una sorta di omologa, sempre in analogia con quanto avviene nei procedimenti di separazione e divorzio.

Tale accordo ben potrebbe corrispondere alla proposta del giudice designato oppure in una soluzione totalmente o parzialmente diversa, elaborata dai genitori grazie all’assistenza dei difensori nominati, che certamente possono utilizzare il suggerimento del magistrato al fine di convincere le rispettive parti a confrontarsi sui problemi emersi ed a dialogare come padre e madre.

Se la fase conciliativa non porta a nessuna composizione bonaria, gli atti vengono rimessi al Collegio che provvede alla definizione giudiziale del procedimento, se del caso, previa nuova convocazione dei genitori.

Infine, qualora i genitori concordino integralmente sulle condizioni di affidamento e mantenimento, possono presentare al Tribunale ordinario un ricorso congiunto ai sensi dell’art. 316 cod. civ.. In tal caso i genitori non dovranno neppure comparire davanti al Giudice e l’esame del Tribunale si limiterà alla verifica dell’adeguatezza degli accordi raggiunti dai genitori nell’interesse della prole minore, alla luce del disposto normativo di cui all’articolo 337-ter, comma secondo, codice civile, accordo che verrà poi recepito dal Collegio.

  • II – Il caso in esame.

Il caso in esame concerne la crisi di una coppia di fatto con alle spalle una convivenza di 15 anni e una figlia di 14 anni. La decisione di porre fine alla convivenza è stata presa dalla donna la quale, non senza patimenti e con l’aiuto degli assistenti sociali, ha maturato la consapevolezza di vivere un rapporto ormai vuoto, senza dialogo e, pertanto, ricco di incomprensioni.

In sede di primo incontro la signora ha preferito esser accompagnata da una sua cara amica puntualizzando spesso quanto fosse difficile, per lei, compiere un passo del genere. La signora, dopo un primo momento di imbarazzo, ha iniziato a raccontare la sua vita “coniugale” priva di dialogo e ricca di segreti: non conosceva lo stato lavorativo del compagno (il quale usciva di casa alla mattina per rientrarvi alla sera senza mai dire dove andasse o cosa facesse) e nemmeno l’esistenza di una procedura di sfratto per morosità relativa all’immobile ove gli stessi convivevano. Tale notizia, invero, è stata scoperta dalla signora grazie ad un incontro (casuale) con il proprietario dell’appartamento il quale, in modo deciso, si è dichiarato deluso dal comportamento tenuto dalla coppia nei suoi confronti. Comprensibilmente sbalordita la signora ha chiesto spiegazioni e il proprietario dell’immobile ha svelato alla stessa l’esistenza di una morosità, le mille promesse di pagamento fatte dal compagno, il mancato adempimento degli obblighi assunti dallo stesso con una scrittura di rientro e, infine, l’esistenza di una procedura di sfratto ormai divenuta esecutiva.

La signora, preoccupata per la figlia, ha chiesto ulteriori spiegazioni al proprietario dell’immobile il quale, appurata la sua mancata conoscenza della situazione, si è reso disponibile a fornire alla stessa ogni informazione (compresa la data del secondo accesso – quello esecutivo).

Spaventata per la situazione (nonché anche comprensibilmente arrabbiata) la signora si rivolgeva dapprima agli assistenti sociali (che avevano già in carico la famiglia) e successivamente al legale.

La priorità era quella di impedire alla ragazzina di vivere il trauma dell’allontanamento forzoso dalla propria casa e dai propri beni.

Pertanto, prima di prendere ogni ulteriore decisione si è optato per l’allontanamento della signora e della figlia dalla casa familiare. Il distacco non è stato facile da affrontare atteso che la ricorrente, ovviamente, temeva da un lato la reazione del compagno e, dall’altro, la reazione della figlia alla quale avrebbe dovuto necessariamente spiegare tutto. La signora, dopo aver avvisato assistenti sociali e carabinieri, ha provveduto a lasciare l’immobile, portando con sé i propri effetti personali e il mobilio di sua proprietà, per trasferirsi, con la figlia, a casa della di lei madre. Immediatamente dopo il trasloco la signora ha avvisato il compagno in modo da far sapere allo stesso dove si trovasse la figlia.

I rapporti tra madre e figlia sono sempre stati ottimi: la figlia parla regolarmente con la mamma di qualsiasi argomento avendo con la stessa un buon rapporto confidenziale.

Viceversa i rapporti con il padre sono conflittuali: la minore ha più volte accusato il padre di esser un bugiardo, di esser colui che promette ma non fa nulla riferendo alla mamma di sentirsi presa in giro perché il papà le riferiva cose non vere e le faceva promesse che, puntualmente, venivano disattese.

Per tale motivo i rapporti padre-figlia non si svolgevano regolarmente seppur la madre non ostacolasse (anzi, incentivasse) gli stessi: la figlia riferiva più volte alla madre di non voler vedere il papà, non rispondeva alla chiamate che lo stesso le faceva né ai messaggi che lo stesso le inviava palesando il sentimento di rabbia nei suoi confronti.

La signora, volendo incentivare i rapporti padre-figlia, si rivolgeva agli assistenti sociali i quali fornivano alla minore – e, di conseguenza, al padre – vari aiuti volti a ristabilire il rapporto genitoriale.

Dal momento dell’allontanamento della signora e della figlia dalla casa “coniugale” il padre non ha mai provveduto al mantenimento della stessa: vi sono stati vari incontri tra le parti in presenza dei rispettivi legali ma, nonostante le promesse assunte, egli non ha mai corrisposto alcunché a titolo di mantenimento della minore che, di fatto, viene mantenuta dalla madre grazie agli aiuti della nonna.

A seguito del cambio della dimora la signora, anche in considerazione dell’atteggiamento non collaborativo del compagno, ha deciso di incardinare una causa volta a ottenere una regolamentazione dei rapporti con la minore (sia in tema economico che in tema diritti di visita).

È mia abitudine parlare con la cliente delle possibili soluzioni alla crisi (tra cui la mediazione familiare di cui si è parlato sopra, la possibilità di svolgere sedute con un terapista di coppia al fine di ricostruire la convivenza) e le possibili domande proponibili in sede di giudizio (ove la conciliazione, ovviamente, non sia presa in considerazione o sia stata inutilmente esperita). Nel caso in esame, come si vedrà nell’atto, si è optato per un regime di affido condiviso della minore (non sussistendo i presupposti per richiedere un affidamento esclusivo) con residenza prevalente della minore presso l’abitazione materna (attualmente quella della nonna e, successivamente, quella che sarà reperita dalla signora) richiedendo al Giudice di determinare egli stesso l’ammontare dell’assegno di mantenimento previo accertamento dei redditi del padre (redditi non noti alla signora che, come detto, non conosce la situazione lavorativa del marito). Si è altresì stabilito un calendario minimo di visite padre-figlia, calendario derogabile (in melius) con l’accordo delle parti.

  • III – Il compito del legale:come approcciarsi al problema e come gestirlo.

La crisi del rapporto di coppia è sempre un evento che fa scaturire, nella psiche umana, varie reazioni: rabbia, paura, frustrazione, senso di vendetta che, spesso, portano il cliente ad avere una percezione diversa degli eventi (che a volte vengono sminuiti, altre volte ingigantiti).

Compito del legale è cercare di comprendere la situazione analizzandola in modo oggettivo, scevra da quelle che sono le reazioni del cliente. Il compito dell’avvocato, in altri termini, è quello di proporre un percorso che sia utile, prima di tutto, ai figli della coppia.

Si, perché la mediazione familiare in coppie di fatto e il conseguente ricorso ex art. 337bis c.p.c. pone in primo piano la tutela e il benessere psicofisico dei figli: nel ricorso non si discute di assegnazione della casa, di mantenimento a favore di una parte oppure di addebito (cose che, invece, vengono analizzate nell’ambito della separazione) ma solo ed esclusivamente del minore.

È il figlio ad essere fulcro, è il figlio ad avere la prevalenza su ogni cosa: in questo tipo di ricorso non interessa sapere perché è finita la relazione (se per colpa di un compagno che tradisce o di una compagna che non adempiva ai propri doveri), non interessa regolamentare le questioni  economiche tra i coniugi (non v’è la comunione dei beni), non interessa regolamentare la questione della casa (la casa resta al legittimo proprietario indipendentemente da tutto), non interessa sapere se la compagna lavora oppure no (non v’è, invero, un obbligo di assistenza economico verso il compagno o la compagna), in questo procedimento ciò che conta è unicamente la tutela dei figli.

Sono i figli ad aver diritto ad un assegno di mantenimento, sono i figli ad avere diritto di continuare a mantenere il rapporto con il genitore non collocatario, sono i figli ad avere diritto a godere della “unitarietà genitoriale”.

In considerazione di ciò l’avvocato ha come unico compito quello di capire:

  1. Se v’è o meno la possibilità di stabilire un affido congiunto;
  2. Dove andrà fissata la residenza prevalente del minore;
  3. Come regolamentare i diritti di visita tra minore e genitore non collocatario;
  4. Come calcolare un assegno di mantenimento erogato dal genitore a favore del figlio minore,

non si dovrà, pertanto, investigare più di tanto sui motivi che hanno portato alla fine del rapporto (per intenderci sarà importante sapere se una delle due parti sia stata o sia violenta, sia stata o sia dedita all’uso di sostanze stupefacenti, sia stata o sia psicologicamente instabile in quanto questo ci permette di capire se ricorrano o meno i presupposti per un affido esclusivo, ma non sarà importante sapere se una parte ha avuto una relazione “extra convivenza”, con chi e per quanto tempo in considerazione del fatto che, tale risultanza, non incide sulla sua capacità di essere un genitore capace di curare il proprio figlio),

Sarà compito del legale, pertanto, spiegare alla parte che lo scopo di questo procedimento è unicamente tutelare il minore redigendo un accordo o ottenendo una sentenza che stabilisca diritti e doveri di entrambi i genitori nei confronti del figlio: ciò che conta (e ciò che viene esaminato) è la figura del genitore e non la figura della persona come parte di una coppia.

Il legale dovrà anche informare la parte dell’iter procedurale, della possibilità di raggiungere un accordo con l’altra parte (accordo che, come vedremo, sarà sottoposto all’esame del collegio nonché ad un visto del Pubblico Ministero), della possibilità di intervento, su ordine del Giudice, degli assistenti sociali (ai quali, solitamente, viene demandato il compito di valutare la capacità genitoriale delle parti e il rapporto tra genitore e figlio) con i quali si dovrà collaborare nell’interesse esclusivo del minore.

Occorrerà, pertanto, invitare la parte a spogliarsi di tutti quei sentimenti che nascono a seguito della fine di un rapporto sentimentale focalizzandosi unicamente alla proposta di soluzioni che siano utili a favorire il benessere psico-fisico del figlio.

  • IV – La struttura del ricorso: gli elementi essenziali.
  • IV.a – La competenza.

Prima della riforma di cui abbiamo parlato in precedenza (ovvero della legge n. 219/2012) la competenza in questo tipo di controversie era demandata al Tribunale dei Minori, organo appositamente deputato a dirimere problematiche relative, appunto, ai minori.

Con l’entrata in vigore della legge n. 219 del 10 Dicembre 2012 pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 293 del 17 Dicembre 2012 “Disposizioni in materia di riconoscimento dei figli naturali”, alcune competenze del Tribunale per i Minorenni sono state trasferite, con decorrenza 01.01.2013, al Tribunale Ordinario.

Secondo il modificato art. 38 delle disposizioni di attuazione al codice civile “Per i procedimenti di cui all’art. 333 c.c. resta esclusa la competenza del tribunale per i minorenni nell’ipotesi in cui sia in corso, tra le stesse parti, giudizio di separazione o divorzio o giudizio ai sensi dell’art. 316 del codice civile; in tale ipotesi, per tutta la durata del processo la competenza, anche per le disposizioni richiamate nel primo periodo della citata disposizione, spetta al giudice ordinario”.

Attualmente le competenze del Tribunale dei Minori sono relative ai seguenti procedimenti:

  • proroga dell’affidamento consensuale e/o l’affidamento disposto direttamente del Tribunale dei Minori;
  • autorizzazione al matrimonio del minorenne (art 84 c.c.);
  • nomina di un curatore speciale che assista il minore nella stipulazione delle convenzioni matrimoniali (art. 90 c.c.);
  • regolamentazione rapporti con gli ascendenti (ovvero nonni) cioè il diritto degli ascendenti di mantenere “rapporti significativi” con i nipoti minorenni;
  • decadenza dalla responsabilità genitoriale (art. 330 cc);
  • reintegrazione nella responsabilità genitoriale (art. 332  c.c.);
  • controllo della responsabilità genitoriale  ovvero gli interventi a tutela di minori in situazioni di disagio (art. 333 cc);
  • rimozione del/i genitore/i dall’amministrazione dei beni (art. 334 c.c.);
  • riammissione nell’esercizio dell’amministrazione e nel godimento dell’usufrutto legale del genitore che ne sia stato rimosso o privato (art. 335  c.c.);
  • autorizzazione per i genitori stranieri a permanere in Italia a seguito del minore;
  • procedure per il rimpatrio dei minori sottratti ovvero dell’attuazione del diritto di visita del genitore non collocatario;
  • procedure per dichiarare l’adottabilità dei minori riconosciuti;
  • procedure per dichiarare l’adottabilità dei minori di genitori ignoti;
  • revoca dello stato di adottabilità;
  • adozioni nazionali ed internazionali;
  • l’interdizione e inabilitazione nell’ultimo anno del compimento della maggiore età
  • assunzione di provvedimenti di tutela a favore dei minori che esercitano la prostituzione o che risultano vittime di reati a carattere sessuale;
  • reati commessi da minori di 18 anni.

Una volta accertata la competenza del Tribunale ordinario occorre fare i conti con il criterio della competenza territoriale ovvero individuare il Tribunale competente a decidere sul ricorso.

Essendo un procedimento che ha come protagonisti i minori si è ritenuto corretto, ai fini di stabilire il Tribunale territorialmente competente, utilizzare il criterio della “residenza (o dimora) abituale del minore”.

  • IV.b – La narrazione dei fatti.

Unitamente all’indicazione dei nominativi di parte e di controparte la narrazione dei fatti è necessaria per far comprendere al Giudice il vissuto della coppia, l’intollerabilità della convivenza nonché gli elementi posti a fondamento delle proprie richieste e delle proprie ragioni. Nella narrazione il legale illustra al giudice gli elementi fattuali che giustificano la presentazione del ricorso (quindi: la presenza di una coppia non unita da matrimonio, l’esistenza di un minore nato dal rapporto tra le due persone, la crisi del rapporto di coppia con l’impossibilità di dar continuazione alla convivenza nonché la necessità, per le parti, di porre in essere una regolamentazione di ogni aspetto attinente la gestione -sia in punto visite sia in punto mantenimento- del minore stesso) e conclude per l’accoglimento delle proprie conclusioni (relative sia all’affidamento, sia ai diritti di visita genitori-figlio, sia alle determinazioni economiche in punto mantenimento del figlio.

  • IV.c – L’affidamento dei figli: condiviso o esclusivo? Presso quale abitazione?

Uno dei quesiti principali del ricorso è proprio relativo all’affidamento dei figli.

Come chi scrive ha avuto modo di notare, la normalità (ovvero la scelta che si adotta nella stragrande maggioranza dei casi) vede i figli affidati ad entrambi i genitori (quindi affido condiviso) con residenza prevalente presso l’abitazione materna o, in alcuni casi – solitamente frutto di accordo tra le parti-, paterna.

In tal caso i genitori assumeranno congiuntamente ogni decisione relativa alla gestione dei minore e il genitore non collocatario (ovvero il genitore che non coabita abitualmente con il figlio) avrà diritto di vedere il minore secondo un calendario stabilito di comune accordo tra le parti o dal Giudice.

L’affidamento esclusivo costituisce soluzione eccezionale, consentita esclusivamente ove risulti, nei confronti di uno dei genitori, una condizione di manifesta carenza o inidoneità educativa o comunque tale da rendere l’affidamento condiviso in concreto pregiudizievole e contrario all’interesse esclusivo del minore.

L’affidamento esclusivo deve essere inoltre particolarmente motivato in ordine non soltanto al pregiudizio potenzialmente arrecato ai bambini da un affidamento condiviso, ma anche all’idoneità del genitore affidatario ed all’inidoneità educativa o alla manifesta carenza dell’altro.

Quali sono i casi in cui si deve optare per un affido esclusivo?

  • Elevata litigiosità tra i genitori: solitamente l’elevata litigiosità tra i genitori non costituisce caso di affido esclusivo in quanto, se così non fosse, si dovrebbe optare per l’affido esclusivo nella stragrande maggioranza dei casi (visto che la litigiosità tra le parti è cosa alquanto normale e comune in conseguenza della fine del rapporto sentimentale): Tuttavia vi sono casi in cui la litigiosità raggiunge livelli così elevati da minare (in modo serio ed irreparabile) il benessere psicofisico del minore. In tale caso è giustificato l’affido esclusivo come soluzione estrema tant’è che, in via preliminare, il Tribunale ricorre a soluzioni alternative come, ad esempio:
    • affido condiviso con collocamento alternato a rotazione dei periodi presso entrambi i genitori, con obbligo per ciascun genitore di provvedere al mantenimento diretto dei figli nei periodi di rispettiva permanenza, ad eccezione delle spese di natura straordinaria che gravano sui genitori in parti uguali;
    • affidamento esclusivo ad uno dei genitori ed alla collocazione temporanea presso un centro di accoglienza, se soluzione più idonea a recuperare gradualmente la relazione genitoriale;
    • affidamento ai servizi sociali o a un soggetto terzo, attribuendo a questi l’esercizio esclusivo della responsabilità genitoriale e individuando altresì una serie di prescrizioni che il terzo affidatario deve seguire nell’esercizio del proprio mandato;
    • in casi più gravi, qualora la litigiosità dei genitori renda gli stessi insensibili ai più elementari bisogni dei figli e determinassero la loro paralisi gestionale-educativa, può essere pronunciata (anche di ufficio) la decadenza dalla potestà dei due genitori, con la nomina di un tutore che eserciterà la potestà ed assumerà ogni decisione occorrente alla educazione, istruzione, circa la salute del minore.
  • difficoltà di relazione tra minore e uno dei due genitori o rifiuto (radicato e persistente) del minore di incontrare uno dei due genitori;
  • incapacità di uno dei due genitori di controllare le proprie reazioni attuando comportamenti (e assumendo decisioni) che danneggiano il minore impedendo allo stesso di vivere una vita serena e armonica;
  • qualora un genitore, dotato di “personalità manipolativa”, con un condizionamento programmato allontani fisicamente e psicologicamente i figli dall’altro genitore, realizzando un’alienazione parentale;
  • dinanzi alla costante violazione, da parte di uno dei genitori, delle modalità relative all’esercizio del diritto di visita, violando così il primario diritto dei figli minori di mantenere rapporti continuativi con entrambi i genitori, in modo tale da elidere la figura del genitore non collocatario e determinare un grave pregiudizio nello sviluppo psicofisico del figlio;
  • in ragione del comportamento del padre, totalmente inadempiente per anni all’obbligo di corrispondere l’assegno di mantenimento in favore del figlio, e che aveva esercitato in modo discontinuo il diritto di visita;
  • in caso di totale disinteressamento, da parte di uno dei genitori, verso il minore fino a rendersi irreperibile e rifiutando esplicitamente il ruolo genitoriale;
  • se uno dei genitori versa in stato di dipendenza da alcool, afferma convinzioni discriminatorie e offensive ed abbia subito condanne penali per reati gravi;
  • a seguito della costante condotta di uno dei genitori che, privo, tra l’altro, di una propria abitazione, chiede ospitalità a parenti ed amici, induce o costringe il minore a duplicare con lui ogni sua condotta tenuti presso l’altro genitore (es. due turni scolastici, due attività sportive, due diete alimentari), così arrecando al figlio traumi e pregiudizi d’ordine psicologico presuntivamente irreversibili;
  • se uno dei genitori ha usato violenza nei confronti dell’altro alla presenza dei figli;
  • qualora un genitore risulti di assai cattiva condotta morale e civile, sia stato condannato per omicidio e per altri non lievi reati, presentì un carattere collerico e violento, sia affetto da etilismo cronico, e manifesti un notevole disprezzo per omosessuali e “diversi”;
  • in caso di perduranti problematiche di aggressività di uno dei genitori;
  • se sia necessario evitare che un genitore possa privare l’altro dei contatti con il figlio, quando sia dimostrato che il primo non è persona in grado di tutelare il rapporto con l’altro genitore;
  • se il minore, sin dai primi giorni di vita, ha vissuto con uno dei genitori, e l’altro si è allontanato spontaneamente dal nucleo familiare da più di due anni e dimora in altro comune distante.

E’ stata invece escluso l’affidamento esclusivo:

  • a fronte della (presunta) relazione omosessuale di uno dei genitori, non incidendo – in assenza di certezze scientifiche o dati di esperienza – di per sé sul rapporto genitori/figli e sull’equilibrato sviluppo psicofisico dei minori;
  • nel caso in cui uno dei genitori aderisca ad una confessione religiosa diversa da quella cattolica (es.: Testimoni di Geova), se entrambi i genitori risultano legati ai figli e capaci di accudirli nella quotidianità;
  • sulla base di una sentenza penale – non passata in giudicato – emessa nei confronti di uno dei genitori, riconosciuto responsabile di calunnia nei confronti dell’altro per averlo falsamente e consapevolmente accusato di avere abusato del figlio;
  • in caso di distanza esistente tra i luoghi di residenza dei genitori, potendo detta distanza incidere soltanto sulla disciplina dei tempi e delle modalità della presenza del minore presso ciascun genitore, sempreché ciò non costituisca pregiudizio della frequentazione scolastica della prole e ferma restando la facoltà dell’altro genitore, ove dotato di condizioni idonee, di mantenere la permanenza della prole nel territorio attuale, mediante collocazione presso di sè;
  • per la mera scarsa presenza relazionale e non oggettiva di un genitore, peraltro né incapace, né pericoloso, nei confronti della prole;
  • qualora un giovane padre affidi con assiduità le cure del figlio in tenerissima età alla nonna paterna;
  • quando uno dei genitori svolga una attività lavorativa moralmente discutibile, in quanto non necessariamente sintomo di personalità non affidabile in vista della tutela dell’interesse esclusivo dei figlio;
  • se uno dei genitori segue una cura metadonica, a scopo unicamente preventivo e cautelativo, non costituendo ciò motivo sufficiente per escluderla dall’affidamento del minore.

Qualora sussistano reali motivi per la scelta dell’affidamento esclusivo, deve rammentarsi che la concentrazione di genitorialità in capo ad uno solo dei genitori non rappresenta un provvedimento che incide sulla titolarità della responsabilità genitoriale, modificandone solo l’esercizio. Il genitore affidatario deve attenersi alle (eventuali) condizioni determinate dal giudice, mentre l’altro ha sempre il diritto ed il dovere di vigilare sulla loro istruzione ed educazione e può ricorrere al Giudice quando ritenga che siano state assunte decisioni pregiudizievoli al loro interesse.

Anche nel caso di affidamento esclusivo, infatti, va rispettato il rispetto il più possibile il principio della bigenitorialità, da intendersi quale presenza comune dei genitori nella vita del figlio, idonea a garantirgli una stabile consuetudine di vita e salde relazioni affettive con entrambi, i quali hanno il dovere di cooperare nella sua assistenza, educazione ed istruzione.

  • IV.d – L’assegno di mantenimento a favore del figlio: quantificazione o determinazione a carico del Giudice?

A prescindere dai motivi e dalla natura della crisi di coppia e dal fatti che vi sia o meno la richiesta (e la disposizione) di un affidamento esclusivo, i genitori mantengono comunque l’obbligo di provvedere al mantenimento della prole. Pertanto viene posto a carico del genitore non collocatario un assegno di mantenimento (solitamente da versare entro il 5 di ogni mese a mezzo bonifico su conto corrente del genitore collocatario) a favore del figlio minore.

L’assegno viene stabilito tenendo conto delle capacità reddituali del soggetto obbligato nonché al reddito del genitore “beneficiario” (per tal motivo il Giudicante, al fine di determinarne l’ammontare in caso di mancato accordo tra le parti, chiede alle parti di produrre  in giudizio copia delle dichiarazioni dei redditi nonché copia delle ultime buste paga) ed è sempre modificabile (in conseguenza di variazioni negative del reddito dell’obbligato o variazioni migliorative del reddito del genitore collocatario).

Oltre all’assegno di mantenimento (soggetto a rivalutazione annuale secondo gli indici ISTAT) i genitori devono provvedere al pagamento delle spese scolastiche, ludico e sportive previamente concordate e successivamente documentate nonché al pagamento delle spese mediche non coperte dal Servizio Sanitario Nazionale nella misura pari al 50% cadauno.

Per quanto concerne l’ammontare dell’assegno di mantenimento va rilevato come la quantificazione possa esser:

– effettuata di comune accordo tra le parti,

– effettuata dalla singola parte oppure

– demandata al Giudicante.

Nel primo caso il Giudice si limita a prendere atto dell’accordo intervenuto non richiedendo alcuna documentazione per verificare la congruità dell’importo stabilito.

Nel secondo caso la parte ricorrente, sulla base delle informazioni alla stessa note relativamente allo stato lavorativo della controparte e alla sua situazione reddituale, fa richiesta di un assegno di mantenimento determinandone con precisione l’importo. In tal caso le parti dovranno produrre la documentazione reddituale al fine di consentire al Giudice di procedere al vaglio della richiesta avanzata dalla parte ricorrente.

Nell’ultimo caso, la parte ricorrente decide di affidare al Giudice il compito di quantificare l’ammontare dell’assegno di mantenimento. Ciò avviene per due motivi principali:

  1. La parte ricorrente non conosce la situazione economico-reddituale della controparte: tale circostanza può apparire fantascientifica (insomma le parti hanno convissuto, magari anche per un periodo di tempo notevole e hanno formato una famiglia mettendo al mondo dei figli) ma, sfortunatamente, nella realtà non è poi così difficile trovarsi dinanzi una parte che asserisce di non avere alcuna informazione sull’attività lavorativa dell’ex partner. Ovviamente l’assenza di tale informazione non può essere di ostacolo alla richiesta di un assegno di mantenimento a favore della prole ma non si può procedere ad una quantificazione (stante l’assenza di elementi che ne permettano il calcolo). In tali situazioni la parte ricorrente demanda al Giudice il compito di stabilire l’importo dell’assegno previa verifica della situazione economica-reddituale del soggetto convenuto (ovvero assumendo informazioni – o direttamente dalla controparte o, in caso di sua contumacia o di atteggiamento non collaborativo dello stesso, a mezzo richieste di documenti all’Agenzia delle Entrate o intervento diretto della Guardia di Finanza – in relazione alla situazione lavorativa  – stato di occupazione o disoccupazione – e reddituale  – stipendi o altri proventi beneficiati dal convenuto -).
  2. La parte ricorrente, pur conoscendo la situazione economica-reddituale della controparte decide, in subordine alla sua richiesta, di demandare la quantificazione al Giudicante: in tal caso la parte ricorrente quantifica l’assegno di mantenimento con la richiesta, in principalità, di accoglimento e, solo in subordine, di quantificazione, ad opera del Giudice, dell’importo dovuto ispirandosi al principio di equità.
  • IV.e -I diritto di visita del genitore non collocatario: calendarizzazione precisa e puntuale o libertà di regolamentazione?

Come già detto in precedenza il minore ha il diritto (nonché l’interesse) a mantenere i rapporti con entrambi i genitori. Per tale motivo si è soliti stabilire un calendario di visite genitore non affidatario – minore.

La calendarizzazione del periodo di vita può essere individuata con precisione oppure demandata alla determinazione del Giudice.

In entrambi i casi detto calendario costituisce “calendario minimo” di visite tra genitore-figlio con la conseguenza che le parti possono, di comune accordo, apportarvi modifiche (migliorative ovvero ampliando il diritto di visita o sostitutive ovvero variando modi e tempi di vista) secondo i propri impegni personali e gli impegni personali del minore. Quali sono i criteri da utilizzare nella redazione del calendario di visite? Prima di tutto occorre evitare che il minore sia costretto a spostamenti continui specie durante la settimana. I minori non sono pacchi postali che possono esser spostati da un luogo all’altro senza problemi.

È indubbiamente corretto assicurare alla prole occasioni di incontro con il genitore non collocatario (e con la di lui/di lei famiglia) ma è evidente che frazionare in modo eccessivo i tempi di permanenza (soprattutto notturna) presso l’uno o l’altro genitore cagioni un danno al minore (stress da eccessivi spostamenti, stanchezza fisica e mentale con possibili ripercussioni sulla propria vita e sul rendimento scolastico) che sarebbe costretto a passare, di continuo, da una casa all’altra (con tutto ciò che ne comporta e consegue).

La soluzione più appropriata – quantomeno nel periodo di frequenza scolastica –risulta, invece, quella di prevedere che il pernottamento col genitore non collocatario avvenga in modo abituale nei fine settimana e che si prolunghi, in ogni caso, nei diversi periodi di vacanza dalle scuole. Ciò può consentire al minore di vivere senza ansia il fatto di spostarsi da un abitazione all’altra (dovendo ogni volta portare con sé tutto quanto gli occorre per far fronte ai quotidiani impegni) e così godere appieno del tempo che trascorre con l’altro genitore.

Non va esclusa, tuttavia, la possibilità di diversi accordi, come quello che prevede l’affidamento alternato dei figli. Esso comporta la presenza del minore con ciascuno dei genitori per periodo analoghi e di maggior durata (settimanale, bisettimanale, mensile, ecc.) senza che il figlio debba avere una collocazione prevalente.

Tale forma di affidamento potrà essere attuata in due modi:

  • lasciando che il figlio resti ad abitare nella casa familiare: in tal caso saranno i genitori a darsi il cambio nello stare col minore
  • prevedendo che il figlio vada a abitare, trascorso un determinato periodo di tempo con un genitore, presso la residenza dell’altro.

Si tratta di una soluzione senz’altro praticabile quando le abitazioni dei genitori si trovano nella stessa città, poiché consente a ciascuno di loro di seguire i figli nei loro quotidiani impegni.

  • V – Atto redatto sulla base del caso in esame.

TRIBUNALE DI_______

RICORSO PER L’AFFIDAMENTO ED IL MANTENIMENTO DEI FIGLI MINORI.

Per la signora _________, nata a_______ il ___________ e residente in _________via________ (ma domiciliata presso l’abitazione della di lei madre in_____, alla via_________) (C.F.:________) assistita e difesa in questa procedura dall’Avv. _____ (C.F: ________) del Foro di ______, come da nomina allegata al presente atto, valida per il processo civile telematico ed elettivamente domiciliata ai fini della presente procedura in _______, Via__________ la quale chiede di ricevere comunicazioni di cancelleria alla mail _______o  a mezzo pec _________________

CONTRO

il signor__________, nato a _____ il______ (C.f.:_________) e residente in_______, Via________

PREMESSO CHE:

– i Signori _________ e ________ hanno convissuto more uxorio dal 2005 a tutt’oggi;

– dalla loro unione è nata una figlia: __________, nata a ___________, il ________riconosciuta da entrambi i genitori;

– a causa dei continui dissapori, la convivenza tra la ricorrente ed il Signor ____________ è ormai divenuta intollerabile tant’è che la signora ___________è seguita dagli assistenti sociali che offrono alla stessa, invalida, il supporto necessario per affrontare la situazione di grave stress (la stessa provvedeva, senza alcun aiuto, alla cura della casa, della figlia minore, alle faccende domestiche procedendo, per quando possibile, ad effettuare lavori saltuari);

– la convivenza tra  le parti è divenuta pacificamente intollerabile tant’è che, nella giornata del ______________, la signora _____________, informato il signor _________ (via sms) l’assistente sociale  nonché i  Carabinieri della stazione di_________, si allontanava dall’abitazione di convivenza  con la figlia______ ,portando seco i propri effetti personali nonché il mobilio di proprietà della stessa (la cucina che ella stessa – con l’aiuto della madre-  provvede a pagare con bollettini a lei intestati nonché la camera da letto  -dono della madre della ricorrente- ) per recarsi presso l’abitazione materna.

– Tale allontanamento si è anche reso necessario in considerazione del fatto che, sull’immobile “coniugale”, condotto in locazione dal signor ___________, pendeva una procedura di sfratto per morosità (avente R.g. __________ del Tribunale di _____________) divenuta esecutiva con accesso effettivo fissato per il giorno ________, ovvero poche settimane dopo il trasferimento della signora ____________e della figlia presso l’abitazione materna.

– A seguito del trasferimento il sottoscritto difensore ha provveduto a comunicare, formalmente, al signor _____________, a mezzo raccomandata a/r (mai ritirata dallo stesso) il nuovo indirizzo di dimora della figlia (allo stesso peraltro già noto) dichiarando ampia disponibilità della signora ____________a favorire ogni tipo di incontro tra padre e figlia;

– nella serata del ____________ il signor _________ regolarmente la minore __________ cosa che si è, giustamente, ripetuta nei giorni successivi sino ad oggi;

– nell’interesse della figlia minore ed al fine di evitare qualsiasi futura controversia tra i genitori in ordine al regime di affidamento e mantenimento, è necessario un provvedimento di codesto Tribunale che disciplini detto regime,

– in particolare, occorre evidenziare che la Signora ______ è attualmente priva di una occupazione lavorativa stabile, vive attualmente con la di lei figlia nell’abitazione materna e viene aiutata economicamente dalla madre.

Il signor _________, per converso, svolgerebbe una attività lavorativa tale da consentire allo stesso di provvedere al mantenimento della minore (mediante versamento di contributo mensile) e di reperire una nuova abitazione confacente anche ad ospitare la figlia ____ (il signor _____ ha più volte asserito, anche in presenza della minore, di aver già reperito una nuova abitazione: la stessa, tuttavia, non è mai stata – nonostante le mille promesse – visionata né dalla signora ______ né dalla figlia ______a quale, su promessa del padre, era convinta di dover, nelle settimane passate, visionare l’abitazione e arredare la stessa acquistando la propria cameretta. Ovviamente ciò allo stato non è ancora avvenuto con estremo dispiacere per la signora _____ e, soprattutto per la figlia ______).

Da ultimo si rileva come la signora _______non sappia, allo stato, dove vive il signor _______ (in considerazione dello sfratto esecutivo dell’immobile in _______) né dove svolga attività lavorativa.

RILEVATO CHE:

– la situazione di profonda crisi della coppia ha raggiunto il massimo apice tanto da essere insanabile e in continuo declino;

– nell’interesse della figlia minore, occorre procedere ad una regolamentazione che consenta alla stessa di vivere con serenità la propria quotidianità, continuando a coltivare rapporti con entrambi i genitori;

– in considerazione del fatto che la signora _________ attualmente risiede presso l’abitazione materna con la figlia _________ e che, per converso, il signor ________ parrebbe, allo stato, non aver reperito alcuna abitazione, la ricorrente chiede che L’Ill.mo Tribunale Voglia disporre l’affidamento condiviso della figlia _________ con residenza abituale della stessa presso l’abitazione della nonna (ovvero in _________, Via_________) e ciò sino a quando la signora __________ non reperirà idonea abitazione il cui indirizzo verrà tempestivamente comunicato al signor ________________ in modo da consentire allo stesso e alla di loro figlia di mantenere i regolari rapporti genitoriali.

  – Esulando dalla crisi sentimentale tra le parti e limitandosi, come doveroso, ad analizzare il rapporto genitoriale, si ritiene che, allo stato, non vi siano elementi provanti per poter impedire al signor _______di frequentare la figlia minore osservando il seguente calendario;

  • Due giorni a settimana (martedì e giovedì) dall’uscita della minore da scuola sino alle ore 21:00;
  • Due fine settimana al mese (da concordarsi liberamente secondo gli impegni personali delle parti) dalle ore 19:00 del venerdì alle ore 19:00 della domenica. In considerazione del fatto che in questi weekend la minore dovrebbe pernottare presso l’abitazione paterna (di cui la ricorrente, allo stato attuale, non conosce l’indirizzo) si precisa che sino a quando il signor____________________ non dimostrerà di avere (o di aver già) reperito idonea abitazione (e di aver allestito, all’interno della stessa, una camera ad uso esclusivo e personale della figlia) la minore dovrà necessariamente ritornare a pernottare presso l’abitazione materna. In tal caso il padre avrà diritto di vedere la figlia dalle ore 15:00  alle ore 21:00 del venerdì, dalle ore 9:00 alle ore 22:00 del sabato e dalle ore 9:30 alle ore 21:00 della domenica;
  • Le vacanze invernali (periodo di Natale e capodanno) ad anni alterni: la minore trascorrerà il Natale 2017 (dal giorno 24 dicembre 2017 al giorno 30 dicembre 2017) con la madre e il periodo 31 dicembre 2017 – 7 gennaio 2018 e così ad anni alterni. Anche per tale periodo (31 dicembre 2017 – 07 gennaio 2018) la minore dovrebbe pernottare presso l’abitazione paterna (di cui la ricorrente, allo stato attuale, non conosce l’indirizzo) si precisa che sino a quando il signor_________________ non dimostrerà di avere (o di aver già) reperito idonea abitazione (e di aver allestito, all’interno della stessa, una camera ad uso esclusivo e personale della figlia) la minore dovrà necessariamente pernottare presso l’abitazione materna. In tal caso il padre avrà diritto di tenere la minore dalle ore 9:00 alle ore 22:00 di ogni giorno.
  • Le vacanze di Pasqua ad anni alterni: la minore trascorrerà il giorno di Pasqua 2018 con la madre e il giorno di Pasquetta 2018 con il padre e così via, ad anni alterni,
  • Per il periodo delle vacanze estive si rileva come la figlia sia solita, ogni anno, trascorrere il mese di giugno e luglio ad Estate Ragazzi con la conseguenza che, in tali mesi, il padre potrà vedere la figlia secondo le disposizioni sopra indicate (ovvero due giorni a settimana dall’uscita della minore dal centro estivo fino alle ore 22:00 nonché due weekend al mese compatibilmente alle gite organizzate dal centro estivo). Nel mese di agosto la minore trascorrerà 15 giorni con la madre e 15 giorni con il padre. Le parti dovranno concordare il periodo di loro spettanza entro e non oltre la fine del mese di giugno di ogni anno. Nel caso in cui le parti decidano, nei 15 giorni di loro spettanza, di recarsi con la minore in un luogo di villeggiatura dovrà esser fornita comunicazione reciproca (onde consentire all’altro genitore di sapere dove sarà la minore negli ulteriori 15 giorni di vacanza). In considerazione del fatto che i 15 giorni di vacanza prevedono il pernottamento della minore con uno dei due genitori e tenuto conto della non conoscenza (attuale) dell’esistenza o meno di una abitazione idonea reperita dal signor_________________ si specifica che la minore avrà diritto di pernottamento con il padre solo ove egli si rechi in luogo di villeggiatura o fornisca prova di aver reperito abitazione idonea ad ospitare la minore durante la notte. Nel caso in cui il signor_________________ non fornisca tale prova la minore dovrà, necessariamente, pernottare presso l’abitazione materna con la conseguenza che il padre potrà tenere seco la minore dalle ore 9:00 alle ore 23:00 di ogni giorno (dei 15 di sua spettanza).

Si specifica che il calendario così formulato costituisce calendario minimo di visite padre-figlia con conseguente possibilità per le parti, di comune accordo – compatibilmente con le esigenze delle parti e degli impegni della minore -, di provvedere ad apportare modifiche (in melius) a fine di garantire una maggiore frequentazione tra la minore e il padre.

– Da ultimo si chiede che l’Ill.mo Tribunale voglia disporre, a carico del signor _____ un contributo al mantenimento della figlia minore nella somma che il Tribunale riterrà equa in considerazione del contemperamento delle esigenze di tutte le parti, il tutto oltre al 50% delle spese mediche non coperte dal S.S.N., scolastiche, sportive, ludiche e ricreative documentate o necessitate.

Tutto ciò premesso, la ricorrente, come sopra rappresentata e difesa,

CHIEDE

che codesto Ill.mo Tribunale, Voglia disciplinare il regime di affidamento e di visita dei genitori come segue:

– la minore ___________viene affidata congiuntamente ad entrambi i genitori che decideranno di comune accordo ogni questione di rilevante interesse relativi alla minore stessa;

– la figlia _______ sposterà la propria residenza, con il consenso di entrambi i genitori, presso l’abitazione della di lei nonna sita in____, via______________, dove fisserà la residenza anche la ricorrente. Tale residenza verrà spostata, previo accordo con il signor ___________, ad altra abitazione non appena la stessa verrà reperita dalla signora ____________

– il signor _____________ potrà vedere la figlia ______ secondo il seguente calendario:

  • Due giorni a settimana (martedì e giovedì) dall’uscita della minore da scuola sino alle ore 21:00;
  • Due fine settimana al mese (da concordarsi liberamente secondo gli impegni personali delle parti) dalle ore 19:00 del venerdì alle ore 19:00 della domenica. In considerazione del fatto che in questi weekend la minore dovrebbe pernottare presso l’abitazione paterna (di cui la ricorrente, allo stato attuale, non conosce l’indirizzo) si precisa che sino a quando il signor____________________ non dimostrerà di avere (o di aver già) reperito idonea abitazione (e di aver allestito, all’interno della stessa, una camera ad uso esclusivo e personale della figlia) la minore dovrà necessariamente ritornare a pernottare presso l’abitazione materna. In tal caso il padre avrà diritto di vedere la figlia dalle ore 15:00  alle ore 21:00 del venerdì, dalle ore 9:00 alle ore 22:00 del sabato e dalle ore 9:30 alle ore 21:00 della domenica;
  • Le vacanze invernali (periodo di Natale e capodanno) ad anni alterni: la minore trascorrerà il Natale 2017 (dal giorno 24 dicembre 2017 al giorno 30 dicembre 2017) con la madre e il periodo 31 dicembre 2017 – 7 gennaio 2018 e così ad anni alterni. Anche per tale periodo (31 dicembre 2017 – 07 gennaio 2018) la minore dovrebbe pernottare presso l’abitazione paterna (di cui la ricorrente, allo stato attuale, non conosce l’indirizzo) si precisa che sino a quando il signor_________________ non dimostrerà di avere (o di aver già) reperito idonea abitazione (e di aver allestito, all’interno della stessa, una camera ad uso esclusivo e personale della figlia) la minore dovrà necessariamente pernottare presso l’abitazione materna. In tal caso il padre avrà diritto di tenere la minore dalle ore 9:00 alle ore 22:00 di ogni giorno.
  • Le vacanze di Pasqua ad anni alterni: la minore trascorrerà il giorno di Pasqua 2018 con la madre e il giorno di Pasquetta 2018 con il padre e così via, ad anni alterni,
  • Per il periodo delle vacanze estive si rileva come la figlia sia solita, ogni anno, trascorrere il mese di giugno e luglio ad Estate Ragazzi con la conseguenza che, in tali mesi, il padre potrà vedere la figlia secondo le disposizioni sopra indicate (ovvero due giorni a settimana dall’uscita della minore dal centro estivo fino alle ore 22:00 nonché due weekend al mese compatibilmente alle gite organizzate dal centro estivo). Nel mese di agosto la minore trascorrerà 15 giorni con la madre e 15 giorni con il padre. Le parti dovranno concordare il periodo di loro spettanza entro e non oltre la fine del mese di giugno di ogni anno. Nel caso in cui le parti decidano, nei 15 giorni di loro spettanza, di recarsi con la minore in un luogo di villeggiatura dovrà esser fornita comunicazione reciproca (onde consentire all’altro genitore di sapere dove sarà la minore negli ulteriori 15 giorni di vacanza). In considerazione del fatto che i 15 giorni di vacanza prevedono il pernottamento della minore con uno dei due genitori e tenuto conto della non conoscenza (attuale) dell’esistenza o meno di una abitazione idonea reperita dal signor_________________ si specifica che la minore avrà diritto di pernottamento con il padre solo ove egli si rechi in luogo di villeggiatura o fornisca prova di aver reperito abitazione idonea ad ospitare la minore durante la notte. Nel caso in cui il signor_________________ non fornisca tale prova la minore dovrà, necessariamente, pernottare presso l’abitazione materna con la conseguenza che il padre potrà tenere seco la minore dalle ore 9:00 alle ore 23:00 di ogni giorno (dei 15 di sua spettanza).

Si specifica che il calendario così formulato costituisce calendario minimo di visite padre-figlia con conseguente possibilità per le parti, di comune accordo – compatibilmente con le esigenze delle parti e degli impegni della minore -, di provvedere ad apportare modifiche (in melius) a fine di garantire una maggiore frequentazione tra la minore e il padre.

– Il padre dovrà corrispondere alla madre, a titolo di mantenimento della figlia minore, la somma che il Tribunale riterrà di equità previa analisi della condizione economiche delle parti, oltre al 50% delle spese mediche non coperte dal S.S.N., scolastiche, sportive, ludiche e ricreative documentate o necessitate.

Con vittoria di spese, diritti ed onorari.

Si producono:

  1. nomina della signora ________al legale scrivente;
  2. raccomandata del legale scrivente al signor__________________
  3. certificato di residenza e stato di famiglia del signor__________________
  4. certificato di residenza e stato di famiglia della signora______________________

Con ogni più ampia riserva di capitolare, ulteriormente dedurre e produrre.

Ai fini del versamento del contributo unificato (L.488/99) si dichiara che il valore della presente controversia è indeterminato.

__________, _________________

Avv.to_____________

 

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