L’attendibilità della testimonianza della persona offesa dal reato (commento a Cassazione Penale, sezione III, sent. [ud. 14-11-2017] 18-12-2017, n. 56286)

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di dott. Procolo Ascolese – La decisione in commento, con la quale è stata ritenuta esente da vizi logico – giuridici una sentenza della Corte di Appello di Ancona, ripropone un’annosa questione, oggetto di una vasta casistica giudiziaria: vale a dire l’attendibilità della testimonianza della persona offesa dal reato di violenza sessuale, specie quando il soggetto da cui promani l’accusa sia minorenne.

Non può sfuggire, innanzitutto, la peculiare difficoltà di fissare criteri sicuri di giudizio in una materia così delicata, giacché il giudizio può facilmente scadere nel pregiudizio, che vuole che la parola del minore sia espressiva di verità, a dispetto dei vizi intrinseci e dei possibili errori frutto della suggestionabilità.

Costituisce jus receptum, del resto, il principio secondo cui, ai fini della prova della colpevolezza dell’imputato in tema di violenza sessuale (in cui l’unica fonte di prova è costituita, il più delle volte, dalla sola parola della parte lesa), è sufficiente anche la valutazione di quanto riportato dalla persona offesa.

Tale principio di diritto deve evidentemente coniugarsi con quello secondo cui, benché l’art. 192, comma 3°, c.p.p. (che prevede la necessità dei riscontri ai fini della conferma dell’attendibilità delle dichiarazioni rese dal coimputato ovvero dall’imputato in procedimento connesso) non si applichi anche alle dichiarazioni della persona offesa, è necessario che tali dichiarazioni, prima di essere poste a fondamento di una sentenza di condanna, siano sottoposte a una verifica pregnante e particolarmente rigorosa rispetto al vaglio avente ad oggetto la deposizione di un qualunque altro testimone, con conseguente obbligo del giudice di motivare in merito all’attendibilità intrinseca del racconto e alla credibilità soggettiva del dichiarante, specie se costituitosi parte civile e rivelatosi, come tale, portatore di un interesse economico rispetto agli esiti del processo. (1)

I dubbi sull’attendibilità del narrato della persona offesa dal reato possono innanzitutto derivare dalla naturale propensione del denunciante a esporre i fatti in modo da confermare i contenuti della sua denuncia, anche per evitare i danni a cui si espongono i calunniatori.

Così come non può escludersi che i fatti denunciati siano il frutto di un errore commesso in buona fede: a causa di un errore percettivo, per esempio, si può scambiare, in una strada poco illuminata, l’innocente gesto di un passante per un atto di minaccia, così come il peculiare sapore di una bevanda può indurre chi avesse tentato di berla a ritenere che vi fosse del veleno.

Può inoltre accadere che, sebbene il reato sussista, il denunciante involontariamente ne accusi un innocente a causa di un equivoco.

Altri possibili fattori di false denunzie in buona fede sono costituiti da fenomeni di etero o di auto-suggestione, sotto la cui spinta il denunciante potrebbe attribuire importanza esorbitante ad alcuni elementi, da cui gli può derivare la convinzione di essere rimasto vittima di un reato o di poterne individuare l’autore in una determinata persona: un uomo che, per esempio, sia particolarmente diffidente nei confronti di una determinata persona potrebbe ritenere di riconoscerla attraverso un inconsapevole sostituzione di reali percezioni con il frutto di un ragionamento alimentato dalla suggestione.

Analogamente, può accadere che il derubato si presenti presso una stazione dei carabinieri senza nutrire alcun sospetto sull’autore del furto e, solo all’esito del colloquio con le divise nere, cominci a considerare situazioni e comportamenti altrui, ai quali fino a poco tempo prima non aveva attribuito alcun significato, in modo da cominciare a polarizzare i suoi sospetti nei confronti di qualcuno.

Giova rilevare che, secondo il caposcuola della psicologia giuridica italiana, Enrico Altavilla (2), esiste una categoria di denunzianti particolarmente fastidiosa per l’amministrazione della Giustizia: i così detti “querelomani”.

Si tratta di soggetti che ritengono di essere rimasti vittima di ingiustizia in base a un concetto erroneo e talvolta esagerato delle leggi e alla sopravvalutazione dei loro interessi e dei loro diritti.

Tale fuorviante convinzione induce colui che ne è portatore a fraintendere facilmente la condotta processuale delle parti e del giudice, un cui provvedimento sfavorevole ai suoi interessi o una cui parola di cortesia nei confronti della controparte possono essere facilmente interpretate quale manifestazione di ingiustizia.

Il querelamane, infatti, ha una visione così distorta di ciò che gli spetta,  che il più giusto dei giudici può apparirgli come un corrotto e che perfino l’esito favorevole di un processo può trasformarsi, a causa delle sue smodate pretese, in una clamorosa sconfitta.

Se poi l’autore del presunto reato riesce ad essere assolto, non è improbabile che il querelomane prenda a denunciare  qualche testimone ritenuto falso o il suo stesso avvocato, considerato un patrocinatore infedele.

Allorché la prova del reato di violenza sessuale sia costituita in massima parte, se non esclusivamente, dalla parola di un minore, il rischio di imboccare la pericolosa china dell’errore giudiziario è particolarmente elevato.

Tanto più quando si consideri che “in ordine […] alla Carta di Noto, non sussiste alcun obbligo di seguirla nell’esame dei minorenni, non avendo alcun valore normativo, contenendo meri suggerimenti diretti a garantire l’attendibilità delle dichiarazioni del minore e la sua protezione psicologica; con la conseguenza che la sua inosservanza non comporta nullità dell’esame”. (3)

Può verificarsi, del resto, che il racconto di chi sia rimasto vittima di abuso sessuale non sia stato raccolto in modo corretto, al punto da determinare una vera e propria commissione tra quanto percepito dal minore e quanto invece a quest’ultimo suggerito, ancorché senza volerlo, dall’interrogante.

È appena il caso di rilevare che, in base a un dato di comune esperienza, trasfuso in una delle più elementari acquisizioni della psicologia, i bambini, per l’incidenza di un complesso di fattori costituzionali, sono portatori di un alto grado di suggestionabilità, essendo naturalmente candidati, per limiti psicofisici, a rimanere prigionieri della suggestione.

Basterebbe, per rendersene conto, considerare una ricerca di J. Varendonck che, nel 1911, apparve nell’organismo scientifico degli “Archives de Psychologie”: a bambini di sette anni era stato chiesto di pensare a un loro insegnante e poi domandato di che colore fosse la sua barba; ebbene, sedici scolari su diciotto avevano risposto che la barba del loro maestro era nera, benché egli non avesse affatto la barba… Secondo il  Varendonck, quindi, “una domanda mal posta può portare a risposte completamente errate, anche rispetto a persone che un bambino vede tutti i giorni”. (4)

Di qui l’importanza delle modalità con cui si interroga il minore, il quale, di fronte a domande che danno per avvenuto il fatto oggetto di interrogazione, potrebbe essere indotto, quasi per automatismo, a rispondere in senso confermativo o, di fronte a domande che suggeriscono anche solo la possibilità che l’evento sia accaduto, a fornire risposte assecondanti.

Si è osservato che la valutazione del narrato del bambino richiede particolare cautela allorché esso sia raccolto in presenza dei genitori o di altre persone di famiglia, in considerazione della sua propensione a confermare, in tali casi, le altrui affermazioni, piuttosto che a parlare spontaneamente.

Tutto ciò senza voler considerare che la presenza di un familiare potrebbe anche inibire il minore, inducendolo a non raccontare fatti di cui sia effettivamente rimasto vittima.

Nel momento della raccolta della sua versione, pertanto, sarebbe utile sottrarre il bambino, per motivi prudenziali, alla suggestiva presenza altrui e interrogarlo in un clima di apparente serenità, trattenendolo inizialmente su circostanze della sua vita diverse da quelle per le quali è interrogato.

Riguardo alle denunce di delitti sessuali da parte delle bambine, interessante appare quanto segnalato dall’Altavilla (5): “Il loro spirito, scrive il LOCARD, con la sua mobilità di attenzione, la sua immaginazione disordinata, la memoria viva, ma poco sicura, la sua debolezza di giudizio ed il suo difetto di auto-critica, crea un terreno favorevole alla menzogna. Il che si accentua nel periodo della pre-pubertà, quando si sveglia la curiosità sessuale, quando si cominciano a fare sentire sordamente delle tendenze ignote ed in cui nello stesso tempo la ragione nascente pregiudica il suo valore. Non è necessario che germini una menzogna, è sufficiente un interesse più vivo che il rispetto per la verità: la paura di una punizione, nella menzogna di difesa; la soddisfazione di un vizio, nella menzogna attiva; la pressione di una suggestione nella menzogna suggerita; l’una o l’altra causa nella menzogna mista. Una volta nato il germe, da una parte le diverse forme di suggestione, dall’altra l’ostinazione del fanciullo lo svilupperanno facilmente, ed arriverà che egli a forza di dire ed ascoltare la stessa falsa narrazione sarà preso nel suo gioco, crederà alla sua invenzione, o non distinguere più la verità”.

Sul piano valutativo dell’attendibilità di qualsiasi testimone, del resto, un ruolo decisivo va senz’altro riconosciuto alla psicologia, sicché, secondo Paul Ekman, eminente studioso di comunicazione verbale, alla professione dello psicologo deve essere attribuita una capacità di individuazione della menzogna maggiore di quella derivante dall’esercizio di altre professioni. (6)

Tanto più quando si consideri che la testimonianza non è mai resa da un soggetto che sia assolutamente terzo rispetto alla vicenda sulla quale sia chiamato a deporre, contenendo “sempre un giudizio che risente di influenze affettive ed ambientali”. (7)

La prova che un certo imputato abbia commesso un fatto previsto dalla legge come reato non può, pertanto, scaturire da una valutazione approssimativa e superficiale dei due elementi basilari di ogni testimonianza: il testis e il dictum.

Un’attenta valutazione del soggetto da cui promana l’accusa e dei contenuti  della sua deposizione è tanto più necessaria quando si considerino le attuali esigenze di efficientismo processuale, legate al principio di ragionevole durata del processo, che potrebbero condurre verso una sorta di approssimazione valutativa, con la conseguenza di “elidere i diritti fondamentali dell’imputato […], nella dichiarata prospettiva di conseguire la pronta punizione del colpevole”. (8)

In altri termini, attraverso il ricorso al rigore della logica, ogni testimonianza dovrebbe formare oggetto di attenta rilettura, anche in considerazione dei tempi, dei modi e di ogni altro fattore che ne avesse caratterizzato la sua introduzione nel processo, nella consapevolezza che ogni sua parte, sebbene inizialmente considerata ininfluente, potrebbe, se riesaminata alla luce degli altri elementi successivamente confluiti nel più ampio quadro probatorio, comprometterne l’originaria attendibilità.

Uno dei motivi per i quali la parola del minore richiede particolare attenzione è legato, secondo alcuni autori (9), alla difficoltà di distinguere le sue menzogne incoscienti da quelle coscienti, giacché può perfino accadere che una menzogna da cosciente diventi incosciente.

Si è osservato, invero, come fino a una certa età il bambino non distingua tra finzione e realtà, tra i suoi pensieri e la verità obiettiva, in mancanza del potere di classificare le nuove acquisizioni, di attribuire ad esse un senso secondo una scala di valori.

A ciò aggiungasi un carattere fondamentale dello spirito infantile, costituito dall’immaginazione creatrice, fonte di menzogna in buona fede.

Si è rilevato, in particolare, che il bambino frequentemente narra la sua menzogna con così grande colorito che, accorgendosi di essere stato creduto, può giungere perfino a credere al suo racconto come se si trattasse di un fatto realmente accaduto.

Tutto ciò senza considerare la possibilità di utilizzare la menzogna sull’onda dell’istinto di conservazione, che può indurre il bambino a condotte caratterizzate da un’enorme sproporzione fra l’utilità verso cui tende e la gravità delle sue dichiarazioni: basti considerare, a titolo esemplificativo, a un bambino che, pur di essere lasciato solo o di poter ottenere una ricompensa, racconti al padre di avere visto la madre con un altro uomo.

Del resto, la tendenza al conseguimento di un’utilità momentanea spiega il motivo per il quale nel bambino è anche frequente la sincerità sconveniente.

L’Altavilla annovera tra i principali fattori di false denunzie da parte dei bambini anche il desiderio di richiamare su di sé l’attenzione.

Basti considerare l’orgoglio manifestato dal bambino che, durante una conversazione fra adulti, sia riuscito a catturarne l’attenzione.

La suggestionabilità del minore, inoltre, è così potente che, secondo l’illustre giurista, si delinea in tutta la sua portata già quando lo si osservi mentre segue un racconto con la sua facile emotività, specie nell’ora in cui è preda del sonno, allorché, raccontandogli un fatto interessante, può cadere in una sorta di ipnosi, tale da essere indotto anche a piangere o a ridere, o a passare repentinamente dal riso al pianto, a causa di un improvviso mutamento della narrazione.

A titolo esemplificativo, il caposcuola della psicologia giuridica italiana segnala il caso di un fanciullo di cinque anni che, giocando al carbonaio, viveva così intensamente la vicenda  del suo personaggio fittizio da preferire al suo vero nome l’appellativo “il carbonaio”.

È proprio questa disinvoltura del bambino a vivere una vita fittizia e a deformare la sua personalità che può essere all’origine di una falsa accusa: sebbene si tratti di una convinzione superficiale, infatti, la denunzia del fatto oggetto di tale falsa convinzione mette in atto un meccanismo psicologico destinato a rinsaldarla.

Basti considerare che, una volta sporta la falsa denuncia, i bambini potrebbero subire la suggestione della immediata credulità altrui, convincendosi della verità della loro accusa, anche perché in una mente debole la ripetuta affermazione di una menzogna può sortire la sostituzione del ricordo di quando fu realmente percepito con i contenuti della narrazione.

La sentenza in commento, invero, pur riguardando il caso specifico di accusa mossa dal minore, si innesta nella più ampia problematica della credibilità della persona offesa dal reato.

Al riguardo, non può sfuggire come quest’ultima possa essere portatrice di motivi di rancore, di malanimo e risentimento nei confronti dell’accusato.

È appena il caso di rilevare, tuttavia, che non sempre il desiderio di vendetta nei confronti dell’imputato può indurre ad escludere l’attendibilità della persona offesa: talvolta, infatti, tale desiderio, “lungi dal condurre sempre a riferire cose false, può costituire la causale per riferire cose vere che, senza quel sentimento ostile, non sarebbero dichiarate”. (10)

L’organo giudicante, talvolta, non riesce a ravvisare subito nell’animo dell’accusatore il sentimento di vendetta che vi si annida, al punto da  generare un senso di impotenza e di grande sofferenza morale nell’accusato.

Per avere un’idea del micidiale e oscuro vortice di perfida esaltazione da cui è sovente travolto il calunniatore animato da forti sentimenti di vendetta, si riporta la seguente discussione, pronunciata, nella parte conclusiva di un’opera letteraria, in difesa di un imputato innocente, ingiustamente accusato del reato di sequestro di persona: «[…] Voi, giudici, Vi trovate di fronte a un’accusa che le risultanze processuali Vi chiedono di inquadrare nel più ampio contesto di forti tensioni familiari, destinate a generare e alimentare un forte sentimento di vendetta nell’animo profondamente turbato del De Lucias. Vi trovate di fronte a un’accusa della quale il rancore e l’odio costituiscono, evidentemente, la chiave di volta. La mente del De Lucias è ottenebrata da pensieri fissi: l’osceno legame tra Edvige e Alberto, l’indegno tradimento da parte della moglie, che lo ha definitivamente abbandonato per seguire l’imputato; tutto questo gli fa disgustare l’amore, e produce in lui il desiderio di una vendetta adeguata alla mostruosità dell’offesa recata alla fede coniugale. Uccidere Edvige, o Alberto Salvati, o addirittura entrambi gli amanti infami, non lo può appagare. Non certo come insinuare nella mente di Edvige il sospetto che proprio l’uomo nelle cui braccia si è voluta abbandonare finisce col tradirla, col ferirla, e, per di più, in quanto di più caro possa avere: la figlia Milena. E per rendere più atroce la sua vendetta, deve anche trovare il sistema per separare Edvige da Alberto. Deve trovare il sistema per trascinare il suo rivale nel fango del discredito più assoluto, senza consentirgli di riparlare con Edvige per giustificarsi. Solo così l’ombra nera del pentimento per l’insana passione della donna ne potrà scuotere la coscienza. È l’idea di una vendetta partorita e nutrita nella silenziosa sofferenza della solitudine. Ed è un’idea che lo trasformerà ben presto in un pericolosissimo calunniatore, callido, attento, che, pur di attuare il disegno elaborato per estromettere il Salvati dalla vita di Edvige e della piccola Milena, arriva addirittura a munire la sua accusa di un falso riscontro oggettivo; arriva addirittura a comporre col cellulare della propria figlia il numero del proprio telefonino; arriva, cioè, a potenziare il suo racconto, a dargli una parvenza di verità, simulando una telefonata in realtà mai avvenuta per mano della bambina; arriva, in altri termini, a ordire un vero e proprio inganno processuale, che finirà col fuorviare i vostri colleghi, determinando un processo e una sentenza infarciti di pesanti suggestioni nei confronti dell’imputato. Carpire in modo definitivo la fiducia dell’autorità giudiziaria: ecco a cosa gli è servito contrabbandare, con l’arma subdola dell’inganno, una telefonata partita dallo stesso De Lucias come una telefonata fatta dalla bambina. Ma oggi, giudici, il destino ha finalmente cancellato la fitta coltre che ci impediva di vedere la verità. Anche se non potrà mai cancellare la sofferenza di quest’uomo, assolutamente innocente. Un innocente che io affido alla vostra coscienza, giudici, augurandomi che vorrete restituirgli la fiducia che ogni cittadino ha diritto di riporre nei valori della giustizia». (11)

Fortunatamente non sempre quella della persona offesa costituisce l’unica testimonianza che il giudice è chiamato a valutare: in tal caso, è importante prestare particolare attenzione alla convergenza della deposizione accusatoria con le affermazioni provenienti dagli altri testimoni.

Si rileva, al riguardo, come la possibilità che, in ragione della sostanziale identità del narrato di più testimoni, l’organo giudicante finisca con l’appiattire la ricostruzione giudiziaria sulla loro parola possa esercitare una certa attrattiva.

Eppure, testimonianze perfettamente identiche potrebbero portare il segno, se non di pregresso accordo fra i testimoni, quantomeno di malintesa solidarietà intragruppo, che induca il singolo ad adeguarsi ai riferimenti degli altri componenti il gruppo di appartenenza: e ciò potrebbe osservarsi, per esempio, nel caso di accusa promanante da soggetti appartenenti al medesimo gruppo familiare, o di reato che si assume commesso nello svolgimento di una determinata attività lavorativa, per la cui dimostrazione il pubblico ministero sia costretto a ricorrere alla testimonianza dei colleghi di lavoro dell’imputato.

Anche per questo motivo, la dottrina ha avuto modo di sottolineare che “la perfetta identità (nell’estrinsecazione verbale dell’evocazione) di diversi testimoni, deve essere ragione di sospetto” (12), mentre le lievi divergenze fra i narrati dei diversi testimoni possono essere sintomatiche dell’attendibilità del compendio probatorio d’accusa.

Maggiore allarme dovrebbero destare, inoltre, i riferimenti della persona offesa a circostanze storiche indicate da altri testimoni, allorché la stessa, nel corso delle indagini preliminari, avesse omesso di indicarle, pur dovendosene ritenere già a conoscenza.

Per comprendere se la persona offesa menta, invero, potrebbe essere utile tener conto di quanto gli psicologi Aldert Vrij, Pär Anders Granhag e Stephen Porter, docenti rispettivamente presso l’Università di Portsmouth, di Gothenburg e di British Columbia, hanno affermato a proposito dei sei aspetti che, a loro parere, caratterizzano il comportamento di un efficiente mentitore:

  • la capacità di ispirare fiducia;
  • la disinvoltura nel mentire (dovuta, tra l’altro, a una certa immaginazione);
  • la carenza di timore, di sensi di colpa o di eccitazione;
  • le discrete capacità di recitazione;
  • il fascino;
  • l’intuito psicologico e, con esso, la capacità di intercettare le aspettative dell’interrogante. (13)

Fra gli espedienti utilizzati dai falsi testimoni per accreditare la loro versione dei fatti va, inoltre, annoverata l’ostentazione di iniziale reticenza o di oblio, nella consapevolezza che il testimone pronto a rispondere a ogni domanda del giudice suscita, in linea di massima, una certa diffidenza. (14)

Una delle circostanze che deve indurre a valutare con particolare cautela la credibilità della persona offesa, così come quella di ogni altro testimone, è costituita da eventuali precedenti condanne a suo carico. (15)

Se “narrare significa […]”, infatti, far passare un avvenimento “attraverso il prisma della […] personalità” (16), non può quest’ultima non essere considerata sul piano valutativo della credibilità di quel teste che abbia riportato qualche condanna.

Tanto più quando il precedente penale riguardi il delitto di calunnia.

Pienamente condivisibili appaiono, pertanto, le parole pronunciate dall’Avv. Alberto Dall’Ora nel corso della sua arringa in difesa del noto presentatore televisivo Enzo Tortora (assolto definitivamente dopo una pensante condanna in primo grado): “[…] accettiamo di buon grado, signor Presidente, l’espressione tipica: “non è detto che una persona che ha dei precedenti penali non possa dire la verità”. Ma noi non alludiamo a questo, alludiamo ad un altro fatto, posto che ci vuole professionalità e cautela per valutare le dichiarazioni dei presunti delatori, noi diciamo ben altro, diciamo che, esaminando la personalità dei presunti delatori, scopriamo che non sono dei parricidi, dei rapinatori, sono stati già condannati per calunnia, hanno già dimostrato una loro costituzionale volontà di accusare degli innocenti. La calunnia è un reato difficilissimo da provare, Signor Presidente, la Sua esperienza di Magistrato penalista Le insegna che la calunnia – si diceva ai miei tempi – come la violenza carnale – è un reato difficile, perché bisogna dimostrare non soltanto che si è accusato un innocente, ma che si aveva coscienza  dell’innocenza, e cioè della volontà di mettere in moto la macchina della giustizia inutilmente, con danno della persona che non era colpevole: una prova quasi diabolica. In altri casi si tratta di persone largamente defedate: un soggetto infelice, dedito alla droga, epilettico. Ma in partenza, come prima battuta, cosa importa più a noi se questi ha precedenti penali o no? Il discorso dell’Inquirente: “non potete pretendere testimoni gentiluomini!”. No, gentiluomini no, ma persone normali; di quella normalità che ci garantisce di fronte a presunte delazioni che vengono invece da chi è affetto da così potenti tare. Come potremo mai dare prova di professionalità e di cautela se riterremo in partenza come un elemento valido da discutere, soltanto da discutere, una persona descritta così in documenti che sono nella causa?”. (17) Rebus sic stantibus, deve ritenersi capace di affermare il falso nei confronti dell’imputato colui che, in altre occasioni, abbia accusato falsamente altre persone di fatti costituenti reato e che, per questo, sia stato condannato. Nell’ambito della psicologia giudiziaria, del resto, sono state individuate due principali categorie di criminali: “i violenti ed i fraudolenti. Ora i primi compiono sanguinosamente la loro vendetta, i secondi ricorrono qualche volta alla calunnia”. (18)

Occorre, pertanto, verificare se i  rapporti fra il testimone e l’imputato fossero buoni o se, viceversa, vi fossero motivi di contrasto fra i due.

Ne deriva la pericolosità di considerare immediatamente attendibile quell’accusatore che avesse subito dall’imputato una pesante ingiustizia, laddove costituirebbe elemento sintomatico di credibilità una conversazione nel corso della quale, per esempio, l’accusatore avesse riferito a qualche suo conoscente, poi esaminato quale testimone, che l’imputato si era sempre comportato bene nei suoi riguardi e, come tale, meritava rispetto, pur avendo commesso il reato.

L’importanza della psicologia nella valutazione della testimonianza della persona offesa e di ogni altro testimone è tanto più evidente quando si consideri il decisivo ruolo che, nella formulazione di un’accusa, potrebbe assumere la presenza, nel testimone, di alcune anomalie psichiche, quali, per esempio, la mitomania, vale a dire la “tendenza sistematica e non problematizzata alla menzogna, alla simulazione e invenzione di fatti ed eventi in cui l’immaginifico e lo stupefacente sono elementi integranti il bisogno di attrarre su di sé l’attenzione e di eludere la realtà”. (19)

Si tratta di un fenomeno psicologico che potrebbe indurre alla formulazione di false accuse, specie nei casi in cui il processo penale assuma, per la gravità dei fatti addebitati all’imputato o la notorietà di quest’ultimo, peculiare risonanza mediatica.

Altri elementi che potrebbero dimostrare l’inattendibilità della deposizione della persona offesa sono costituiti dalla falsità di un elemento indicato dalla stessa o dalla sua incompatibilità con le regole della logica, con i dati della comune esperienza o con determinate consuetudini.

A titolo esemplificativo, potrebbero considerarsi i seguenti casi:

  • il teste – persona offesa colloca un determinato episodio in un preciso giorno della settimana, asserendo che in tale giorno si era pure verificato un determinato evento, che invece si fosse verificato tre giorni prima;
  • il teste – persona offesa incolpa taluno di un reato commesso al solo scopo di conseguire un ingiusto profitto e, poi, si accertati che l’incolpato fosse già molto ricco o svolgesse già un’attività lecita particolarmente redditizia.

 

CENNI BIBLIOGRAFICI, GIURISPRUDENZIALI E SITOGRAFICI

  1. pen. Sez. III, Sent., (ud. 14-10-2015) 20-06-2016, n. 25435 – S.E.;
  2. Enrico Altavilla, Psicologia giudiziaria, Vol. II, Quarta edizione aggiornata e notevolmente accresciuta, pagg. 617 e ss.;
  3. pen. Sez. III, 01/07/2015, n. 32352 – S.R. – Fonti: Quotidiano Giuridico, 2015 nota di MONTICELLI;
  4. Psicologia contemporanea, gen-feb. 1999, n. 151, Giunti, pag. 7;
  5. Enrico Altavilla, Psicologia giudiziaria, Vol. II, Quarta edizione aggiornata e notevolmente accresciuta, pag. 611;
  6. Paul Ekman, O’Sullivan, M., Frank, M. (1999). A Few Can Catch a Liar. Psychological Science, 10, da pag. 263 a pag. 266;
  7. Fornari-Fagiani, Aspetti clinici e psicometrici dello studio della testimonianza nella minore età, in Annuali di Freniatria e Scienze affini, 1978, Vol. 91, n. 3, pag. 216; In relazione alle caratteristiche e all’influenza del contesto su qualunque ricerca della verità, v. Taruffo, La prova dei fatti giuridici. Nozioni generali, Milano, 1992, 54 ss.;
  8. Bargi, Cultura del processo e concezione della prova, pag. 23, in La prova penale di Gaito, Utet Giuridica, gennaio 2008;
  9. Enrico Altavilla, Psicologia giudiziaria, Vol. I, Quarta edizione aggiornata e notevolmente accresciuta, pagg. 54, 55, 56, 57 e 58;
  10. Bari, Sez. I, Sent., 27-06-2013, depositata il 06-09-2013 – Fonti: pluris – cedam.utetgiuridica.it.;
  11. Procolo Ascolese, Il complice, nane edizioni , 2015, pagg. 89, 90, 91 e 92;
  12. Enrico Altavilla, Psicologia giudiziaria, Vol. II, Quarta edizione, pagg. 691 e 692;
  13. Claudie Bert, Smascherare i bugiardi. Ma come?, in Psicologia contemporanea, n. 236, anno 2013, Giunti Editore, pagg. 26 e 27;
  14. Enrico Altavilla, Psicologia giudiziaria, Vol. II, Quarta edizione, pagg. 689 e 690;
  15. r C.G.A. Mittermaier, Consigliere intimo e Professore in Heidelberg, “Teoria della prova nel processo penale”, Traduzione italiana eseguita sull’originale tedesco dal D.r Filippo Ambrosoli, MILANO, Libreria di Francesco Sanvito, 1858, pag. 414;
  16. Enrico Altavilla, Psicologia giudiziaria, Vol. II, Quarta edizione, pag. 651;
  17. www.radioradicale.it, scheda n. 17451, dal minuto 22 e 24 secondi al minuto 24 e 57 secondi della Registrazione integrale dell’udienza di “I troncone della Nco (tra gli imputati Enzo Tortora)” che si tenne a Napoli il 09/09/1985;
  18. Enrico Altavilla, Psicologia giudiziaria, Vol. II, Quarta edizione, pag. 622;
  19. Marco Strano, Manuale di crimonologia clinica, SEE (Società Editrice Europea di Nicodemo Maggiulli & C. snc), 2003, pag. 159.

 

 

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