La legge sul fine vita: etica e diritto

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di Avv. Stefania Cavallo

  • I –Premessa.

Esiste un limite al diritto di poter disporre della propria vita? Per anni – troppi anni- la risposta a questa domanda è stata positiva: si, il limite esiste, deve esserci. La vita è un bene così prezioso (e unico) da dover esser garantito e tutelato fino alla sua naturale fine.

Cosa accade però in quelle situazioni dove l’essere umano vive senza vivere? È realmente vita quella di un malato terminale di cancro? È realmente vita quello di un malato terminale di sla? È realmente vita quella condotta da un soggetto in coma a seguito di un incidente? In questi casi esiste ancora un limite al diritto di poter disporre della propria esistenza?

Per anni la politica italiana, la chiesa, i medici e le persone comuni si sono schierati su due versanti: il versante più orientato verso la tutela della vita tucur (in quanto bene prezioso ed indisponibile) e quello più sensibile al grido di aiuto delle persone che, seppur in vita, si appellavano alla coscienza umana per liberarsi dalla gabbia di sofferenza e dolore in cui erano condannati a vivere, senza possibilità di miglioramenti, sino alla naturale morte.

La continua lotta tra i due versanti è, alla fine, sfociata nell’emanazione della c.d. legge sul fine vita,  legge promulgata dopo anni di pianti e preghiere di persone che, a ragione, chiedevano di esser liberi di disporre della loro vita, liberi di lasciare questo mondo con dignità, liberi di lasciare, ai propri cari, un amaro ricordo di felicità e non il ben più pensante ricordo di sofferenza, dolore ed impotenza.

Questo articolo inizia ricordando i numerosi casi di persone che hanno cercato la c.d “morte dignitosa” tra le proprie mura di casa, circondati dai propri affetti ma che, sfortunatamente, hanno visto negato il loro diritto a discapito di una tutela di un diritto ben più importante: il diritto alla vita, anche se costellata di dolore e sofferenza quotidiana.

  • II – Luca Coscioni e Piergiorgio Welby: le loro battaglie e l’unione della Fondazione Luca Coscioni.

Luca Coscioni e Piergiorgio Welby sono state due persone legate da malattia, sofferenza e una battaglia comune per ottenere la libertà di disporre della propria Vita.

Luca Coscioni, noto politico italiano attivo nel Partito radicale, docente universitario nonché fondatore dell’omonima associazione, è deceduto a soli 38 anni a causa della Sclerosi Laterale Amiotrofica che lo ha, lentamente ma inesorabilmente, costretto ad assistere al proprio declino fisico in modo cosciente e consapevole. Le parole di Luca, durante la sua malattia, sono parole piene di dolore, impotenza e lucida consapevolezza della propria situazione e dell’evolversi della stessa. Nel 2002 Luca decide di fondare una associazione avente lo scopo di “promuovere la libertà di cura e ricerca scientifica, l’assistenza personale autogestita e affermare i diritti umani, civili e politici delle persone malate e disabili anche nelle scelte di fine vita”.

Dopo la scomparsa di Luca (nel 2006) l’associazione ha continuato la sua battaglia raccogliendo l’appello delle numerose persone che si rivolgevano alla stessa per ottenere tutela. Piergiorgio Welby (deceduto nel 2006 a 51 anni) fu co-presidente dell’associazione Luca Coscioni e fu il pioniere della battaglia per l’eutanasia legale e per il diritto al rifiuto dell’accanimento terapeutico. Welby era affetto da un gravissimo stato morboso degenerativo, clinicamente diagnosticato quale “distrofia fascioscapolomerale”. La sua sopravvivenza era assicurata esclusivamente per mezzo del respiratore automatico al quale era stato collegato sin dall’anno 1997.

I trattamenti sanitari praticati non erano in grado di arrestare in alcun modo il decorso della malattia avendo come unico scopo quello di differire nel tempo l’ineludibile e certo esito infausto, semplicemente prolungando le funzioni essenziali alla sopravvivenza biologica ed il gravissimo stato patologico in cui Welby versava.

In considerazione del suo grave e stato di malattia, in fase irreversibilmente terminale, dopo essere stato debitamente informato dai propri medici in ordine ai vari stadi di evoluzione della sua patologia, nonché in merito ai trattamenti sanitari che gli venivano somministrati, Welby aveva avanzato richiesta di sospensione delle terapie, ottenendo dallo stesso risposta negativa.

Welby, pertanto, si vide costretto a rivolgersi alla magistratura, attraverso un ricorso d’urgenza, ex art. 669 ter e 700 c.p.c., volto ad ottenere il distacco del respiratore artificiale sotto sedazione terminale.

Nel ricorso i legali di Welby fondavano la propria richiesta appellandosi all’articolo 32 della Costituzione italiana e al diritto di autodeterminazione dell’individuo riconosciuto dall’art. 13 della Carta Costituzionale.

Il giudice, pur dichiarando il ricorso inammissibile, riconobbe l’esistenza di un diritto soggettivo, garantito dall’articolo 32 della Costituzione, di richiedere l’interruzione della terapia medica, diritto nei fatti privo di tutela giuridica.

Mancava, secondo il giudice, nel sistema giuridico italiano una normativa specifica atta a regolamentare le decisioni di fine vita in un contesto clinico. Preso atto della decisione del Giudice ma certo del suo diritto all’autodetermiazione Welby decise di proseguire nel suo intento, avendo trovato un medico anestesista disponibile a venir incontro alle sue esigenze: il 18 dicembre 2006 il dott. Mario Riccio si recò presso l’abitazione di Welby per accertare l’evoluzione della patologia e per raccogliere la volontà del paziente che confermava, ancora una volta, di voler essere sedato e staccato dal respiratore artificiale.

Due giorni dopo il medico chiese a Welby per l’ennesima ed ultima volta la conferma della sua volontà, quindi, ottenutala, procedette prima alla sedazione del paziente e, successivamente, al distacco del ventilatore automatico.

La morte, come si legge nel referto medico-legale, sopraggiunse nell’arco di mezz’ora per arresto cardiocircolatorio dovuto ad una irreversibile insufficienza respiratoria da attribuire unicamente all’impossibilità di Welby di ventilare in maniera spontanea a causa della gravissima distrofia muscolare da cui lo stesso era affetto.

Dopo la morte di Welby sui aprirono numerosi procedimenti (disciplinari e penali) sulla persona del Dott. Riccio.

I primo procedimento che si apre sulla condotta del medico è quello dell’Ordine dei medici di Cremona, a cui Riccio apparteneva:  gli elementi presi in considerazione furono due:  da un lato la volontà “chiara, decisa e non equivocabile” del paziente “perfettamente in grado di intendere e volere e di esprimersi” e “pienamente consapevole della conseguenza del sopraggiungere della morte” e,  dall’altro, il fatto che l’anestesista “non ha somministrato farmaci o altre sostanze atte a determinare la morte” e che la sedazione terminale è risultata “per posologia di farmaci, modalità e tempi di somministrazione, in linea con i normali protocolli”.

Per questi motivi la Commissione disciplinare dell’Ordine dei Medici di Cremona dispose l’archiviazione del caso, tramite un provvedimento datato 1 febbraio 2007.

Nel secondo procedimento, in sede penale, la Procura della Repubblica di Roma giunse ad un esito molto simile a quello dell’Ordine dei Medici, con richiesta di archiviazione del caso.

La conclusione si basa sull’esito della consulenza medico – legale, che esclude qualsiasi nesso tra la sedazione ed il decesso del paziente indicando quale unica causa di morte l’insufficienza respiratoria relativa alla malattia.

Tuttavia, la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura venne rigettata dal Giudice per le Indagini Preliminari di Roma che richiese il rinvio a giudizio per il medico, colpevole, secondo il GIP, di aver commesso il reato di omicidio del consenziente previsto dall’articolo 579 del codice penale.

Il procedimento, tuttavia, si concluse nel luglio 2007 con una sentenza di non luogo a procedere nei confronti del medico; in effetti, il Giudice per l’Udienza Preliminare di Roma, attenendosi al dettato costituzionale, mise in luce che nell’ordinamento italiano “nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge“, richiamando, peraltro, l’art. 13 Cost., secondo il quale “la libertà personale è inviolabile“, desumendo da ciò il diritto all’autodeterminazione del paziente e, sovvertendo le motivazioni del GIP, sottolineò che la gerarchia delle fonti del diritto contempla la prevalenza della Carta costituzionale, ovvero di un dettato improntato al rispetto della volontà del paziente e al diritto a disporre del proprio corpo anche attraverso il rifiuto delle cure mediche.

La sentenza di assoluzione affermò, inoltre, che il diritto al rifiuto delle cure è confermato anche dall’articolo 5 della Convenzione di Oviedo che, “sebbene non ancora in vigore nel nostro ordinamento, vale comunque quale criterio interpretativo per il giudice, in quanto enuncia principi conformi alla nostra Costituzione“.

Il giudice penale, al contrario di quello civile che rifiutò l’istanza di Welby, ex art. 700 c.p.c.,mise in luce, inoltre, che, seppur in assenza di una legislazione nazionale in materia vi era (e vi è tutt’oggi) un dettato costituzionale che consente all’uomo di disporre del proprio corpo in modo libero e autonomo, rifiutando anche le cure tant’è che si inizi a parlare di diritto al rifiuto delle cure come diritto inviolabile della persona . Il giudice riconobbe, come da richiesta di rinvio a giudizio, che il comportamento del dott. Riccio rientrava nella norma che punisce l’omicidio del consenziente (art. 579 del codice penale), ma osservò, altresì, che la condotta del medico si era realizzata nel contesto di una relazione terapeutica e, quindi, sotto la copertura costituzionale del diritto del paziente di rifiutare trattamenti sanitari non voluti.

Per tali motivazioni, il dott. Riccio risultò non perseguibile, secondo la sentenza, perché “…ha adempiuto ad un dovere e, in quanto tale, rientrava nella causa di non punibilità, così come stabilisce l’articolo 51 del codice penale”.

Con il caso Welby si iniziò a parlare di diritto all’interruzione delle cure mediche e di eutanasia legale.

  • III – Eluana Englaro: l’introduzione del concetto di dignità.

Il caso Englaro aprì nuovi e diversi scenari, poiché la volontà, in questo caso,  poteva solo essere desunta dalla vita condotta dalla paziente prima dell’incidente – verificatosi in data 18 novembre 1992 – che l’aveva ridotta in stato di coma irreversibile e permanente, definito, sovente, in letteratura medica come “stato vegetativo permanente”.

Eluana Englaro, nutrita con sondino nasogastrico, respirava in maniera del tutto autonoma, ma non era capace di intendere e volere. Dopo un anno dall’incidente, la regione superiore del cervello di Eluana andò ad una degenerazione definitiva. I medici non lasciarono alcuna speranza di ripresa. Dopo circa quattro anni dall’incidente, Eluana venne dichiarata interdetta per assoluta incapacità, con sentenza del Tribunale di Lecco in data 19 dicembre 1996, con nomina del padre Beppino Englaro quale tutore della figlia.

Nel 1999 iniziò la lunga battaglia legale di Beppino Englaro volta ad ottenere la sospensione dell’alimentazione della figlia. Il caso, però, di molto più complesso di quello Welby in quanto Eluana, caduta in coma all’età di vent’anni non era nelle condizioni di poter esprimere la propria volontà rendendo così impraticabile l’applicazione dell’art. 32 Cost..

Inoltre, Eluana non era attaccata ad un dispositivo medico per la ventilazione artificiale, dunque ci si domandava se la mera nutrizione del paziente che, pur essendo in coma irreversibile, respira, fosse da considerarsi come “cura medica” e per ciò stesso ricadente nella fattispecie indicata dall’art. 32 Cost. Siffatte argomentazioni, nel 1999, inducono il Tribunale di Lecco a respingere la richiesta di Beppino Englaro di lasciar morire la figlia, poiché il supporto alla nutrizione non venne visto come una cura medica. Il vero quesito posto dal caso Englaro fui il seguente: il “valore” presidiato dalla Carta costituzionale è la vita in se o, piuttosto, la “dignità”  dell’esistenza, intesa come condizione umana non degradante ma capace di consentire alla persona di vivere senza una sofferenza insopportabile, idonea a tradursi in vera e propria condanna?

Beppino Englaro, convinto che Eluana non avrebbe voluto vivere in questo stato, nel 2003 presentò nuovamente la richiesta di sospensione dell’alimentazione artificiale per la figlia, che tuttavia, venne nuovamente respinta prima dal Tribunale e poi dalla Corte d’Appello, poiché non considerata “cura medica”.

L’uomo, tuttavia, continuando a sostenere che il coma irreversibile fosse lesivo della dignità della figlia impugnò la sentenza davanti la Corte di Cassazione.

 Nel 2007 tramite la sentenza numero 21748/2007 la Corte di Cassazione annullò il provvedimento della Corte d’Appello e rinviò ad altra sezione della Corte d’Appello di Milano, sostenendo che il giudice “… può autorizzare l’interruzione delle cure o dell’alimentazione artificiale in presenza di due circostanze concorrenti: in primo luogo, occorre che “la condizione di stato vegetativo sia, in base ad un rigoroso apprezzamento clinico, irreversibile e non vi sia alcun fondamento medico, secondo gli standard scientifici riconosciuti a livello internazionale, che lasci supporre la benché minima possibilità di un qualche, sia pure flebile, recupero della coscienza e di ritorno ad una percezione del mondo esterno”. In secondo luogo, la Corte sostiene che è necessario, altresì “che tale istanza sia realmente espressiva, in base ad elementi di prova chiari, univoci e convincenti, della volontà del paziente medesimo, tratta dalle sue precedenti dichiarazioni ovvero dalla sua personalità, dal suo stile di vita e dai suoi convincimenti, corrispondendo al suo modo di concepire, prima di cadere in stato di incoscienza, l’idea stessa di dignità della persona”.

E’ importante sottolineare che – ai fini di un’analisi giuridica – la volontà diviene, in ogni caso, elemento imprescindibile e collega il caso Welby a quello Englaro, ma compie un notevole passo in avanti, atteso che la Cassazione si riferisce ad un paziente incapace di intendere e volere, le cui volontà devono essere desunte dallo stile di vita condotto in precedenza o dalle sue eventuali dichiarazioni: ciò  che rileva è la volontà del paziente, desumibile, secondo la Corte, dalla personalità dello stesso, chiamando in causa, perciò, coloro che conoscevano il paziente, come è avvenuto nel caso Englaro, in cui non soltanto i familiari della ragazza hanno testimoniato l’inequivocabile volontà di Eluana di lasciarsi morire in siffatte condizioni, ma lo hanno fatto anche coloro che la conoscevano, portando alla luce commenti e convinzioni della paziente allorquando a cadere in coma irreversibile fu una persona di sua conoscenza.

Il 9 luglio 2008 la Corte d’Appello di Milano riesaminò la vicenda alla luce di tali dichiarazioni e autorizzò il padre, Beppino Englaro, in qualità di tutore, ad interrompere il trattamento di idratazione e alimentazione forzata. Ma la vicenda non era destinata a finire in questo modo: il 16 luglio 2008 Camera e Senato sollevarono un conflitto di attribuzione contro la Cassazione, ritenendo che la sentenza dell’ottobre 2007 integrasse “un atto sostanzialmente legislativo, innovativo dell’ordinamento normativo vigente”, cosa che spetta solo al legislatore. A dirimere il conflitto venne chiamata la Corte costituzionale, la quale nell’ottobre 2008, si pronunciò a favore della Cassazione e della Corte d’Appello di Milano, ritenendo che la sentenza in questione non fosse affatto innovativa di un ordinamento basato su una Costituzione che garantisce il diritto di rifiutare le cure mediche e il rispetto della volontà del singolo. Il Governo, allora, nel febbraio 2009 approvò con urgenza un decreto legge per evitare la sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione in pazienti in stato vegetativo, ma il Presidente della Repubblica rifiutò di firmare il decreto definendolo palesemente incostituzionale. Alle ore 20 dello stesso giorno – malgrado il monito del Presidente della Repubblica –  il Consiglio dei Ministri si riunì in una sessione straordinaria per dar vita ad un disegno di legge con gli stessi contenuti del decreto precedente; il 9 febbraio 2009 il Senato si riunì per discutere del disegno di legge n. 1369. Il 9 febbraio 2009, nella serata, arrivò la notizia della morte di Eluana, alla quale erano state progressivamente sospese alimentazione e idratazione a partire dal 6 febbraio. Il Governo ritirò il disegno di legge e si ripropose di ridiscutere in maniera più dettagliata di disposizioni in materia di fine vita e testamento biologico, proposito disatteso per molti anni.

  • III – Irene Landolfi, Fabiano Antoniani (DJ Fabo): ulteriore luce all’Eutanasia legale e il diritto di morire nel proprio paese.

L’esistenza di Fabiano Antoniani (conosciuto come Dj Fabo) cambiò all’improvviso nella tarda notte del 13 giugno del 2014 in seguito a un incidente stradale provocato da una disattenzione: tornando da un locale nel milanese, nel quale aveva tenuto un dj set, il giovane aveva urtato violentemente contro un’altra auto mentre stava raccogliendo il cellulare che gli era caduto dalle mani, finendo sbalzato fuori dall’abitacolo.

In seguito alle ferite riportate Fabiano era diventato cieco e tetraplegico. Immobilizzato a letto, il ragazzo aveva visto sfumare ogni suo sogno. La fidanzata Valeria gli è sempre rimasta accanto e l’ha assistito sino alla fine, aiutandolo anche a realizzare il video con il quale Dj Fabo aveva chiesto aiuto al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella affinché gli fosse concesso di morire nel suo Paese.

Tuttavia dopo tanti appelli caduti nel vuoto, e l’ennesimo rinvio del Parlamento di una discussione sul testamento biologico, Fabiano scelse (per obbligo, stante l’impossibilità di morire in Italia) di porre fine alla sua vita in una clinica Svizzera accompagnato da Marco Cappato membro dell’Associazione Luca Coscioni: l’iter per arrivare a quel 27 febbraio 2017 non fu affatto breve. Valeria, donna forte e coraggiosa nonchè amorevole compagna di Fabiano), decise (non senza sofferenze) di aiutarlo nel porre fine ad una vita costellata di nero, buio, sofferenza, dolore e immobilità, una vita che a Fabiano stava stretta, una vita che non era quella che Fabiano avrebbe voluto condurre.

La storia di Dj Fabo è balzata all’attenzione di ogni persona a seguito di un servizio realizzato da Giulio Golia per il programma “Le Iene”, servizio che (a maggio ragione nella sua versione integrale) smuove le coscienze di ogni essere umano rendendo impossibile a chiunque non commuoversi dinanzi a tanta sofferenza.

Fabiano aveva più volte espresso il desiderio di concludere la propria vita nel Suo paese, circondato dall’affetto dei suoi cari e dei suoi amici “con la A maiuscola” che gli erano stati acanto nelle serate in discoteca, alla consolle del mix, così come nel suo buio e nella sua sofferenza post incidente. Ciò non gli è stato concesso. Marco Cappato, dell’Associazione Luca Coscioni, ha accompagnato (consapevole delle conseguenze che avrebbe dovuto personalmente affrontare a livello legale) Fabiano sino in Svizzera in modo da consentirgli di praticare il suicidio assistito possibile solo ponendo i bocca a Fabiano il pulsante che attivava l’immissione del farmaco letale (visto che, come detto Fabiano non aveva capacità di movimento alcuno se non, appunto quello della bocca e dei denti).

Nella clinica Svizzera Fabiano è stato raggiunto (su mezzo separato) dai suoi affetti più cari e dai suoi amici più stretti. Marco Cappato, provato dal dolore (perché la morte di una persona, anche se per sua scelta, è sempre un atto che lascia provati, sconvolti e sofferenti), ha ricordato la paura di Fabiano di non riuscire a premere con la bocca il pulsante e la sua perenne voglia di scherzare (anche in un momento psicologicamente così forte): “E se non ci riesco? Vorrà dire – ha detto Dj Fabo, come racconta Cappato – che tornerò a casa portando un po’ di yogurt, visto che qui in Svizzera è molto più buono“. Appena terminate le procedure preliminari però, ha proseguito Cappato, “Dj Fabo ha voluto procedere subito, ha voluto farlo subito senza esitare”.

Il 28 febbraio 2017, appena rientrato in Italia, Marco Cappato si presentò al comando dei Carabinieri di Milano rappresentando che, nei giorni immediatamente precedenti, si era recato in Svizzera per accompagnare presso la sede della Dignitas Fabiano Antonani, che lì aveva programmato e poi dato corso al suo suicidio assistito.

Marco Cappato venne così iscritto nel registro degli indagati da parte della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano che, tuttavia, in data 2 maggio 2017, presentò nei confronti dell’indagato richiesta di archiviazione nella quale si proponeva un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 580 c.p., tale per cui la condotta doveva ritenersi penalmente irrilevante.

Il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Milano, dott. Luigi Gargiulo, fissò udienza in camera di consiglio ai sensi dell’art. 409 c. 2 c.p.p., per la data del 6 luglio 2017. Nel corso dell’udienza, i pubblici ministeri presentarono una memoria per chiedere al Giudice di sollevare questione di legittimità costituzionale dell’art. 580 c.p. in relazione alla parte in cui incrimina la condotta di “partecipazione fisica” o “materiale” al suicidio altrui senza escludere la rilevanza penale della condotta di chi aiuta il malato terminale o irreversibile a porre fine alla propria vita, quando il malato stesso ritenga le sue condizioni di vita fonte di una lesione del suo diritto alla dignità. Anche la difesa di Marco Cappato presentò una memoria difensiva con la quale chiedeva di valutare la compatibilità dell’art. 580 c.p. con la nostra Carta Costituzionale.

In data 10 luglio 2017, il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Milano, dott. Luigi Gargiulo, rigettava le richieste avanzate dai pubblici ministeri e dalla difesa di Marco Cappato e imponeva alla Procura di formulare l’imputazione nei confronti di Marco Cappato per la fattispecie di aiuto al suicidio.

In data 5 settembre 2017, Marco Cappato chiese di essere giudicato con il rito immediato e, in data 18 settembre 2017, venne emesso dal Tribunale di Milano il decreto che dispone il giudizio immediato con data di inizio fissata per l’8 novembre 2017 davanti alla prima sezione della Corte di Assise.

All’udienza dell’8 novembre 2017, la Corte di Assise ammise le prove richieste dalle parti, tra le quali anche il video integrale delle riprese della trasmissione televisiva Le Iene con l’ultima intervista a Fabiano Antonani che, su richiesta della Procura, verrà trasmessa in aula. La Corte rinviò alle udienze del 4 dicembre 2017 e del 13 dicembre 2017 per l’escussione dei testimoni.

All’udienza del 4 dicembre 2017 vennero sentiti come testimoni Riccardo Di Teodoro (Luogotenente dei Carabinieri), Valeria Imbrogno (fidanzata di Fabiano Antoniani), Carmen Carollo (mamma di Fabiano Antoniani), Anna Maria Francavilla (mamma di Valeria Imbrogno), Johnny Enriques (assistente medico di Fabiano Antoniani) e Antonio Rossetti (amico di Fabiano Antoniani).

All’udienza del 13 dicembre 2017 vennero sentiti come testimoni Giulio Golia (inviato del programma televisivo “Le iene”), Carlo Lorenzo Veneroni (medico della famiglia Antoniani), Maria Cristina Marenghi (consulente del pubblico ministero) e Mario Riccio (anestesista e rianimatore all’ospedale di Cremona). Si procedette poi all’esame dell’imputato Marco Cappato e la Corte decise di rinviare al 17 gennaio 2018 per le discussioni.

All’udienza di discussione del 17 gennaio 2018, la pubblica accusa chiese la assoluzione dell’imputato o, in subordine, chiede di sollevare questione di legittimità costituzionale dell’art. 580 c.p (. Stessa richiesta venne avanzata anche dalla difesa di Marco Cappato (All’udienza del 14 febbraio 2018, la Corte di Assise di Milano sollevò questione di legittimità costituzionale dell’art. 580 c.p.

Il capo di imputazione di Marco Cappato fu, ricordiamolo, “…. reato p. e .p. dall’art. 580 c.p. per aver rafforzato il proposito suicidiario di Antoniani Fabiano (detto Fabo), affetto da tetraplegia e cecità a seguito di incidente stradale avvenuto il 13 giugno 2014, prospettandogli la possibilità di ottenere assistenza al suicidio presso la sede dell’associazione Dignitas, a Plaffikon in Svizzera, e attivandosi per mettere in contatto i familiari di Antoniani con la Dignitas fornendo loro materiale informativo; inoltre, per aver agevolato il suicidio dell’Antoniani, trasportandolo in auto presso la Dignitas in data 25 febbraio 2017, dove il suicidio si verificava il 27 febbraio 2017”.

Altro nome, altra giovane vita: Irene Landolfi di anni ne aveva 30, affetta da un carcinoma al quarto stadio al polmone scoperto nel 2015, carcinoma ormai metastatico. Irene nonostante tutto aveva continuato a sognare, a vivere, sorridere, sposandosi con il compagno e cercando di vivere una vita normale fino al momento in cui, consapevole del suo stato ormai degenerativo, Irene aveva deciso di rivolgersi a Marco Cappato per chiedere aiuto  per porre fine alla paura che l’ossigeno (contenuto nella sua bomboletta) potesse finire da un momento all’altro, per porre fine ai dolori atroci che la costringevano ad assumere sedativi privandola della sua autonomia e della sua dignità. Irene è mancata il 24 agosto 2017, in un modo che (a detta delle parole del marito Andrea Curiazi) non avrebbe voluto: le pratiche per recarsi nella clinica Svizzera hanno richiesto troppo tempo costringendo Irene ad affrontare mesi di sedazioni, sofferenze e paure prima che sopraggiungesse la morte.

Il marito di Irene, esattamente come fu fatto da Valeria e da Fabo, ha deciso di fare un appello agli illustri rappresentanti del popolo Italiano per portare alla luce la necessità (“per la mia Irene e per tutte e tutti gli Irene di questo paese”) di parlare di Eutanasia legale.

 

  • III – LA LEGGE SUL BIOTESTAMENTO: legge 22 dicembre 2017 n. 219

La legge sul Bio-testamento (legge 219/2017) è formata da un totale di 8 articoli (di cui 5 di concetto, un articolo – ugualmente importate- di transazione e due articoli, un finanziario e uno di relazione sull’applicazione della legge). La legge è stata approvata dal Senato il 14 dicembre 2017 nonché pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 16 gennaio 2018 ed entrata in vigore il 31 gennaio 2018.

Analizziamone, in modo sintetico e semplice, i vari articoli.

L’articolo 1 detta le linee generali di disciplina del consenso informato, prevedendo che nessun trattamento sanitario possa essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero ed informato della persona interessata (fatti i salvi previsti espressamente dalla legge). Viene:

  • richiamato il rispetto dei principi di cui agli articoli 2, 13 e 32 della Costituzione e di cui agli articoli 1 (Dignità umana), 2 (Diritto alla vita) e 3 (Diritto all’integrità della persona) della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea;
  • promossa e valorizzata la relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico, che trova il suo presupposto e atto fondante nel consenso informato nel quale si incontrano l’autonomia decisionale del paziente e la competenza l’autonomia professionale e la responsabilità del medico. Nella relazione di cura vengono coinvolti se il paziente lo desidera, anche i suoi familiari, o la parte dell’unione civile, o il convivente oppure una persona di sua fiducia;
  • disciplinato il diritto all’informazione, qualificato come il diritto di ogni persona di conoscere le proprie condizioni di salute e di essere informata in modo completo aggiornato e a lei comprensibile circa:
    • la diagnosi;
    • la prognosi;
    • i benefici e i rischi degli accertamenti diagnostici e dei trattamenti sanitari indicati dai medici e i possibili (ed eventuali) trattamenti alternativi;
    • le conseguenze dell’eventuale rifiuto del trattamento sanitario e dell’accertamento diagnostico o della rinuncia ai medesimi;
  • sancito il diritto della persona di rifiutare, in tutto o in parte, di ricevere le informazioni e quello di indicare i familiari o una persona di sua fiducia incaricati di ricevere le informazioni in sua vece. Sia il rifiuto che la rinuncia alle informazioni nonché l’eventuale indicazione di un incaricato vengono registrati nella cartella clinica e nel fascicolo elettronico.

Quanto alle modalità di espressione del consenso – che in qualsiasi forma sia espresso viene inserito nella cartella clinica e nel fascicolo elettronico – viene stabilito che sia espresso in forma scritta ovvero, qualora le condizioni fisiche del paziente non consentano di rispettare quest’ultima, attraverso videoregistrazione o dispositivi che consentano alla persona con disabilità di comunicare.
Ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere è titolare del diritto di rifiutare qualsiasi accertamento diagnostico o trattamento sanitario indicato dal medico per la sua patologia – o singoli atti del trattamento stesso -, nonché del diritto  di revocare in qualsiasi momento il consenso prestato, anche quando la revoca comporti l’interruzione del trattamento, comprese la nutrizione e l’idratazione artificiali. L’accettazione, la revoca e il rifiuto sono annotati nella cartella clinica e nel fascicolo sanitario elettronico. Al paziente in ogni caso è sempre riconosciuta la possibilità di modificare la propria volontà.
Con una norma di garanzia viene stabilito che il rifiuto o la rinuncia al trattamento sanitario non possono comportare l’abbandono terapeutico: sono sempre assicurati il coinvolgimento del medico di famiglia e l’erogazione delle cure palliative di cui alla legge n. 38/2010 (Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore). Il medico è tenuto a rispettare la volontà del paziente di rifiutare il trattamento sanitario o di rinunciare al medesimo ed, in conseguenza di quest’obbligo, è esente da ogni responsabilità civile o penale. In ogni caso il paziente non può esigere trattamenti sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale o alle buone pratiche clinico-assistenziali. Qualora il paziente esprima la rinuncia o il rifiuto di trattamenti sanitari necessari alla propria sopravvivenza, il medico prospetterà al paziente e, se questi acconsente ai suoi familiari, le conseguenze di tale decisione e le possibili alternative e promuove ogni azione di sostegno al paziente, anche avvalendosi dei servizi di assistenza psicologica.

Nelle situazioni di emergenza o di urgenza il medico assicura l’assistenza sanitaria indispensabile rispettando, ove possibile, la volontà del paziente e che ogni azienda sanitaria pubblica o privata garantisce con proprie modalità organizzative la piena attuazione dei princìpi della legge, assicurando l’informazione necessaria ai pazienti e la formazione adeguata del personale.
L’articolo 2  (Terapia del dolore, divieto di ostinazione irragionevole nelle cure e dignità nella fase finale della vita) affronta il tema della terapia del dolore, del divieto di ostinazione irragionevole nelle cure e della dignità nella fase finale della vita.

Il medico deve adoperarsi per alleviarne le sofferenze del paziente, anche in caso di rifiuto o di revoca del consenso al trattamento sanitario indicato dal medico. A tal fine, è sempre garantita un’appropriata terapia del dolore, con il coinvolgimento del medico di medicina generale e l’erogazione delle cure palliative.

Nei casi di paziente con prognosi infausta a breve termine o di imminenza di morte, il medico deve astenersi da ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure e dal ricorso a trattamenti inutili o sproporzionati. In presenza di sofferenze refrattarie ai trattamenti sanitari, il medico può ricorrere alla sedazione palliativa profonda continua in associazione con la terapia del dolore, con il consenso del paziente.

L’articolo 3 (Minori e incapaci) detta le regole per l’espressione del consenso da parte dei minori e degli incapaci.

Per quanto attiene al minore il consenso informato al trattamento sanitario è espresso o rifiutato dagli esercenti la responsabilità genitoriale o dal tutore, tenendo conto della volontà della persona minore, in relazione alla sua età e al suo grado di maturità, e avendo quale scopo la tutela della dignità.

Per l’interdetto – ai sensi dell’articolo 414 del codice civile -, il consenso è espresso o rifiutato dal tutore, sentito l’interdetto ove possibile, anche in tal caso avendo di mira la tutela della dignità.

Infine il consenso informato dell’inabilitato è espresso dal medesimo e dal curatore. Nel caso in cui sia stato nominato un amministratore di sostegno la cui nomina prevede l’assistenza necessaria o la rappresentanza esclusiva in ambito sanitario, il consenso informato è espresso o rifiutato anche dall’amministratore di sostegno o solo da quest’ultimo, tenendo conto della volontà del beneficiario, in relazione al suo grado di capacità di intendere e di volere.

Viene infine previsto che in assenza di disposizioni anticipate di trattamento, qualora il rappresentante legale del minore, dell’interdetto o dell’inabilitato oppure l’amministratore di sostegno rifiuti le cure proposte in contrasto con il parere del medico, che le ritenga appropriate e necessarie, la decisione è rimessa al giudice tutelare su ricorso del rappresentante legale della persona interessata o del medico o del rappresentante legale della struttura sanitaria.

Nell’articolo 4 (Disposizioni anticipate di trattamento) si analizzano le c.d. Disposizioni Anticipate di Trattamento (si seguito DAT) vengono definite come l’atto in cui ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere può, in previsione di una eventuale futura incapacità di autodeterminarsi, esprimere le proprie convinzioni e preferenze in materia di trattamenti sanitari, nonché il consenso o il rifiuto rispetto a scelte diagnostiche o terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari, comprese le pratiche di nutrizione e idratazione artificiali. Il dichiarante può anche indicare una persona di fiducia – fiduciario – che ne faccia le veci e lo rappresenti nelle relazioni con il medico e le strutture sanitarie. Il fiduciario deve essere maggiorenne e capace di intendere e di volere: la sua accettazione della nomina avviene con la sottoscrizione delle DAT oppure con atto successivo che viene allegato a queste ultime.

Il fiduciario può rinunciare alla nomina con atto scritto che viene comunicato al disponente; di converso il suo incarico può essere revocato dal disponente in qualsiasi momento, senza obbligo di motivazione e con le stesse modalità previste per la nomina. Qualora manchi l’indicazione del fiduciario o questi vi abbia rinunciato o sia deceduto, o sia divenuto incapace, le DAT conservano efficacia circa le convinzioni e le preferenze del disponente.

Il medico è tenuto al rispetto delle DAT, le quali possono essere disattese, in tutto o in parte, dal medico stesso, in accordo con il fiduciario, qualora esse appaiano palesemente incongrue o non corrispondenti alla condizione clinica attuale del paziente ovvero sussistano terapie non prevedibili all’atto della sottoscrizione, capaci di offrire concrete possibilità di miglioramento delle condizioni di vita. In caso di contrasto tra fiduciario e medico è previsto l’intervento del giudice tutelare.
Circa la forma con cui vengono espresse viene stabilito che esse debbano essere redatte per atto pubblico, o per scrittura privata, e sono esenti dall’obbligo di registrazione, dall’imposta di bollo, e da qualsiasi altro tributo, imposta, diritto e tassa. Analogamente a quanto previsto dall’articolo 1 per l’espressione del consenso informato, è previsto anche che qualora le condizioni fisiche del paziente non consentano di utilizzare la forma scritta, le DAT possono essere espresse anche attraverso videoregistrazione o dispositivi che consentano alla persona con disabilità di comunicare. Con le stesse forme, in qualsiasi momento, può avvenirne il rinnovo, la modifica o la revoca.
Le Regioni che adottino modalità telematiche di gestione della cartella clinica, o il fascicolo sanitario elettronico, o altre modalità informatiche di gestione dei dati del singolo iscritto al Servizio sanitario nazionale, possono – con proprio atto – regolamentare la raccolta di copia delle DAT, compresa l’indicazione del fiduciario, e il loro inserimento in banca dati, lasciando in ogni caso al firmatario la libertà di scegliere se darne copia od indicare dove esse siano reperibili. Quanto all’istituzione del Registro nazionale delle DAT, questa viene richiamata da un emendamento PD alla manovra attualmente all’esame della Commissione Bilancio della Camera, che prevede uno stanziamento di denaro a favore del Ministero della Salute.

Viene infine stabilito che entro 60 giorni dall’entrata in vigore della legge il Ministero della salute, le Regioni e le aziende sanitarie provvedono a dare le necessarie informazioni circa la possibilità di redigere le DAT.

L’articolo 5 (Pianificazione condivisa delle cure) prevede e disciplina la possibilità di definire, e di fissare in un atto, rispetto all’evolversi delle conseguenze di una patologia cronica ed invalidante o caratterizzata da inarrestabile evoluzione con prognosi infausta, una pianificazione delle cure condivisa tra il paziente ed il medico, alla quale il medico è tenuto ad attenersi qualora il paziente venga a trovarsi nella condizione di non poter esprimere il proprio consenso o in una condizione di incapacità.

Il paziente e – con il suo consenso – i familiari o la parte dell’unione civile o il convivente ovvero una persona di sua fiducia, sono informati in modo esaustivo, ai sensi di quanto stabilito in tema di consenso informato in particolare sul possibile evolversi della patologia in atto, di quanto il paziente può attendersi realisticamente in termini di qualità della vita, delle possibilità cliniche di intervenire, delle cure palliative. Il paziente esprime il suo consenso rispetto a quanto proposto dal medico e i propri intendimenti per il futuro compresa l’eventuale indicazione di un fiduciario.
Il consenso del paziente e l’eventuale indicazione di un fiduciario, sono espressi in forma scritta ovvero, nel caso in cui le condizioni fisiche del paziente non lo consentano, attraverso videoregistrazione o dispositivi che consentono alla persona con disabilità di comunicare e sono inseriti nella cartella clinica e nel fascicolo sanitario elettronico. L’atto di pianificazione delle cure può essere sempre modificato su richiesta del paziente, con le stesse forme di cui al periodo precedente.
Vengono richiamate le norme di cui all’articolo 4, relative alle disposizioni anticipate di trattamento, per tutti gli aspetti non espressamente disciplinati dal presente articolo.

L’articolo 6 è una norma transitoria ove si sancisce si sancisce l’applicabilità delle disposizioni della legge ai documenti contenenti la volontà del disponente circa i trattamenti sanitari depositati presso il comune di residenza o davanti ad un notaio prima dell’entrata in vigore della legge medesima, stabilendo quindi l’efficacia retroattiva della stessa.

L’articolo 7 contiene una clausola di invarianza degli oneri finanziari e l’articolo 8 stabilisce che e il Ministro della salute trasmette alle Camere, entro il 30 aprile di ogni anno, a decorrere dall’anno successivo a quello in corso alla data di entrata in vigore della legge, una relazione sull’applicazione della legge stessa. Le Regioni sono tenute a fornire le informazioni necessarie entro il mese di febbraio di ciascun anno, sulla base di questionari predisposti dal Ministero della Salute.

  • IV – LE NUOVE BATTAGLIE: SUICIDIO ASSITITO ED EUTANASIA LEGALE.

 

L’approvazione della legge sul testamento biologico costituisce certamente un grande passo avanti per l’applicazione del principio di “libertà di scelta delle proprie sorti”… appunto, solo un passo avanti.

In Italia, allo stato attuale non è possibile, per un malato terminale, chiedere l’eutanasia ovvero l’insieme di tutti quegli interventi medici (attivi o passivi) volti ad interrompere le sofferenze del malato stesso, previo suo inequivocabile consenso.

L’eutanasia attiva consiste nella somministrazione di farmaci letali in modo da porre fine alla vita del paziente terminale mentre, per converso, l’eutanasia passiva consiste nella sospensione di tutte quelle cure e trattamenti che mantengono in vita il paziente.

Allo stato attuale l’Eutanasia attiva (ovvero la somministrazione di sostante letali) integra i reati di cui agli articoli 579 – 580 C.p mentre l’Eutanasia passiva (sospensione delle cure) costituisce diritto inviolabile in base all’articolo 32 Costituzione.

L’eutanasia attiva ha la sua espressione nel c.d. “suicidio assistito” ove il malato, sotto controllo medico e a seguito di un iter ben definito, fa richiesta di un farmaco per porre fine alla propria vita in modo autonomo e senza l’intervento di terzi. Il paziente, pertanto, si autosomministrerà il farmaco (per questo di parla di suicidio) all’interno di una struttura ospedaliera o di ricovero terminale (per questo si parla di assistenza).

La volontà dell’Associazione Luca Coscioni (e di moltissimi malati terminali) è quella di portare l’Italia al piano di molti altri Stati dell’Unione Europea.

L’Olanda, per esempio, è stato il primo stato (nell’aprile del 2002) a legalizzare l’eutanasia diretta, seguita dal Belgio (che ha esteso l’applicazione della legge anche ai minori): dal 2002 al 2012 circa 4.000 persone, malate terminali, sono state aiutate a morire. Nel vicino Lussemburgo, nel marzo del 2009 è stata legalizzata l’eutanasia che vale tuttavia solo per adulti e pazienti in condizioni di salute considerate “senza via d’uscita”.

La Svizzera prevede sia l’eutanasia (in entrambe le forme) sia il suicidio assistito, la Francia, ha introdotto –  con la legge Leonetti del 2005 –  il concetto di diritto al “lasciar morire” supportato dall’applicazione, a tali malati terminale, di cure palliative, la Svezia ha legalizzato l’eutanasia passiva nel 2010, tollerata anche in Germania e in Austria su richiesta del paziente. In altri Paesi, come Danimarca, Norvegia, Ungheria, Spagna e Repubblica Ceca ciascun malato può rifiutare le cure o comunque l’accanimento terapeutico mentre la “buona morte” è infine ancora vietata e considerata un reato in Italia.

Numerosi sono stati i video di appello rivolti alle istituzioni per incentivarle a pronunciarsi sull’Eutanasia legale, per far diventare l’Italia uno Stato che garantisse “il diritto di morire degnamente” (per usare le parole di Irene), per cercare di far comprendere che l’eutanasia non è la scelta di chi vuole morire, ma la scelta di chi “vuole morire vivo, prima che la malattia gli porti via la dignità” (per usare le parole di Gilberto malato terminale di cancro che è stato il primo testimonial della campagna per l’eutanasia, campagna sostenuta dall’Associazione Luca Coscioni).

La proposta di legge sull’Eutanasia legale, proposta di legge su iniziativa popolare, è stata depositata 4 anni e mezzo fa i Parlamento, senza che mai fosse messa in discussione. La storia di Irene e di Fabiano hanno riportato, tragicamente, alla luce la necessità di continuare a lottare per far sì che ogni cittadino italiano possa scegliere (perché, si badi bene, tutto dipende dalla volontà della persona malata) di porre fine dignitosamente alla propria vita nel luogo dove ha vissuto, nel luogo dove è nato, accanto ai suoi affetti, nella sua serenità e, per converso, non debba spendere tempo, energie e soldi per morire all’estero.

  • V – CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE.

 

Analizzare la legge sul Biotestamento ha comportato il dover necessariamente leggere le storie di persone, malati terminali, che, con coraggio e forza hanno dovuto condurre una doppia battaglia: quella contro la malattia e quella per il proprio diritto di morire.

L’Italia è un paese costellato di libertà: di pensiero, di professione della propria fede religiosa, di parola, di professione del proprio credo politico…tantissime libertà che ogni giorno ci permettono di esprimere opinioni, scioperare, manifestare pacificamente, informarci, partecipare a dibattiti, tutte libertà che ci permettono di vivere.

Nella materia in esame la libertà sta, invece, nel morire: nel morire senza atroci sofferenze, nel morire con dignità, nel morire consapevolmente nel morire avendo e lasciando un ricordo di sé come uomo vivente.

Nella requisitoria del Pubblico Ministero, Dott.ssa Tiziana Siciliano, nel chieder l’assoluzione di Cappato nell’ambito del processo che lo vedeva imputato per la morte di Fabiano, evidenzia come “ho visto dei polmoni respirare da soli su un tavolo, macchine che sostituiscono cuori, ma è vita questa?” e, ancora “Noi abbiamo ricostruito la drammatica storia di Fabiano che prima dell’incidente conduceva una vita meravigliosa e poi si è ridotta ad una serie di gangli di dolore, privato della possibilità di desiderare. Viene da dire, facendo una citazione letteraria, “se questo è un uomo”” .

Non sapremo quanti anni ci vorranno per veder garantita, in Italia, la libertà di scegliere come comportarsi nel caso in cui  – ci si augura mai – si debba esser colpiti da una malattia terminale o da un evento che ci costringa a vivere in un letto, attaccati a respiratori.

Non sappiamo quanti altri Fabiano, Irene, Luca… ci dovranno essere prima di indurre il Parlamento a parlare di Eutanasia legale. Sappiamo solamente una cosa: approvare una legge che consenta di morire dignitosamente, che consenta l’eutanasia, che consenta il suicidio assistito non significa obbligare ogni paziente a morire, non significa non investire sulla ricerca scientifica per consentire la scoperta di nuove terapie, nuovi macchinari, nuove tecnologie applicabili, medicalmente, ai pazienti terminali, non significa non apprezzare la vita o non tutelarne la sua preziosità e unicità.. significa solo consentire alle persone, alle singole menti, di scegliere. E la scelta non è forse una delle libertà fondamentali del nostro ordinamento?

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