Misure di prevenzione personali agli indiziati di “appartenere” ad un’associazione mafiosa: è necessario accertare la “attualità” della pericolosità del proposto

14,805 Visite totali, 26 visite odierne

Commento a Cassazione penale, sezioni unite, 4 gennaio 2018, n. 111 –

di Angelica Commisso

  • I – Analisi della Sentenza

La sentenza che ci occupa si è pronunciata al fine di risolvere il contrasto interpretativo giurisprudenziale se nel procedimento applicativo delle misure di prevenzione personali nei confronti degli indiziati di appartenere ad un’associazione di tipo mafioso, si debba accertare il requisito dell’attualità della pericolosità del soggetto.

Il ricorso, rimesso alla Corte di Cassazione, originava dalla conferma, in grado di appello, del decreto applicativo della misura di prevenzione della sorveglianza speciale nei confronti del ricorrente.

Il suddetto decreto poneva in essere l’esame di due procedimenti penali per i quali il soggetto risultava aver subito custodia cautelare:

il primo, risalente a cinque anni prima, per il reato di intestazione fittizia aggravato dall’art. 7 d.l. 152/1991, conclusosi con la condanna alla pena, sospesa, di anni uno e mesi sei di reclusione;

il secondo, per il reato di partecipazione ad associazione a delinquere di stampo mafioso,  dal quale era stato assolto in entrambi i gradi di merito, per non aver commesso il fatto.

Nel ricorso si riteneva non raggiunta la prova circa gli elementi fattuali indicatori della pericolosità sociale del soggetto, nonché la sostanziale elisione della considerazione dell’attualità della ritenuta pericolosità.

La Prima Sezione penale, assegnataria del procedimento, ne rimetteva la risoluzione alle Sezioni Unite segnalando un contrasto interpretativo sulla questione attinente alla valutazione del requisito dell’attualità della pericolosità.

A tal proposito occorre individuare tre indirizzi interpretativi:

  • secondo un primo orientamento, ai fini dell’applicazione di misure di prevenzione nei confronti di appartenenti ad associazioni di tipo mafioso, non è necessaria alcuna particolare motivazione in punto di attuale pericolosità, nei casi in cui l’appartenenza sia adeguatamente dimostrata e non ricorrano elementi dai quali ragionevolmente desumere che essa sia venuta meno per effetto del recesso personale, non essendo dirimente a tal fine il mero decorso del tempo dall’adesione al gruppo o dalla concreta partecipazione alle attività associative.
  • secondo un altro indirizzo interpretativo, la pericolosità sociale del proposto deve essere attuale e, quindi, deve sussistere al momento della relativa decisione: in tale ottica la presunzione di perdurante pericolosità degli appartenenti alle associazioni di criminalità organizzata è destinata ad attenuarsi, rendendo necessaria una puntuale motivazione sull’attualità della pericolosità, quanto più gli elementi che rilevano l’inserimento nei sodalizi criminali siano datati rispetto al momento del giudizio.
  • per un terzo filone interpretativo, la presunzione di attuale pericolosità che deriva dall’attuale presumibile appartenenza del proposto ad un’associazione di tipo mafioso di cui all’articolo 416 bis c.p., per un verso, può essere legittimamente evocata soltanto laddove si fondi sulla verifica dell’effettiva partecipazione del soggetto, così da consentire di escludere l’impossibilità che egli svolga ancora, in concreto, un’analoga attività; per altro verso dev’essere puntualmente verificata alla luce delle allegazioni difensive e dei comportamenti effettivamente tenuti nel periodo intercorrente tra il reato accertato e quello in cui la presunzione dovrebbe operare.

Innanzitutto le Sezioni Unite hanno posto l’attenzione sull’innovazione normativa di cui alla  L. 17 ottobre 2017, n. 161, costituita dalla previsione degli elementi indiziari sull’attività di fiancheggiamento del gruppo illecito prevista nell’art.418 c.p. adducendo che rispetto a tale ipotesi non possa ritenersi sistematicamente verificata la stabilità dell’apporto, per la connessione occasionale nella definizione di tale attività rispetto agli scopi fondanti del gruppo.

In secondo luogo, gli Ermellini hanno ricordato come l’attendibilità della valutazione presuntiva abbia subito una progressiva erosione a favore dell’importanza della valutazione del singolo caso anche alla luce della pronuncia n. 291 del 2013, con cui la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del D.Lgs. 6 settembre 2011, n. 159, art. 15, comma 1, nella parte in cui non prevede che, nel caso in cui l’esecuzione di una misura di prevenzione personale resti sospesa a causa dello stato di detenzione per espiazione di pena della persona ad essa sottoposta, l’organo che ha adottato il provvedimento di applicazione debba valutare, anche d’ufficio, la persistenza della pericolosità sociale dell’interessato nel momento dell’esecuzione della misura. Con tale pronuncia, infatti, la Consulta ha imposto la considerazione della detenzione intercorsa medio tempore, come elemento di fatto di possibile modifica dello status quo ante.

Tale linea interpretativa, elaborata con riferimento alle presunzioni della materia cautelare, varrebbe a fortiori nell’ipotesi di applicazione di misura preventiva, posto che per essa si richiede quale presupposto applicativo l’esistenza di gravi indizi di consumazione del reato, in quanto si attribuisce rilievo giuridico a fatti, anche privi di rilievo penale, che generino elementi indicativi di tale collegamento.

Del resto il concetto di appartenenza è più ampio di quello di partecipazione, con il conseguente rilievo attribuito in tema di misure di prevenzione a condotte che non integrano, neppure in ipotesi di accusa, la presenza del vincolo stabile tra il proposto e la compagine, ma rivelano una attività di collaborazione, anche non continuativa.

In conclusione la Suprema Corte, ha affermato che il richiamo alle presunzioni debba “essere corroborato dalla valorizzazione di specifici elementi di fatto che le sostengano ed evidenzino la natura strutturale dell’apporto, per effetto delle ragioni di collegamento espressamente enucleate sulla base degli atti, onde sostenere la connessione con la fase di applicazione della misura”.

Sul quesito proposto, nell’annullare il ricorso con rinvio alla Corte territoriale, la Suprema Corte di Cassazione, ha quindi affermato il seguente principio di diritto:“nel procedimento applicativo delle misure di prevenzione personali agli indiziati di appartenere ad una associazione di tipo mafioso, è necessario accertare il requisito della attualità della pericolosità del proposto”.

  • II – La sentenza De Tommaso: una svolta fondamentale sulla giurisprudenza della Corte EDU

Di rilevante importanza è stata la sentenza De Tommaso relativa alle misure di prevenzione personali applicate ai sensi della L. n. 1423/195628 – ai c.d. pericolosi semplici – che rappresenta una svolta fondamentale nella giurisprudenza della Corte, la quale aveva sino ad allora sostanzialmente riconosciuto la conformità ai principi della CEDU della disciplina italiana in materia di misure di prevenzione, tranne che per la mancanza di un’udienza pubblica.

Nel caso di specie, il ricorrente, il sig. Angelo De Tommaso, veniva sottoposto alla sorveglianza speciale di pubblica sicurezza con l’imposizione dell’obbligo di soggiorno per due anni dal Tribunale di Bari, in quanto considerato socialmente pericoloso; misura poi annullata dalla Corte di Appello in quanto le prove circa la sua pericolosità non risultavano sufficienti.

Ricorrendo alla Corte EDU, il De Tommaso sosteneva, in particolare, che la misura di prevenzione alla quale era stato sottoposto per un periodo di circa due anni fosse violativa degli articoli 5 (diritto alla libertà e alla sicurezza), 6 (diritto a un equo processo) e 13 (diritto a un ricorso effettivo) della Convenzione e dell’articolo 2 del Protocollo n. 4 (libertà di circolazione).

Orbene, in considerazione degli aspetti specifici del caso in esame, la Corte ritiene che gli obblighi imposti al ricorrente non costituiscano privazione della libertà personale ai sensi dell’articolo 5 della Convenzione, ma mere restrizioni alla libertà di movimento. Ne consegue, quindi, che la doglianza ai sensi dell’articolo 5 della Convenzione deve essere rigettata e che il ricorso deve essere, invece, esaminato sensi dell’articolo 2 del Protocollo n. 4, il quale garantisce ad ogni persona il diritto alla libertà di movimento all’interno di un determinato territorio e il diritto di lasciare quel territorio, il che implica il diritto di recarsi, su scelta della persona, in un paese in cui lui o lei possa essere ammesso.

A questo proposito, la Corte osserva che la Corte costituzionale italiana aveva dichiarato incostituzionale la legge con riferimento ad una categoria dei “proclivi a delinquere” (sentenza n. 177 del 1980). Per quanto riguarda, invece, tutte le altre categorie di soggetti ai quali le misure di prevenzione sono applicabili, la Corte costituzionale ha affermato che le misure di prevenzione non potevano essere adottate sul fondamento di semplici sospetti ma dovevano essere basate su una oggettiva valutazione degli “elementi di fatto”, da cui risultasse la condotta abituale ed il tenore di vita della persona o che fossero manifestazioni concrete della sua proclività al delitto.

Sul punto, però, la Corte di Strasburgo giunge alla conclusione che la legge in questione non contenga disposizioni sufficientemente precise circa quali tipologie di comportamento dovessero essere qualificate tali da determinare pericolosità sociale.

Nel caso di specie, in particolare, la Corte ritiene che la violazione è legata al fatto che la misura di prevenzione è stata imposta per l’esistenza di “tendenze criminali attive” (un criterio ritenuto corrispondente a quello dichiarato incostituzionale dalla Corte Costituzionale nella sentenza n. 177/’80 circa la categoria dei “proclivi a delinquere”), senza attribuire specifici comportamenti o attività criminali, solo per il fatto che il soggetto non ha “fissa e legale occupazione” e che la sua vita fosse caratterizzata da regolari rapporti con rappresentanti di spicco della malavita locale e la consumazione di reati.

La Corte, in primo luogo, afferma come il “dovere dell’interessato di conformare la propria condotta ad un modo di vivere rispettando tutte le prescrizioni di cui sopra” è altrettanto indeterminato come l’“obbligo di vivere onestamente e rispettare le leggi”, poiché la Corte costituzionale fa semplicemente richiamo all’art. 5 stesso.

In secondo luogo, il dovere imposto al prevenuto di tenere o non tenere una certa condotta in relazione a qualsiasi disposizione la cui inosservanza sia ulteriore indice della già accertata pericolosità sociale, è un riferimento aperto all’intero sistema giuridico italiano e non fornisce ulteriori chiarimenti per quanto concerne le norme specifiche la cui inosservanza sarebbe ulteriore indice della già accertata pericolosità sociale. Così come il divieto assoluto di partecipare a pubbliche riunioni, sempre previsto dall’art. 5, c. 3, l. 1423/1956, senza alcuna specificazione temporale o spaziale, comporta un’inaccettabile limitazione di questa libertà fondamentale, affidata alla mera discrezionalità dei giudici.

In questa opinione si accoglie la posizione della dottrina maggioritaria che considera le misure di prevenzione personali pene del sospetto, che consentono in qualche modo di punire coloro che non si riesce a condannare in sede penale, nonché misure aventi effetti desocializzanti e discriminatori.

  • III – Giurisprudenza sul punto

Cass. n. 40808/2010

Agli effetti penali la pericolosità sociale rilevante ai fini dell’applicazione di una misura di sicurezza consiste nel pericolo di commissione di nuovi reati e deve essere valutata autonomamente dal giudice che deve tener conto dei rilievi peritali sulla personalità, sugli effettivi problemi psichiatrici e sulla capacità criminale dell’imputato, nonché sulla base di ogni altro parametro desumibile dall’art. 133 c.p.. (Nella specie è stata ritenuta incongrua la motivazione del giudice di merito, riferita al pericolo di atti autolesivi, irrilevanti ai fini della prognosi prevista dalla legge, e comunque assertiva di una generica pericolosità, apoditticamente recepita dalla relazione peritale).

Cass. n. 24725/2008

La pericolosità sociale di una persona, intesa come accentuata possibilità che essa commetta in futuro altri reati, deve essere svolta sulla base dei parametri indicati dall’art. 133 c.p.

Cass. n. 9847/2007

In materia di misure di sicurezza personale, il giudice, nell’effettuare la prognosi di pericolosità sociale sotto il profilo penale, non può limitarsi a far proprio il giudizio espresso nella relazione criminologica, ma deve verificare se sussistono o meno le condizioni che individuano una persistenza della personalità dell’imputato a commettere in futuro altri reati, basandosi sull’esame della personalità, sugli effettivi problemi psichiatrici e sui fatti gravi commessi. (Fattispecie in cui la perizia psichiatrica aveva escluso la pericolosità sociale rilevando che, essendo il detenuto ricoverato in una struttura sanitaria protetta, non vi era pericolo che commettesse altri reati, e il tribunale di sorveglianza aveva ritenuto tale giudizio non idoneo ad escludere la pericolosità sociale sotto il profilo penale, non essendovi alcuna garanzia che, al di fuori della struttura penitenziaria, il soggetto fosse in grado di astenersi dal commettere altri reati).

Cass. n. 24009/2003

Al fine di accertare l’attuale pericolosità sociale del soggetto, nel momento in cui deve essere applicata in concreto una misura di sicurezza, il giudice deve tenere conto non solo della gravità del fatto-reato, ma anche dei fatti successivi, come il comportamento tenuto durante l’espiazione della pena, quale risultante ad esempio dalle relazioni comportamentali e dall’eventuale concessione di benefici penitenziari o processuali.

Cass. n. 1313/2003

In materia di misure di sicurezza personale, ai fini della prognosi di pericolosità sociale il giudice non può prendere in considerazione le sole emergenze di natura medico-psichiatrica, ma deve procedere alla verifica di tutte le circostanze di cui all’art. 133 c.p., prima fra tutte la gravità del reato commesso e deve approdare ad un giudizio globale di pericolosità non limitata ad alcuni tipi di reati. (In applicazione del principio, la Corte ha annullato la decisione relativa al ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario dell’imputato assolto per vizio di mente dal reato di ricettazione di cassette musicali prive del contrassegno Siae, in quanto il giudice di appello si era limitato a riportare il giudizio del perito, concludente per una pericolosità limitata a reati della stessa specie di quello commesso, senza prendere in considerazione gli altri parametri indicati dalla legge).

Cass. n. 27656/2001

In tema di misure di sicurezza, per l’applicazione della libertà vigilata conseguente a condanna per il reato di associazione di tipo mafioso, non è necessario ? coerentemente con la presunzione posta dal comma terzo dell’art. 275 c.p.p. con riferimento alle misure cautelari ? che il giudice compia in concreto alcun accertamento in ordine alla pericolosità sociale dell’imputato.

Cass. n. 3811/1997

In tema di misure di prevenzione lo stato di detenzione, anche se prolungato nel tempo, non è elemento idoneo ad escludere la pericolosità sociale, in quanto la rescissione dei legami con la associazione di appartenenza non è conseguenza diretta dell’allontanamento fisico dai luoghi ove l’attività dell’associazione si esplica.

Cass. n. 8996/1996

Ai fini della applicabilità delle misure di sicurezza personali, la pericolosità sociale — stante la sua correlazione con le circostanze indicate nell’art. 133 c.p. — non può essere confusa con la pericolosità valutata esclusivamente sul piano psichiatrico in riferimento alla natura ed alla evoluzione dello stato patologico del soggetto, sicché la valutazione indicata dall’art. 203 c.p. costituisce compito esclusivo del giudice, il quale non può abdicarvi in favore di altri soggetti né rinunciarvi, pur dovendo tener conto dei dati relativi alle condizioni mentali dell’imputato ed alle implicazioni comportamentali eventualmente indicate dal perito. (Fattispecie in tema di assoluzione per infermità totale di mente, accompagnata da valutazione di pericolosità sociale con conseguente applicazione della misura di sicurezza personale del ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario).

Cass. n. 5179/1993

La pericolosità sociale, al cui concreto accertamento è subordinata l’applicazione della misura di sicurezza, va desunta ai sensi degli artt. 133 e 203 c.p., dovendosi ai predetti fini considerare soprattutto il reato o i reati nella loro obiettività e in ogni loro elemento principale ed accessorio. (Nella fattispecie, disattendendo la perizia di ufficio e senza disporre una nuova indagine psichiatrica, è stato formulato un giudizio di pericolosità sociale dell’imputata, per la probabile reiterazione di episodi criminosi, aderente alla personalità della stessa e alle caratteristiche della malattia mentale sofferta).

Cass. n. 2356/1992

La pericolosità sociale, ai fini dell’applicazione di misure di sicurezza, può desumersi anche da semplici indizi, sempre che questi siano costituiti da elementi di fatto certi, dai quali sia possibile far discendere, sul piano congetturale, la formulazione del giudizio probabilistico in ordine alla futura commissione di reati. Fra gli indizi anzidetti può legittimamente ricomprendersi anche la abituale frequentazione, da parte di soggetto già condannato per gravi reati, di persone facenti parte di una associazione per delinquere di tipo mafioso. (Nella specie trattavasi di applicazione della misura di sicurezza della libertà vigilata).

Cass. n. 9572/1990

La pericolosità è una qualità, un modo di essere del soggetto, da cui si deduce la probabilità che egli commetta nuovi reati. Essa si differenzia dalla capacità criminale, che esiste sempre in misura più o meno accentuata, per il fatto stesso che il soggetto ha già commesso il reato e costituisce quindi un’attitudine soggettiva alla commissione dei reati stessi. La capacità criminale è quindi il genus e la pericolosità la specie, poiché la prima è solo possibilità, mentre la seconda è probabilità di compiere illeciti penali. La pericolosità coincide solo con la dimensione prognostico-preventiva della capacità criminale ma non con quella etico-retributiva della medesima. Ne deriva che il giudizio prognostico favorevole, indispensabile per la concessione del beneficio della sospensione condizionale della pena, resta escluso dall’accertata pericolosità sociale. (Nella specie l’imputato minore era stato ritenuto pericoloso e gli era stato applicato il riformatorio giudiziario e contemporaneamente era stata disposta la sospensione condizionale della pena).

Cass. n. 6788/1990

Nel caso in cui sia stata concessa la sospensione condizionale della pena dello straniero, condannato per reati in materia di stupefacenti, non è applicabile la misura di sicurezza dell’espulsione dal territorio dello Stato, ai sensi dell’art. 81, L. 22 dicembre 1975, n. 685. Infatti, poiché l’art. 31, L. 10 ottobre 1986, n. 663 ha abrogato l’art. 204 c.p. (pericolosità sociale presunta), disponendo altresì che tutte le misure di sicurezza personali sono ordinate previo accostamento della pericolosità sociale dell’autore del fatto, ne consegue che, riconosciuta la sospensione condizionale della pena, nella quale è sempre implicito un giudizio prognosticamente favorevole sulla personalità dell’imputato, si è esclusa la probabilità che lo stesso commetta nuovi fatti preveduti dalla legge come reato e, quindi, la sua pericolosità sociale (art. 203 c.p.), senza il cui accertamento è illegittima l’applicazione di una qualsiasi misura di sicurezza.

Cass. n. 686/1990

L’art. 203 c.p., nella parte in cui enuncia il principio che agli effetti della legge penale è persona socialmente pericolosa quella, anche se non imputabile o non punibile, che abbia commesso un fatto dalla legge preveduto come reato, è una norma a carattere programmatico, poiché il codice penale vigente non prevede alcuna misura di sicurezza nei confronti delle persone prosciolte perché non punibili, qualunque sia la causa di non punibilità, generale o speciale, posta a fondamento della sentenza di proscioglimento (nella specie la causa di non punibilità che veniva in rilievo era la desistenza volontaria).

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*