La circostanza aggravante del bene esposto alla pubblica fede: una precisazione di legittimità

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di Filippo Bisanti* –  La Suprema Corte ha stabilito che il furto di un veicolo lasciato con il motore acceso debba essere considerato aggravato dall’esposizione alla pubblica fede.

Responsabilità penale – Circostanze aggravanti – Circostanza aggravante del bene esposto alla pubblica fede – Predisposizione di mezzi di difesa volti a proteggere il bene – Necessità – Esclusione – Veicolo lasciato in fermata con il motore acceso – Sussistenza 

La circostanza aggravante del bene esposto alla pubblica fede sussiste qualora un veicolo sia lasciato in fermata sulla pubblica via, ancorché con il motore acceso. Invero, la configurabilità della circostanza non presuppone l’adozione di un qualsiasi mezzo peculiare di difesa, bensì è fondata su elementi obiettivi comunemente noti o subito percepibili dall’esterno, quali la consuetudine o la necessità.

Cass. pen., sez. V, 15 maggio 2017

(dep. 25 settembre 2017), n. 44019

Pres. Bruno; Rel. Micheli

(Omissis)

Svolgimento del processo

Il difensore di C.G. ricorre per cassazione avverso la pronuncia indicata in epigrafe, recante la conferma della sentenza emessa il 19/06/2015, nei confronti del suo assistito, dal Tribunale di Milano.

Il C. risulta essere stato condannato a pena ritenuta di giustizia in ordine a un addebito ex art. 624 c.p., e art. 625 c.p., n. 7: secondo l’ipotesi accusatoria, egli si sarebbe impossessato di un furgone lasciato momentaneamente in sosta sulla pubblica via, con il motore acceso, dal soggetto che lo utilizzava per il trasporto e la consegna di merci.

Già il giudice di primo grado, avuto riguardo alla contestazione iniziale, aveva escluso le ulteriori circostanze di cui all’art. 61 c.p., n. 5, e art. 625 c.p., n. 2, valutando equivalente l’aggravante residua – dovuta alla esposizione del bene alla pubblica fede – rispetto alle attenuanti generiche (concesse al C. in virtù della sua condotta collaborativa).

Con l’odierno ricorso, la difesa lamenta l’inosservanza ed erronea applicazione dell’art. 625 c.p., n. 7, facendo presente che – perché una cosa possa intendersi esposta, per consuetudine o necessità, alla pubblica fede occorre «una pratica di fatto ripetitiva e notoria in un ampio arco temporale, rientrante negli usi e nelle abitudini sociali, o dovuta a necessità reiterate nel tempo. E’ il caso delle automobili parcheggiate nella pubblica via, naturalmente a motore spento e con la serratura chiusa, o di altri mezzi di locomozione protetti da un qualsiasi congegno di sicurezza. Non è pertanto il caso che ci occupa, che riguarda un furgone lasciato addirittura con il motore acceso, mentre il conducente effettuava delle consegne, evidentemente per essere più veloce».

La fattispecie concreta, dunque, sarebbe sovrapponibile a quella in cui il proprietario lasci in sosta una bicicletta, senza mezzi di protezione, laddove la giurisprudenza di questa Corte ha escluso la ravvisabilità dell’aggravante de qua.

Motivi della decisione

  1. Il ricorso non può trovare accoglimento.

Secondo un consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, infatti, «l’autovettura parcheggiata sulla pubblica via o in luogo privato accessibile al pubblico è cosa esposta alla pubblica fede, anche se ha le portiere aperte» (Cass., Sez. 4^, n. 41561 del 26/10/2010, Taamam, Rv 248455); tale indirizzo risulta recentemente confermato in un caso sostanzialmente sovrapponibile a quello oggi sub judice, essendosi ribadito che «sussiste l’aggravante del bene esposto per necessità o consuetudine alla pubblica fede nel caso di furto di autovettura parcheggiata sulla pubblica via o in luogo privato accessibile al pubblico, anche nell’ipotesi in cui la stessa non ha le portiere chiuse con le chiavi e queste ultime sono inserite nel cruscotto del veicolo» (Cass., Sez. 5^, n. 22194/2017 del 06/12/2016, B., Rv 270122).

In vero, la circostanza in esame non presuppone che venga predisposto un qualsiasi mezzo peculiare di difesa avverso eventuali azioni criminose, risultando invece fondata su elementi obiettivi comunemente noti o subito percepibili dall’esterno (quali la consuetudine o la necessità): ergo, laddove un autoveicolo venga lasciato in sosta in area non riservata l’aggravante non può che sussistere, sia pure se – per qualsivoglia motivo, ivi compresa la distrazione di chi la utilizza – presenti gli sportelli aperti e/o le chiavi nel blocchetto di accensione.

Né sembra dirimente, in chiave difensiva, il riferimento alle decisioni intervenute in tema di furto di biciclette lasciate incustodite: infatti, le sentenze che hanno inteso escludere, in tali ipotesi, la configurabilità dell’aggravante affrontano il solo profilo della consuetudine, per la ritenuta impossibilità di intendere quale radicata abitudine del ciclista quella di lasciare la propria bicicletta sulla pubblica via senza avere cura di assicurarla mediante l’utilizzo della chiave di chiusura in originaria dotazione ovvero della catena antifurto ordinariamente commercializzata come accessorio (Cass., Sez. 4^, n. 38532 del 22/09/2010, Catone); non esaminano invece il problema della – comunque imprescindibile – necessità di sistemare in area pubblica un velocipede utilizzato per spostarsi da un luogo ad un altro, a prescindere dal ricorso a sistemi di protezione ed antifurto. Si è infatti osservato che  «nel caso di una bicicletta (…), non è un comportamento più o meno consolidato negli usi delle persone a giustificarne l’esposizione alla pubblica fede, quando il detentore l’abbia impiegata come mezzo di trasporto per raggiungere una destinazione diversa dalla propria abitazione e relative pertinenze (…), bensì la pratica necessità che egli la lasci lungo la pubblica via, essendo certamente impossibilitato a portarsela dietro. Può esservi o non esservi consuetudine, semmai, nell’apprestare sistemi di tutela contro il furto, appunto per impedire che altri se ne impossessino: ma ciò non implica conseguenze di sorta sull’indefettibile e presupposta necessità che il veicolo rimanga esposto alla pubblica fede, non già perché esiste una consolidata abitudine in tal senso, bensì perché non sarebbe possibile fare altrimenti, quanto meno per elementare ragionevolezza (un ciclista potrebbe anche sollevare la sua bici da corsa o mountain bike e salire le scale di un palazzo, ma si tratterebbe di condotta francamente assurda)» (Cass., Sez. V, n. 3196/2013 del 28/09/2012, De Santis; v. anche Cass., Sez. IV, n. 4200/2017 del 20/10/2016, Ribaga).

Per completezza di esposizione, va segnalato infine che in fattispecie come quella oggetto della presente vicenda processuale non sarebbe comunque configurabile la diversa aggravante della destrezza, avendo le Sezioni Unite di questa Corte recentemente dato risposta negativa al quesito se, nel delitto di furto, la circostanza aggravante prevista dall’art. 625 c.p., comma 1, n. 4, sia configurabile quando il soggetto agente si limiti ad approfittare di una situazione di temporanea distrazione della persona offesa (Cass., Sez. U, n. 34090 del 27/04/2017, Quarticelli).

  1. Il rigetto del ricorso comporta la condanna del C. al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

(Omissis)

sommario

  1. Il caso e l’inquadramento giuridico dei quesiti sottesi alla decisione – 2. La circostanza aggravante del bene esposto alla pubblica fede: una visione d’insieme – 3. Una circostanza che “vive” (anche) di casistica: i precedenti giurisprudenziali di rilievo per tracciare una linea interpretativa comune – 4. La statuizione della Cassazione – 5. Riflessioni conclusive
  2. Il caso e l’inquadramento giuridico dei quesiti sottesi alla decisione

La concreta latitudine applicativa della circostanza aggravante del bene esposto alla pubblica fede, prevista dall’art. 625, n. 7, c.p., è un argomento che sovente si ripropone nella giurisprudenza di legittimità.

La percepita esigenza di domandare in più occasioni l’intervento chiarificatore nomofilattico riposa su ragioni di immediato intendimento: l’elasticità dei concetti su cui si fonda la norma e l’estrema ricorrenza nella prassi non di rado devono confrontarsi con la peculiarità dei singoli episodi delittuosi, spesso collocabili in una zona d’ombra interpretativa.

La prevedibile conseguenza è l’avvento di poliedriche interpretazioni che hanno dato luogo ad accesi contrasti dogmatici e giurisprudenziali.

Nell’annotata sentenza il caso contemplava una vicenda di furto di un bene avvenuto nella pubblica via.

Nello specifico, C.G. era stato tratto a giudizio giacché si era impossessato di un furgone di proprietà di un corriere espresso: il dipendente addetto alle consegne, per ottimizzare il tempo di impiego, lo aveva lasciato momentaneamente in fermata con il motore acceso e l’imputato, sfruttando a suo vantaggio la sua disattenzione, era riuscito a mettersi alla guida allontanandosi.

Il Tribunale di Milano lo condannava alla pena di giustizia, ritenuta pienamente integrata l’aggravante dell’esposizione del bene alla pubblica fede nonché escludendo, al contempo, le ulteriori circostanze contestate dall’accusa quali la minorata difesa (art. 61, n. 5, c.p.) e l’utilizzo della violenza sulle cose o il ricorso a un mezzo fraudolento (art. 625, n. 2, c.p.).

La Corte d’Appello confermava la decisione di primo grado.

Il ricorso per Cassazione promosso dall’imputato lamentava l’inosservanza e l’erronea applicazione dell’art. 625, n. 7, c.p., laddove era stata ritenuta configurata siffatta circostanza aggravante: invero, secondo tesi difensiva, affinché una cosa potesse intendersi esposta, per consuetudine o necessità, alla pubblica fede sarebbe stata necessaria una pratica di fatto ripetitiva e notoria in un ampio arco temporale, rientrante negli usi e nelle abitudini sociali, o dovuta per necessità reiterate nel tempo (come accade per le automobili parcheggiate nella pubblica via naturalmente a motore spento e con la serratura chiusa oppure nell’ipotesi di qualsivoglia mezzo di locomozione debitamente protetto da un congegno di sicurezza).

Per converso, la fattispecie concreta – in ottica difensiva – sarebbe stata sovrapponibile a quella di sottrazione di una bicicletta lasciata in sosta dal proprietario senza adeguati sistemi di protezione (per cui la giurisprudenza della Cassazione aveva già escluso in passato la ravvisabilità dell’aggravante de qua).

Il giudizio di legittimità instaurato a seguito del ricorso dell’imputato implica la dissipazione di dubbi in ordine a due specifici quesiti di diritto.

Il primo attiene all’esatta individuazione dei requisiti sostanziali della circostanza aggravante che, ai fini dell’accoglimento del ricorso, presupporrebbe l’esistenza di un qualsiasi mezzo peculiare di difesa sul bene volto a prevenire eventuali azioni criminose.

Il secondo, invece, è prettamente associato alla vicenda in esame e concerne la possibilità o meno di configurare l’aggravante – sulla scorta del ragionamento operato per cristallizzarne gli elementi costitutivi – qualora un veicolo sia stato lasciato in sosta con il motore acceso.

L’istituto di diritto analizzato è al centro di una copiosissima e variopinta giurisprudenza che nel corso del tempo ne ha delineato i contorni applicativi.

  1. La circostanza aggravante del bene esposto alla pubblica fede: una visione d’insieme

L’analisi del principio espresso dalla S.C. nel caso in esame postula un richiamo – per sommi capi – alla struttura dell’aggravante dell’esposizione di un bene alla pubblica fede.

Il furto è una fattispecie penalmente rilevante disciplinata dall’art. 624 c.p. e si configura nel momento in cui il soggetto attivo si impossessa della cosa mobile altrui sottraendola a chi la detiene, al fine di trarne profitto per sé o per altri.

Già dalla primigenia formulazione a opera del codice Zanardelli, il Legislatore era ben consapevole dell’assoluta peculiarità del reato, astrattamente perpetrabile con modalità diverse e in pregiudizio di differenti soggetti passivi.

Non vi è da sorprendersi, dunque, che il successivo art. 625 c.p. enuclei una serie di circostanze aggravanti (qualificandole come “speciali” poiché riferibili solo al furto) con l’obiettivo di avvicinare la fattispecie astratta alle possibili e plurime condizioni in cui il furto possa essere commesso.

Tale esigenza non è relegata alla legislazione passata, bensì è in continuo mutamento come ricavabile, a titolo esemplificativo, dalla recente introduzione dei nn. 7-bis  e 8-ter.[1]

Tanto chiarito in via generale, la circostanza aggravante dell’esposizione del bene alla pubblica fede è sancita all’art. 625, n. 7, c.p. a mente del quale è aggravato il reato «se il fatto è commesso su cose esistenti in uffici o stabilimenti pubblici, o sottoposte a sequestro o a pignoramento, o esposte per necessità o per consuetudine o per destinazione alla pubblica fede, o destinate a pubblico servizio o a pubblica utilità, difesa o reverenza».

La ratio attiene alla peculiare condizione di minorata difesa della cosa che, per usi sociali o impossibilità materiale, non possa essere adeguatamente custodita dal legittimo proprietario e si trovi in un luogo facilmente accessibile a chiunque.[2]

Il presupposto indefettibile per la sussistenza dell’aggravante è, appunto, l’esposizione alla pubblica fede, intesa come elemento per cui la cosa sia manifestata a un numero indeterminato di soggetti con contestuale affidamento nel naturale sentimento di onestà e rispetto di ognuno per l’altrui possesso.[3]

Il mero affidamento non è sufficiente considerato che la tipicità della norma impone che tale condizione sia generata da uno dei tre requisiti puntualmente delineati, ovvero la necessità, la consuetudine o l’ontologica destinazione.

La prima ipotesi ricorre allorquando il soggetto passivo del furto sia effettivamente costretto a lasciare la cosa incustodita, nel senso che gli si prospetti, come unica alternativa per tenere il bene o utilizzare la cosa, quella di lasciarla in un luogo facilmente accessibile a chiunque.

Per dottrina e giurisprudenza, la costrizione non deve essere di per sé assoluta, bensì (anche) relativa: ebbene, l’aggravante potrà trovare applicazione altresì allorquando l’eventuale predisposizione di un sistema di protezione o di custodia della cosa possa comportare costi economici eccessivi o una grave complicazione per il legittimo proprietario.[4]

La seconda ipotesi, quella dell’esposizione del bene alla pubblica fede per consuetudine, concerne le cose incustodite per generale abitudine o per usi sociali di un determinato luogo, durante lo svolgimento di talune attività.

Infine, l’ipotesi della destinazione si verifica in situazioni nelle quali la cosa esposta sia per sua stessa natura destinata a restare incustodita, come nel caso degli alberi o delle piante all’esterno di un’abitazione.[5]

  1. Una circostanza che “vive” (anche) di casistica: i precedenti giurisprudenziali di rilievo per tracciare una linea interpretativa comune

Tratteggiati gli elementi strutturali della circostanza aggravante, pare opportuno volgere lo sguardo alla giurisprudenza formatasi in materia, dato che è indubbio che sia un istituto giuridico che “viva” prettamente di casistica, nonostante talvolta si renda indispensabile un intervento chiarificatore della Cassazione.

La digressione formulata non vuole essere un mero richiamo di recenti pronunce giurisprudenziali, ma si pone l’obiettivo di indicare quale sia l’orientamento tralatizio seguito dalla Suprema Corte per delineare la fisionomia della circostanza – come più volte detto – caratterizzata da concetti elastici che si prestano a (eccessive) differenti applicazioni.

In primo luogo, si è osservato che l’interpretazione della nozione di “necessità”, ai fini dell’aggravante de qua, ricomprenda quei beni che in tale condizione si trovino in ragione di impellenti bisogni della vita quotidiana ai quali l’offeso è chiamato a far fronte.

Sulla scorta del principio enunciato, è stata riconosciuta l’aggravante nell’ipotesi di furto di un portafoglio lasciato in un furgone con la portiera aperta, parcheggiato al fianco di una barca nella quale la persona offesa stava effettuando delle pulizie, così da consentire il diretto collegamento delle apparecchiature necessarie all’imbarcazione.[6]

Inoltre, il concetto di necessità dell’esposizione non deve essere inteso in senso assoluto, come impossibilità della custodia da parte del titolare del bene, ma in senso relativo, ovvero in rapporto alle particolari circostanze che possono indurre il soggetto a lasciare le proprie cose incustodite.[7]

Di conseguenza, il furto di oggetti che si trovino all’interno di un’autovettura parcheggiata sulla pubblica via deve considerarsi aggravato allorché si tratti di oggetti costituenti parte integrante del veicolo.

Tale non è, ad esempio, il telefono cellulare lasciato all’interno dell’autovettura (destinato a essere custodito sulla persona del proprietario) e il cui abbandono evoca un comportamento di trascuratezza e negligenza del titolare, antitetico con il requisito della necessità dell’esposizione.[8]

Parimenti, la Cassazione ha offerto un correttivo affermando che se il furto concerne oggetti solo temporaneamente od occasionalmente lasciati nell’auto deve ricorrere una situazione contingente di necessità da indurre il possessore a confidare nella buona fede dei consociati e nel rispetto delle cose altrui.[9]

Un ulteriore aspetto della circostanza investe la configurabilità dell’affidamento nonostante il bene oggetto di aggressione sia stato sottoposto a vigilanza mediante controllo umano e con mezzi tecnologici.

Per giurisprudenza consolidata, non sussiste la circostanza qualora siano asportati dai banchi di un supermercato dei beni dotati di un apposito dispositivo antitaccheggio, che assicura un controllo costante e diretto incompatibile con la situazione di affidamento di avventori e clienti[10], ma è pienamente integrata ove il soggetto attivo si impossessi della merce sottratta dagli scaffali di un esercizio commerciale, in presenza di una sorveglianza soltanto saltuaria da parte del detentore della res o di altri per conto di quest’ultimo (come gli addetti alle vendite).[11]

Passando oltre, il caso di furto di un’autovettura dotata di un impianto di sicurezza satellitare ha generato contrasti interpretativi.

Secondo gli insegnamenti della Cassazione, si deve necessariamente verificare in concreto la tipologia di sistema di allarme installato: qualora si tratti di antifurto ordinario, di tipo meccanico o elettronico, sussisterà l’aggravante; diversamente, se si tratta di antifurto radio-controllato che abbia consentito il tempestivo ed esatto rilevamento del veicolo a seguito dello spostamento per poche centinaia di metri, essa non sussisterà.

L’esclusione promana dal fatto che la vettura sottratta non è di fatto mai uscita dalla sfera di sorveglianza continuativa dell’incaricato della sua protezione e, per riflesso, del relativo proprietario.

In merito, si registra un nuovo cambio di rotta a opera della VI sezione penale della Cassazione: il Collegio ha statuito la configurabilità dell’aggravante nel caso in cui il soggetto attivo si sia impossessato di un’autovettura dotata di antifurto satellitare, il quale, pur attuando la costante percepibilità della localizzazione del veicolo, non ne impedisce comunque la sottrazione e il conseguente impossessamento, ma consentendo solamente di porre rimedio all’azione delittuosa con il successivo recupero del bene.[12]

Il concetto di “consuetudine” attiene alla pratica, di fatto rientrante negli usi e nelle abitudini sociali, di lasciare incustodite certe cose in determinate circostanze, anche se ispirata alla ricerca di comodità e non imposta da un’esigenza dalla quale non si possa prescindere, a nulla rilevando la natura pubblica o privata del luogo in cui sono state lasciate.

La definizione non coincide con la consuetudine quale fonte del diritto.

Sono considerati esposti alla pubblica fede quegli oggetti lasciati all’interno di un’autovettura in sosta che, pur non essendone parti essenziali o pertinenze, ne costituiscono, secondo l’uso corrente, normale dotazione (come le autoradio o congegni similari destinati al comfort delle persone che occupano una vettura e che vanno considerati oggetti di usuale corredo della vettura stessa).[13]

Di particolare interesse e peculiarità l’ipotesi di furto perpetrato in pregiudizio dei bagnanti sulla spiaggia: il riconoscimento dell’aggravante consegue al positivo giudizio in ordine al fatto che abbandonare temporaneamente la spiaggia per recarsi a fare il bagno, lasciando i propri beni incustoditi, rientra ampiamente nella abitudini sociali e nella pratica di fatto.[14]

Infine, per ciò che concerne la destinazione del bene alla pubblica fede, il caso maggiormente ricorrente in giurisprudenza riguarda la sottrazione di acqua da una rete idrica.

Il prelievo non autorizzato dà luogo a un furto aggravato ex art. 625, n. 7., c.p. poiché è proprio la natura demaniale del fiume e la destinazione pubblica delle acque a giustificare l’inasprimento della pena.[15]

Anche il furto di acqua dalla rete idrica comunale integra pienamente l’aggravante in analisi, in ragione della destinazione pubblica della res furtiva a rischio per la pubblica utilità, dato che riduce la possibilità di fruizione collettiva.[16]

  1. La statuizione della Cassazione

Esaminati gli elementi costitutivi della circostanza aggravante del bene esposto alla pubblica fede (come poi plasmati dalla giurisprudenza), è d’uopo soffermarsi ora in ordine alla decisione della Corte di Cassazione adottata nella sentenza in esame.

Disattendendo le censure difensive, nella statuizione emerge come l’aggravante non esiga – per essere integrata – la previa adozione di mezzi di protezione peculiari volti a proteggere il bene da azioni criminose, bensì si fondi su elementi obiettivi comunemente noti o subito percepibili dall’esterno, ovvero la consuetudine e la necessità (nonché l’ontologica destinazione, ma questo è un aspetto non trattato direttamente poiché esterno al caso di specie).

Ne discende che l’esposizione alla pubblica fede sia ampiamente integrata anche laddove un veicolo sia lasciato in sosta per un qualsiasi motivo con gli sportelli aperti, il motore acceso o con le chiavi nel blocchetto di accensione (sono irrilevante l’eventuale distrazione o disattenzione di chi lo utilizzi).

Tali elementi di fatto si pongono al di fuori dei requisiti di base dell’istituto, giacché l’indagine giudiziaria deve avere contezza della consuetudine o della necessità dell’esposizione del bene, prescindendo da altri fattori.

Di tal guisa è priva di fondamento l’asserita sovrapponibilità della fattispecie oggetto di decisione con le precedenti statuizioni in tema di furto di biciclette lasciate incustodite: muovendo una (velata) critica ai precedenti giudiziari, la Cassazione ravvisa la carenza motivazionale delle pronunce richiamate dal ricorrente che hanno inteso escludere la configurabilità dell’aggravante.

Le pregresse sentenze «che hanno inteso escludere, in tali ipotesi, la configurabilità dell’aggravante affrontano il solo profilo della consuetudine, per la ritenuta impossibilità di intendere quale radicata abitudine del ciclista quella di lasciare la propria bicicletta sulla pubblica via senza avere cura di assicurarla mediante l’utilizzo della chiave di chiusura in originaria dotazione ovvero della catena antifurto ordinariamente commercializzata come accessorio».

Per converso, non era stato esaminano il problema – comunque imprescindibile – della necessità di sistemare in un’area pubblica un velocipede utilizzato per spostarsi da un luogo ad un altro, a prescindere dal ricorso a sistemi di protezione e antifurto.

Ordinariamente l’utilizzo di una bicicletta comporta che, in caso di esigenza di lasciarla in sosta, ciò avvenga posizionandola lungo la pubblica via poiché impossibile (nel comune pensiero) portarsela con sé.

Al contempo nulla porta a escludere che possa esservi o non esservi consuetudine nell’apprestare sistemi di tutela contro il furto per impedire che altri se ne impossessino, ma ciò di certo non implica conseguenze in merito all’ineludibile e presupposta necessità che il velocipede rimanga esposto alla pubblica fede, non già perché esiste una consolidata abitudine in tal senso, bensì perché sarebbe inesigibile, per elementare ragionevolezza, pretendere una condotta differente dall’utilizzatore del bene (osserva la Cassazione come «un ciclista potrebbe anche sollevare la sua bici da corsa o mountain bike e salire le scale di un palazzo, ma si tratterebbe di condotta francamente assurda»).

Per completezza, la sentenza non manca di sottolineare che nella fattispecie, come quella oggetto vicenda processuale, non sarebbe stata comunque configurabile la diversa aggravante della destrezza, in ossequio ai principi espressi in una recente sentenza delle Sezioni Unite penali.

Agire limitandosi ad approfittare di un momento di distrazione della vittima è una condotta che di nulla aggiunge alla fattispecie del furto c.d. semplice, poiché priva dei rilievi di capacità ed efficienza offensiva che incrementino le possibilità di portarlo a compimento e offendano più seriamente il patrimonio.

Ciò comporta che se il furto si realizza a fronte della distrazione del detentore o dell’abbandono incustodito del bene (anche se per un breve lasso di tempo) che non siano preordinati e cagionati dall’autore né accompagnati da altre modalità insidiose e abili che ne divergono l’attenzione dalla cosa, il fatto manifesta la sola ordinaria modalità furtiva, inidonea a ledere più intensamente e gravemente il bene tutelato ed è privo dell’ulteriore disvalore preteso per realizzare la circostanza aggravante e per giustificare punizione più seria.[17]

  1. Riflessioni conclusive

Le coordinate nomofilattiche enunciate dalla Cassazione nella sentenza annotata forniscono delle indispensabili precisazioni in merito all’aggravante sancita dall’art. 625, n. 7, c.p.

La copiosa casistica giurisprudenziale formatasi in subiecta materia sovente ha comportato un inappropriato [rectius-illegittimo] ampliamento dei requisiti strutturali normativamente previsti.

I concetti di consuetudine, necessità o destinazione alla pubblica fede devono essere applicati in conformità al tenore letterale e alla ratio della norma, ma non di rado sono stati ravvisati all’esito di un iter argomentativo al limite del creativo che, come ampiamente noto, costituisce un’operazione giuridica di per sé contraria al principio di tassatività, caposaldo di ogni attività di interpretazione della legge.

Ne rappresenta un palmare esempio proprio il caso annotato, ove la tesi difensiva mirava ad aggiungere – impropriamente – il requisito della previa adozione di mezzi di sicurezza affinché un bene potesse essere considerato esposto alla pubblica fede.

La sentenza si pone allora come un’ulteriore specificazione degli elementi costitutivi della circostanza aggravante a cui dovranno conformarsi le successive pronunce di merito.

*FILIPPO MARCO MARIA BISANTI, dottore in giurisprudenza, dottore di primo livello in scienze politiche; specializzato nelle professioni legali, perfezionato in “Giustizia penale minore: il minore autore di reato”; master di secondo livello in “Diritto e processo penale” già tirocinante ex art. 73 d.l. 69/2013, conv. in l. 98/2013, presso la Sezione Penale del Tribunale Ordinario di Trento (2014-2016); cultore della materia presso le cattedre di Diritto Civile e Istituzioni di Diritto Privato dell’Università di Trento; maresciallo ordinario dell’Arma dei Carabinieri.

NOTE

[1] In merito al primo, fu aggiunto dalla l. 15 ottobre 2013, n. 119, mentre il secondo fu un’innovazione della l. 15 luglio 2009, n. 94; modifiche dell’ordinamento penale, in determinati e differenti periodi storici, volti a dare una marcata risposta a particolari eventi criminali.

[2] Palazzo, Considerazioni sulla compatibilità fra le aggravanti della pubblica fede e l’uso di violenza o mezzi fraudolenti, Temi, 1971, p. 162 ss.

[3] Fiandaca – Musco, Diritto penale. Parte speciale. Delitti contro il patrimonio, Bologna, 2007, p. 87; v. anche   Mantovani, Il principio di affidamento nel diritto penale, in Riv. it. dir. e proc. pen., 2009, p. 536: il principio di affidamento trova fonte, per taluni, nell’art. 27 Cost., destinato a costituire la base giuridica dei principi di autoresponsabilità e affidamento. Per altri, invece, si ravvisa nell’art. 54 Cost., comma 1, giacché, disponendo che è dovere di tutti i cittadini di osservare le leggi, legittima a riporre affidamento sui terzi. Per altri ancora, il principio troverebbe il proprio referente nell’art. 3 Cost., poiché sottesa la possibilità per i consociati di attendersi dagli altri il rispetto delle prescrizioni a essi indirizzate.

[4] Pagliaro, Principi di diritto penale. Parte speciale. I delitti contro il patrimonio, Padova, 2009, p. 130.

[5] Trinci – Farini, Compendio di diritto penale. Parte speciale, Roma, 2014, p. 511.

[6] Cass., 22 giugno 2016, n. 33557, in rete http://www.leggiditaliaprofessionale.it/

[7] Cass., 8 luglio 2008, n. 45488, in C.E.D. Cass., n. 241988.

[8] Cass., 27 febbraio 2007, in Guida dir., 2007, XX, p. 93.

[9] Cass., 19 febbraio 2016, n. 38236, in Riv. dir. pen. e proc., 2016, XI, p. 1421.

[10] Cass., 7 marzo 2014, n. 11161, in rete http://www.diritto24.ilsole24ore.com

[11] Cass., 22 gennaio 2010, n. 8019, in C.E.D. Cass., n.  246159.

[12] Cass., 4 ottobre 2017, n. 45637, in rete www.neldiritto.it

[13] Cass., 14 settembre 2015, n. 44171, in rete www.dirittoegiustizia.it

[14] Cass., 17 ottobre 2012, n. 42394, in rete http://www.leggiditaliaprofessionale.it/

[15] Cass., 4 ottobre 2004, n. 46545, in rete http://www.leggiditaliaprofessionale.it/

[16] Cass., 3 marzo 2009, n. 20404, in C.E.D. Cass., n. 244215.

[17] Cass., sez. un., 12 luglio 2017, n. 34090: il principio enunciato è cosi riassumibile: « la circostanza aggravante della destrezza di cui all’art. 625 cod. pen., comma 1, n. 4, richiede un comportamento dell’agente, posto in essere prima o durante l’impossessamento del bene mobile altrui, caratterizzato da particolare abilità, astuzia o avvedutezza, idoneo a sorprendere, attenuare o eludere la sorveglianza sul bene stesso; sicché non sussiste detta aggravante nell’ipotesi di furto commesso da chi si limiti ad approfittare di situazioni, dallo stesso non provocate, di disattenzione o di momentaneo allontanamento del detentore dalla cosa».

 

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